Crespo era esausto quando decise di prendere fiato e sedersi a lato della strada. Fu così che vide passare una carrozza. Il giovane Don Diego, seduto a cassetta assieme a Bernardo, procedeva verso la missione. Crespo guardò la carrozza allontanarsi, e intanto con un improvviso lampo negli occhi pensò che anch'egli avrebbe potuto ben presto comperarsi delle vesti belle quanto quelle di Don Diego. Allora si alzò felice e riprese a correre verso Los Angeles.
- Alt! - Un lanciere lo fermò al cancello. L'ometto cercava con ogni mezzo di spiegare il motivo della sua visita, quando si avvicinò il sergente Garcia per rendersi conto di tutto quel baccano; ma nemmeno quel grassone di Garcia riuscì a ricavare dalle parole di Crespo maggior significato di quanto non fosse riuscito il lanciere. La discussione si alzò di tono, finché lo stesso Monastario, incuriosito della faccenda, si avvicinò al gruppo.
- Che sta succedendo, Garcia? - egli chiese.
- Quest'uomo desidera parlare con voi, credo - disse il sergente - ma gli ho detto...
Monastario rivolse impaziente l'attenzione verso Crespo. - Che vuoi, su, parla! - gli impose.
- Voglio la ricompensa per dire dove si trova il señor Torres - spifferò l'ometto tutto eccitato.
- Cosa? - scandì il comandante. - Tu sai dove si trova?
- Sì, certo, capitano. È alla missione di San Gabriele. L'ho udito discorrere e...
- Basta così! - Monastario lanciò due monete nella polvere ai piedi del povero Crespo. - Garcia! - tuonò - ordina ai lancieri di uscire subito. E fai presto!
Crespo guardò i soldati partire al galoppo. Nelle sue mani sudicie c'era denaro appena sufficiente per un bicchiere di vino acido, e per questo aveva giocato la vita di un uomo. Non c'è da stupirsi se egli si sentiva miserabile oltre ogni limite.
Intanto i lancieri avevano raggiunto e sorpassato d'un balzo la carrozza di Don Diego. - Presto! - gridò il giovane - passami le redini! - Qualche secondo dopo la carrozza filava a velocità pazzesca, mentre Bernardo si teneva aggrappato all'ondeggiante sedile con tutta la sua forza.
Don Nacho era a godersi il sole fuori della chiesa, quando egli e il prete udirono avvicinarsi i lancieri. In fretta riparò all'interno, ed un attimo dopo i soldati erano già arrivati, mentre il comandante urlava:
- Circondate tutta la zona. Torres non ci deve sfuggire questa volta.
- Allora siete al corrente che Don Nacho è qui, capitano - disse Padre Felipe - ma forse sapete anche che la chiesa è inviolabile.
Monastario annuì. - Sì - disse - ma non vi è alcuna legge che vieti a me di entrare, vero?
- Anzi, dovreste farlo... più spesso - fu la risposta. - Solo che vi togliate la spada e il cappello, e che lasciate qualcosa nella cassettina dei poveri.
Il comandante obbedì ed entrò in chiesa. Torres stava inginocchiato in preghiera di fronte all'altare.
- Quanto tempo la chiesa può dar rifugio a questo traditore? - chiese il capitano.
- Quaranta giorni. Vi siete portato una tenda?
Monastario si rese conto che non sarebbe valso a nulla star lí a discutere, ed uscì truce e pensoso. In quell'istante sopraggiunse Diego con la sua aria svagata e indolente. - Ah - disse con tono interessato - vedo che avete mobilitato tutto l'esercito, comandante. C'è per caso una guerra da qualche parte?
- Cosa fate qui? - chiese l'altro.
- Arance. Son venuto a prendere le arance promessemi da Padre Felipe - mentì. - E voi, capitano?
- Immagino che non sappiate che il traditore Don Nacho ha trovato asilo in questa chiesa - sogghignò Monastario.
Diego inarcò le ciglia. - Davvero? - esclamò. E si avviò verso la porta della chiesa. - Vogliate scusarmi, - disse in tono docile, ed entrò.
Scambiò poche parole a voce bassa con Don Nacho Torres e i due stavano ancora parlando quando risuonò all'esterno un grido concitato, seguito dalla voce di Monastario che ordinava: - Non fatevi scappare nessuno.
Diego e Don Nacho guardarono attraverso la porta. I soldati stavano ammassando gli Indiani della missione in un gruppo compatto, facendo uso delle loro lance. Padre Felipe accorse presso il comandante. - Cosa state facendo alla mia gente? - gridò.
