La situazione era cambiata presso le carceri. Monastario aveva fatto tutto il possibile per il benessere delle sue prigioniere. Le porte non erano più sbarrate, e chiunque poteva far loro visita. La loro cella era pulita. Infine, Dona Luisa e la señorita Elena vennero lasciate libere, ed esse non persero tempo, grazie a questo provvidenziale ordine del comandante, per dedicarsi completamente alle cure di Don Nacho e Don Alejandro. Monastario dichiarò che esse erano state trattenute soltanto in veste di ostaggi.
Padre Felipe, tuttavia, aggrottò le ciglia quando venne a trovare i due prigionieri . Per quanto facesse il possibile, non riusciva a credere che il crudele Monastario fosse divenuto così buono. Egli temeva piuttosto che l'apparente cambiamento del tiranno nascondesse qualcosa di ben più grave.
- Come va oggi, Don Alejandro? - chiese il prete entrando.
- Benissimo! - rispose il vecchio, saltellando sulla gamba ferita. - Abbiamo goduto di un trattamento eccezionale. E per ciò che riguarda il processo di domani - egli continuò - penso che le accuse di Monastario si scioglieranno come neve al sole, con un giudice come Vasca.
Padre Felipe assentì, eppure se avesse potuto udire quanto veniva detto in quello stesso momento, nell'ufficio di Monastario, avrebbe avuto delle buone ragioni per preoccuparsi. L'avvocato Pina appariva come uno scoiattolo spaventato. - Pensate veramente di accettare questa procedura, comandante? - chiese.
Monastario corrugò la fronte. - No, affatto! - rispose. - Se il giudice Vasca presiederà il tribunale, per noi due si metterà male. Molto male, Pina. Tuttavia, secondo la legge, il magistrato capo presiederà il processo solo nel caso ch'egli si trovi nella zona. Ma... - aggiunse con un sorriso diabolico - egli non potrà giungere in tempo. Voi Pina, sarete il giudice, e quando Vasca arriverà qui ci saranno due traditori di meno. E non preoccupatevi del lavoro che dovrà svolgere Garcia. Egli è abbastanza stupido per riuscirvi in pieno.
- La faccenda non mi va - piagnucolò Pina - ma forse è l'unico modo!
Ora successe che Don Diego, mentre si recava a trovare suo padre, incontrò Garcia alla testa di un drappello di lancieri diretti da qualche parte, la qual cosa lo incuriosì. - Ancora a caccia di Zorro? - chiese Diego quasi in tono compiaciuto.
Garcia scosse il capo ed aggiunse che andava a scortare il giudice che doveva arrivare da San Fernando. Così non si dilungò molto in chiacchiere e si accomiatò.
- Hmmmmmm! - mormorò Diego tra sé, socchiudendo gli occhi.
- Credo - disse Bernardo a gesti - che il capitano Monastario insista un po' troppo sulla regolarità e giustizia di questo processo.
Diego annuì. - Già, lo penso anch'io. Dopo che avrò visitato mio padre sarà meglio che ci affrettiamo a casa. Forse il giudice Vasca avrà veramente bisogno di una scorta. - E, rapido, tracciò nell'aria il segno di una Z.
Non appena Garcia arrivò alla Taverna dell'Anitra Selvatica a San Fernando, si mise subito all'opera. Il giudice non era ancora giunto, ed il sergente ordinò a tutti di uscire. L'oste, un certo Ramon Escobar, protestò energicamente contro questo sopruso.
- Silenzio, sudicione! - ribatté Garcia con tono autoritario. - Sei stato scelto per rendere un importante servizio al comandante. - E prima che Escobar potesse ribattere, Garcia gli gettò un sacchetto, che tintinnò con un dolce suono metallico allorché giunse nelle mani dell'oste. - Ora stai ben attento - proseguì il sergente. - Il giudice Vasca, che arriverà qui tra poco, è famoso per il suo appetito da buongustaio e per la sua grande onestà. A noi ora interessa solo il suo appetito. - E proseguì spiegandogli dettagliatamente che cosa doveva fare per accogliere degnamente il giudice.
Tutto ciò che il sergente sapeva di dover fare era di ritardare il più possibile l'arrivo del magistrato a Los Angeles, in modo che Monastario potesse preparargli un'accoglienza degna del suo rango. In realtà Garcia non era al corrente dei loschi piani di Monastario, ed almeno questo dobbiamo riconoscere in favore del panciuto sergente. Fatto sta che egli era pronto a dare il meglio delle sue capacità per portare a termine il compito assegnatogli.
