Il sergente Garcia era tutto scosso. - Ma, ma... comandante - loro... sono donne. Non potete arrestare Dona Luisa e sua figlia. - Subito dopo si ricordò di essere un soldato, e che doveva ubbidire agli ordini. - Scusate, signore! - concluse.

Monastario lo guardò rabbioso. - Si tratta della moglie e della figlia di un traditore che è fuggito al nord, verso Monterey - ruggì. - Arrestatele e sbattetele in cella.

Al sergente non andava a genio il compito affidatogli. - La gente... - interloquì.

- Che importa? - tagliò corto Monastario. - Che importa se ti toccherà qualche sassata? Hai forse paura ? Sono bestie. Si fanno beffe di noi, per colpa di Zorro. Basta chiacchiere! Eseguite immediatamente gli ordini assegnativi. - Il capitano fermò il povero Garcia sulla porta. - Portatele qui in una carretta! - aggiunse.

Garcia assentì in silenzio. La famiglia di Don Nacho Torres in carretta! Era troppo. Fu così che, durante il tragitto verso il Torres Ranch, egli decise: niente carretta. Avrebbe portato le signore in carrozza, e poi si sarebbe veduto.

Giunto al ranch, si tolse il cappello e fece un profondo inchino a Dona Luisa. - Porgo le mie scuse - disse umilmente - ma devo arrestare voi e vostra figlia.

- Di che cosa siamo accusate? - chiese la donna con dignità.

Garcia maneggiava impacciato una carta, ma ella gli tolse il disagio. - Non importa - disse. - Non voglio sentirvi leggere le bugie ch'egli ha scritto su quel mandato. Verremo con voi. Fate avvicinare la carrozza al cancello! - E così dicendo si avviò impettita verso l'esterno.

Quando Dona Luisa e sua figlia giunsero in caserma, la gente raccolta di fuori manifestò il proprio risentimento contro il tiranno lanciando alcune pietre contro i soldati. Un sasso colpì il cappello di Garcia, e glielo spostò tutto da un lato. Eppure egli non aveva fatto altro che eseguire degli ordini. Nel frattempo, il notaio Pina stava parlando con Monastario. - Siete pazzo? - strillò. - Accusare Torres di tradimento è una cosa, ma chiudere in prigione sua moglie e sua figlia è una faccenda ben diversa. Avete udito le proteste del popolo?

- Bah! - esclamò il tiranno. - Non possono farci male. Ma Zorro sì. Non capite, Pina? Egli cercherà di liberare la famiglia di Don Nacho, e allora ci troverà pronti ad attenderlo.

Il notaio assentì. Si calmò, e accennò perfino ad un furbo sorrisetto. Poi guardò dalla finestra. Le due donne erano state portate via, e gli operai giù in fondo alla piazza stavano ritornando al lavoro di costruzione della chiesa, ancora incompiuta.

- Dovreste finire di piagnucolare - proseguì Monastario. - Prima di rilasciare le due donne, esse dovranno firmare una confessione in cui confermeranno il tradimento già ammesso da Torres. Presto il Torres Ranch sarà nostro, amico mio!

- Ma in che modo le costringerete a firmare la confessione di tradimento? - chiese Pina. - Non sarà facile.

- Vedrete - disse il comandante con un crudele sorriso. - Ho il mio sistema, non dubitate!

Il padre di Diego de la Vega, Don Alejandro, era infuriato. - Hai deciso proprio di startene qui seduto in eterno? - disse impetuoso, rivolto a suo figlio.

- Che posso farci, papà? - rispose Diego stiracchiandosi pigramente. - La legge sta dalla parte del comandante.

- Ma che legge! Non c'è più legge, né giustizia, da quando Monastario è arrivato. Formerò un esercito in guerra, raccogliendo gli uomini da ciascun ranch. Mostreremo a questo... questo tiranno che cosa pensa di lui il popolo di California. Monastario non è il re!

- No - convenne Diego amaramente - ma egli è il rappresentante designato dal re. Se Re Ferdinando dovesse mai essere informato dei nostri bisticci locali, sarebbe costretto a mettersi dalla parte di Monastario. Questo lo sapete anche voi, papà!

Alejandro dovette sedersi. La sua gamba, in seguito ad una caduta da cavallo di pochi giorni prima, gli doleva. - E allora, cosa suggerisci di fare, Diego? - chiese.

Il giovane si alzò. - Andrò a vedere cosa posso fare! - rispose, e se ne andò sorridendo. Pochi minuti dopo, mentre attendeva che un garzone di stalla gli sellasse Raton, il vecchio e pingue cavallo che soleva cavalcare durante il giorno, gli si avvicinò Benito Avila, il capo mandriano.