- Permettete, Vostra Eccellenza - disse Garcia con sussiego aprendo la portiera della diligenza del giudice, finalmente giunta - io sono il sergente Miguel Demetrio Lopez Velasquez Garcia inviato dal capitano Monastario per rendere il vostro viaggio piacevole quanto più è possibile. Non appena vi sarete riposato, troverete i cavalli già cambiati, Eccellenza.
Il giudice si avviò dondolando verso la taverna. Era un uomo grossissimo, con un faccione sereno ed onesto. Ma fu la dimensione del suo stomaco che colpì immediatamente Garcia.
Una volta entrato nella taverna, il giudice Vasca acconsentì ad accettare qualche bocconcino. - Fatemi sapere quando saranno cambiati i cavalli - disse. - Devo trovarmi a Los Angeles per questa sera. - Ma appariva ovviamente compiaciuto dell'accoglienza e dei piacevoli aromi di intingoli che giungevano alle sue narici dalla cucina. - Volete essere mio commensale, sergente? - disse infine quando decise di sedersi a tavola.
Nascosti dietro le stalle, Zorro e Bernardo avevano potuto osservare l'arrivo del giudice. Videro anche i lancieri di Garcia sciogliere i cavalli, ed avviarsi pigramente verso la taverna senza aver compiuto il minimo tentativo di sostituire i cavalli con animali freschi.
- Cosa escogiteranno per farlo rimanere? - mormorò Zorro perplesso. - Certo non oseranno recargli alcun male. - Si portò quindi all'ombra di alcune piante, dove stava Tornado, e dalla sella sfilò una corda tutta intrecciata a nodi. Dopo alcuni minuti stava scalando la balconata della taverna, quindi, attraverso una finestra, s'infilò in una camera da letto vuota. Dal corridoio fiocamente illuminato che si trovava oltre la porta poté guardare comodamente quanto avveniva nella grande sala. Tutti i soldati stavano mangiando e bevendo, mentre sul tavolo al quale erano seduti Vasca e Garcia stavano i resti di due polli, alcuni piatti ormai vuoti ed una fiasca di vino.
- È stata una cena veramente eccellente, anche se un po' leggera - disse il giudice. - Tuttavia, mi basterà di certo fino al mio arrivo a Los Angeles! - e fece per alzarsi.
- Mangiamo anche il resto, ora! incitò Garcia.
- C'è dell'altro? - mormorò Vasca, e si sedette di nuovo.
Così passò un'altra mezz'ora. Garcia faceva del suo meglio per non sfigurare di fronte all'eccezionale appetito del giudice, ma in breve dovette ammettere, ansimando, la sua inferiorità come mangiatore. - Su, andiamo - disse il suo ospite - ora mi deludete proprio! - e così dicendo riempì abbondantemente ancora una volta il piatto che Garcia aveva cercato di vuotare con tanta buona volontà!
Alla fine Garcia non resistette più. Nel vedere la grossa torta, cercò a fatica di alzarsi, e barcollando si avviò in cucina come se stesse per esplodere. Guardò senza speranza Ramon Escobar. - Il comandante desidera che il giudice rimanga qui stanotte - egli disse - e questa è la ragione per cui ho insistito che mangiasse tanto. Ma puoi vedere coi tuoi occhi... - aggiunse tenendosi lo stomaco gonfio come un otre. - In questo modo io non ce la faccio più! Come posso cavarmela, ora? Il comandante si arrabbierà certamente con me!
Il taverniere sorrise astutamente. - C'è un altro modo - disse. - Ho una certa polverina, che quando si mette nel vino... - E fece un gesto per indicare uno che dorme profondamente.
Garcia riprese il suo buon umore alle parole dell'oste, e dopo che fu messa in chiaro la questione del prezzo a favore di Escobar, tutto venne preparato con somma cura e soddisfazione di ognuno. La torta venne portata nella sala da pranzo con grande pompa e tutto il cerimoniale dovuto ad un simile capolavoro di arte culinaria.
Dal suo nascondiglio in ombra Zorro poté osservare mentre la torta veniva servita, e come questa venisse affrontata dal giudice con somma voluttà. Garcia trovò una scusa per risparmiarsi un'ennesima portata, ma la cosa non preoccupò affatto il giudice Vasca, che fece piazza pulita di tutta la torta fino all'ultima briciola, e quindi si alzò in piedi.
- Sergente - gridò. - È pronta la mia carrozza?
Garcia, disperato, suggerì un ultimo brindisi in onore di Sua Maestà il Re di Spagna. I brindisi si ripeterono parecchie volte, ma l'alcool non sembrava sortire alcun effetto sulla tenace tempra del magistrato. Infine questi si avviò all'uscita. - Andiamo, Garcia - disse. - Abbiamo mangiato abbastanza. Ora dobbiamo far presto!
Successe in quel momento. Egli esitò un attimo, cercò una sedia, e si sedette. La sedia scricchiolò paurosamente, quindi si sfasciò e Vasca finì a gambe all'aria con suo sommo stupore. A questo punto Garcia, l'oste, ed i lancieri agirono con rapidità. Con un certo sforzo riuscirono ad alzarlo e trasportarlo proprio nella stanza dove Zorro si era nascosto. L'uomo mascherato si ritirò in tutta fretta sul balcone.
Non appena Escobar, Garcia e i soldati se ne furono andati, Zorro fece segno a Bernardo di salire.
- Ecco qua! - disse il fuorilegge, indicando il letto. - Questo risultato l'hanno ottenuto col cibo, col vino e con un po' di droga. Adesso dobbiamo toglierlo di qui in un modo o nell'altro. Se non vi riusciamo, Monastario terrà un falso processo, e mio padre e Don Nacho verranno impiccati. Fortunatamente a quanto si sente, Garcia e i suoi uomini sono troppo occupati a divertirsi. Certo, vi è un soldato di guardia fuori, ma se agiremo cauti egli non ci udrà. - Dopo una breve pausa prese una decisione. - Lega i cavalli alla carrozza - ordinò al suo servitore - e porta Tornado dove la corda sta appesa al balcone. Poi ritorna qui ed aiutami a far scendere il giudice.
Bernardo annuì e scomparve, mentre Zorro si avvicinava al letto traendo un lungo sospiro. Pensò che il giudice poteva sfuggire loro di mano mentre lo calavano dal balcone, ma concluse questo pensiero con un'alzata di spalle. In fondo era un rischio che dovevano correre per salvare da un iniquo processo i prigionieri che stavano a Los Angeles, e per impedire la tremenda conclusione che ne sarebbe derivata.
L'impresa alfine ebbe luogo. La ringhiera del balcone scricchiolò sotto il peso, la sella quasi scivolò dalla groppa di Tornado, e gli occhi di Bernardo quasi schizzavano dalle orbite per lo sforzo mentre assieme a Zorro, teneva forte il giudice per trasferirlo dal cavallo alla carrozza. Ma in fondo gli sforzi vennero ripagati da un totale successo, poiché ore il giudice veniva dolcemente cullato all'interno della diligenza mentre questa procedeva in direzione di Los Angeles.
Mentre si avvicinavano ad un corso d'acqua decisero di svegliare il giudice. L'alba illuminava il cielo di una luce grigiastra mentre Bernardo e Zorro cercavano di immergere il giudice Vasca tuttora addormentato in una vasca naturale dal basso fondo. - Non... non mi va l'idea di sottoporre il magistrato-capo a questo trattamento - disse l'uomo mascherato - ma... in fondo... Scrollò le spalle e cominciò a spruzzar acqua addosso al giudice immerso nel fiume. Il risultato fu nullo, se vogliamo trascurare un comico fenomeno fisiologico di poca entità: il russare del giudice che gli provocava l'uscita di bolle d'aria dalla bocca.
A questo punto si udì nel silenzio dell'alba un debole rumore di zoccoli che proveniva da lontano, in direzione di San Fernando. Bernardo riprese a spruzzare Vasca con accanito vigore. Il giudice mostrava ora qualche segno di tornare in sé.
Il rumore dei cavalli dei lancieri si faceva intanto più distinto, finché i due poterono vederli affacciarsi sulla cresta di una collina. In quell'istante il giudice, inzuppato d'acqua com'era, si mise a sedere. - Che sta succedendo, sergente? - chiese sbattendo le palpebre.
- Presto - disse Zorro al suo servo - non farti vedere da lui. Scompari!
- Ecco fatto! - Mentre Bernardo saltava in groppa al suo cavallo legato dietro la diligenza e si dileguava, Vasca fissò il suo sguardo su Zorro. - Sicché voi siete Zorro, il fuorilegge di cui ho sentito parlare, e avete cercato di rapirmi!
I soldati erano adesso a circa quattrocento metri di distanza.
- No! - disse l'uomo mascherato. - Ho cercato solo di farvi giungere a Los Angeles in tempo per il processo. - Poi, sentendo che i soldati erano ormai vicini, fissò i propri occhi in quelli del giudice e lo guardò a lungo prima di lasciarlo. Vasca era pienamente in sé ora, a parte il fatto di essere tutto bagnato. D'ora in poi li avrebbe dati lui gli ordini a Garcia e al suo seguito, ordini severi, non ci sarebbe stato alcun dubbio, e intanto andava rendendosi conto sempre di più, e con crescente stizza, di come un ennesimo bicchiere di vino lo avesse ridotto in quel modo. Mentre Zorro inforcava le briglie, il giudice Vasca, uomo ben diverso ora dal gran mangiatore della taverna dell'Anitra Selvatica, stava rizzandosi in piedi. - Vi salvo io, Eccellenza! - gridò il sergente Garcia.