- Hanno arrestato la Señorita Elena - gridò. - Quel Monastario lo voglio uccidere. Certo, è proprio quello che farò.

Diego apparve comprensivo. - È un pensiero allettante - convenne con lui - ma io ti consiglio, Benito, di startene lontano da Monastario. So che sei innamorato della señorita, e che sei coraggioso; ma io ti prego di controllare la tua ira. - Indi si issò sul groppone di Raton. Ma mentre si stava allontanando, negli occhi di Benito balenò una luce: gli era venuta un'idea.

Quando Diego de la Vega raggiunse Los Angeles, egli andò direttamente a trovare Padre Felipe. - Nessuno può visitare le due donne - disse il prete. - Il comandante non mi ha permesso di entrare.

Diego si guardò pigramente intorno. Notò così l'impalcatura davanti alla chiesa incompiuta, e vide che i pali erano tenuti insieme da corregge di pelle grezza. Era chiaro che nella sua testa si stava facendo strada un'idea. Improvvisamente sorrise. - Andiamo a far visita al comandante, voi ed io, e chissà che non ci lasci vedere le due donne, - disse.

- Cosa ci fate qui? - esclamò Monastario non appena vice Diego. - E strano ma ogni volta che ci sono dei guai, voi apparite.

Il giovane ignorò l'osservazione. - Avete intenzione di trattenere le signore come ostaggi, comandante? - chiese con un'aria di estrema innocenza.

- No, certamente no - rispose. - Le tratterrò, Don Diego - aggiunse - solo finché esse si tratterranno dal rivelarmi la verità. Devono firmare una dichiarazione in cui ammettono di aver aiutato Don Nacho, dopo che questi abbandonò la chiesa. Fino a quel momento, esse saranno ospiti delle prigioni reali, e nessuno potrà visitarle. Nessuno! - Egli guardò rabbiosamente i due uomini. - Ed ora - aggiunse ironicamente - so che voi, Padre, avete molto da fare nel dare una mano al vostro curato, Padre Juan, in chiesa. E quanto a voi, Don Diego, immagino siate ansioso di ritornare da vostro padre.

Diego durò fatica a trattenere la sue rabbia, ma in qualche modo riuscì a controllare i propri sentimenti e, senza rivolgersi a Monastario, uscì con Padre Felipe. - Volete cenare con me all'osteria, Padre? - chiese.

- Con piacere - rispose - ma prima voglio parlare con i muratori alla chiesa. - E sorridendo s'incamminò.

Diego aveva intanto individuato il suo servo, e con la massima indifferenza si portò vicino al muto. Non vedeva l'ora di conoscere quelle informazioni che l'uomo, da tutti creduto sia sordo che muto, aveva cercato di procurargli. Finsero di parlare a gesti, ma in realtà Diego parlava a voce bassa, muovendo le labbra quanto era necessario per essere appena udito. - Stasera ci sarà da fare per Zorro! - egli disse. Poi, seguitando a far segni senza significato, gli comunicò dove lo avrebbe incontrato dopo l'imbrunire.

Quella sera, una figura vestita di nero atterrò una sentinella. Il lanciere si era voltato al leggero rumore udito alle sue spalle, ma era stato troppo tardi. L'impugnatura di una spada lo colpì alla tempia, ed egli finì lungo disteso. Venne quindi trascinato con circospezione in un angolo buio nella zona del comando. Un attimo dopo Dona Luisa ed Elena trattennero a stento un grido di sorpresa nel vedersi davanti, separato dalle sbarre della cella, l'uomo mascherato.

- Zorro! - gridò Elena, balzando in piedi.

L'uomo mascherato trasse una chiave da un mazzo che egli aveva tolto alla guardia abbattuta, e tentò di aprire. Ma la chiave non andava bene. Ne provò un'altra, e così tutte, ma nessuna era quella giusta. Provò e riprovò, ma senza risultato.

In quel momento qualcosa stava accadendo di fuori. Un soldato di pattuglia inciampò nel corpo del suo commilitone svenuto.

- GUARDIE! - gridò con quanta forza aveva. - Chiamate le guardie!

L'uomo mascherato avrebbe potuto fuggire, se avesse desistito dal suo affannoso tentativo di aprire la porta della cella, provando quasi con disperazione una chiave dopo l'altra. Avrebbe potuto risalire in un balzo il muro dal quale era sceso per raggiungere la prigione. Ma così non fu. Dovette rinunciare per sguainare la spada ed affrontare una dozzina di soldati che, balzati dall'oscurità, gli si scagliarono addosso. Riuscì a respingere il primo attacco e cercò di guadagnare il tetto delle prigioni. Ma essi si aggrapparono alle sue gambe, lo trassero giù, ed in breve gli furono tutti sopra. - Evviva! - gridarono - abbiamo catturato Zorro!

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