- Idiota! - tuonò il giudice. - Fareste meglio a salvare voi stesso... da me! - Vide i lancieri che piegavano per intercettare la fuga di Zorro. - Venite qui, Garcia! - gridò - e lasciate stare Zorro. Voglio parlarvi!
A Los Angeles tutto era pronto per il " processo ", benché si fosse ancora di primo mattino.
Benché l'insolita ora li avesse resi perplessi, molti cittadini di Los Angeles si trovavano tuttavia presenti in aula.
Finalmente giunsero Don Nacho e Don Alejandro, scortati da due lancieri, e venne fatto loro prender posto ad un tavolino di fronte al banco del giudice.
Per ultimo giunse Monastario.
- Il giudice Pina sta entrando. Alzatevi!
- Pina? - esclamò Don Alejandro. - Ma Pina non è un giudice!
Monastario fu sommariamente freddo nel fornire la spiegazione. - Poiché il giudice Vasca è assente dalla provincia, la facoltà di condurre questo processo è conferita di diritto al magistrato Pina. L'accusa è di tradimento.
Alejandro si alzò in piedi. - Non accetto di essere giudicato da quest'uomo... prezzolato da Monastario! - gridò invano, con veemenza.
Il processo ebbe così inizio. Risultò ovvio sin da principio che il comandante cercava di dipingere i fatti a tinte così fosche che l'unico verdetto possibile da parte del magistrato Pina non poteva essere altro che quello di " colpevoli! " Don Nacho e Don Alejandro si alzarono ripetutamente per affermare che era troppo presto e che mancavano i testimoni a loro favore. Persino Padre Felipe non era ancora arrivato.
Finalmente Pina, con la faccia spaurita, e con maggior timore di Monastario che di chiunque altro, si schiarì la gola e disse: - I prigionieri hanno altro da dire prima che il verdetto sia emesso?
- Il verdetto, eh? - gridò il padre di Diego. - Sicché siamo già accusati e ritenuti colpevoli?
Pina bofonchiò qualcosa e subito sembrò irrigidirsi nella sua poltrona, mentre qualcosa di freddo ed acuminato gli si puntava alle spalle attraverso una tenda che gli stava dietro. Una voce fredda quanto la lama che lo stava paralizzando disse allora: - La spada della giustizia sta per entrarvi nella spina dorsale, Señor Pina. Aspetta solo il vostro verdetto.
Invano lo scaltro avvocatuccio cercava di far capire a Monastario quanto stava succedendo affinché quest'ultimo potesse fare qualcosa prima che la lama gli penetrasse nella schiena, ma il comandante sembrava essere sordo a tutto ciò che non riguardasse il verdetto che egli si aspettava dopo aver tanto faticato per ottenerlo.
- Su, andiamo - sibilò a Pina - andate avanti. Date il vostro verdetto.
Il falso giudice si schiarì la gola nuovamente. - Io... io trovo che i due... ac-accusati... ehm... sono... innocenti! - riuscì infine a dire.
Monastario balzò in piedi come se la tarantola lo avesse morso, rosso di rabbia e di frustrazione. - Che cosa? - urlò.
Pina cercò ancora una volta di fargli comprendere cos'era accaduto, ma benché Zorro non gli stesse più alla schiena, non riuscì a spiegarsi. Il comandante stava impazzendo dalla rabbia: - Il processo non è finito! - gridava. - I prigionieri non sono liberi!
Ma il peggio doveva ancora arrivare per Monastario e Pina. In quel momento entrò in aula il giudice Vasca. - Cos'è questa faccenda? - disse con voce tagliente come l'acciaio temprato. - Che processo si sta svolgendo a quest'ora?
Monastario fu pronto a spiegare, e aggiunse. - Il verdetto è di " innocenza ", signore, e sono orgoglioso che una tale forma di giustizia venga amministrata nel territorio sotto la mia giurisdizione.
- Mmmmmm! - borbottò Vasca. - Vedremo. Desidero rivedere la procedura e più tardi avrete la mia opinione in merito. Ora sgomberate l'aula!
In questo modo terminò il processo di alto tradimento inscenato contro due dei più noti cittadini della colonia.
- È tutto finito! - si mise a gridare Don Nacho. - Siamo liberi! - In realtà appariva piuttosto meravigliato della conclusione. - È ben strano - aggiunse - che sia stato proprio il giudice di Monastario a pronunciare la sentenza.
- Già - disse Diego che arrivava in quel momento - è proprio una cosa ben strana. - E intanto si chiedeva se Pina avesse già notato la piccola Z che gli era stata intagliata nella giacca.
|
|
|
|
|||||||
|
|