- Anch'io ho qualche legge dalla mia parte - rispose Monastario. - Ad esempio, ho il diritto di reclutare uomini per il lavoro del re, ovunque siano disponibili. E credo che in questo punto abbiamo proprio bisogno di costruire una nuova strada. - Le proteste e le suppliche rivoltegli dal prete furono totalmente ignorate.
- Sergente Garcia - urlò - voglio che mi facciate costruire una nuova strada, qui. Mettete gli Indiani all'opera, e accertatevi che lavorino sodo. Ma proprio sodo, ci siamo capiti?
Le ore passavano lentamente. I poveri Indiani vennero fatti sgobbare finché non rimase loro nemmeno la forza di reggersi in piedi.
- Non posso sopportare oltre questa situazione! - disse alfine Don Nacho. - Questo piano è stato ideato apposta per farmi abbandonare la chiesa. - E nel dire queste parole cercava di svincolarsi con forza dalle braccia di Don Diego che lo trattenevano. - Lasciatemi uscire! - disse. - Vado a costituirmi.
- Vi scongiuro - lo pregò Diego - aspettate almeno fino a sera.
- E va bene - rispose il ranchero. - Ma non oltre. - Se ne ritornò all'altare per pregare, mentre Diego usciva per incontrarsi con Bernardo. Piano gli sussurrò: - Vai, porta qui Tornado; sarà buio quando sarai di ritorno. Fai presto, ma tieniti lontano dalla strada principale. Parti subito, altrimenti sarà troppo tardi.
Monastario obbligò gli Indiani a lavorare anche dopo l'imbrunire. Furono accese delle grandi torce, e la scena appariva maestosa e impressionante ad un tempo. - E allora? - gridò il tiranno, in modo che Don Nacho lo potesse udire. - Che ve ne pare di quanto sta succedendo per causa vostra, Señor Torres? - Diego si avvicinò allora al comandante. - Lasciate che gli parli io - suggerì. - Forse lo convincerò ad arrendersi.
- Sta bene, parlategli, allora - rispose Monastario aspramente. - Questo dovreste saperlo far bene - parlare, voglio dire. Ma avrete soltanto dieci minuti a vostra disposizione. Dopo cominceremo ad usare la frusta sulle schiene di quei fannulloni. Sono convinto che i loro lamenti dopo qualche frustata otterranno maggior effetto di tutte le vostre parole. Ah, ah, ah! - scoppiò a ridere, ritenendo forse spiritoso quanto aveva detto.
Mentre il comandante s'occupava d'altro, Diego vide Bernardo ritornare dalla sua missione, tenendosi riparato dietro il muro della chiesa. Il muto indicò un punto nella macchia d'alberi, poi fece il gesto di un cavallo che si impenna. Fece anche capire di aver portato quant'altro faceva parte del travestimento di Zorro, il fuorilegge amico degli oppressi.
Diego aveva imparato ad esprimersi a gesti, dato che il suo servo doveva fare la parte del sordo oltreché quella del muto; fece quindi dei segni rapidi con le mani e Bernardo scomparve nell'oscurità senza essere notato. Favorito dalle tenebre, sciolse tutti i cavalli che i soldati avevano assicurato agli alberi, ai pali, o agli anelli di ferro infissi lungo i muri della missione.
Il giovane guardò il suo servo scomparire, quindi s'avviò verso il punto dov'eran stati lasciati Tornado e il costume di Zorro. Mentre questi stava vestendosi febbrilmente - non avendo certo intenzione di recarsi in chiesa da Don Nacho - udì le grida lamentose dei poveri Indiani esausti, e, al di sopra di queste, lo schioccare delle frustate. Poi sentì il grido eccitato di un militare: - Sergente Garcia! - diceva. - Ecco Don Nacho.
Questo grido fece accorrere Padre Felipe. - Ritornate in chiesa! - gli gridò, prendendolo per il braccio, e cercando di liberarlo dal soldato che lo teneva fermo.
- No! Voglio consegnarmi! - dichiarò Don Nacho. - Nessuno deve soffrire ingiustamente per causa mia.
Garcia arrivò inciampando sulla strada da poco costruita. Arrivò anche Monastario, correndo verso il suo cavallo e gridando ai suoi uomini di tenere gli Indiani sotto controllo.
Nella notte, in quel momento drammatico, uno stallone nero sbucò dietro il muro di cinta dell'orto e si avvicinò caricando come un demone. Nella luce fumosa delle torce, cavallo e cavaliere formavano una immagine spaventosa.
- Zorro! - gracchiò Garcia, vedendosi quasi piombare addosso il cavallo. Zorro si scagliò direttamente su di un soldato che stava frustando un Indiano caduto. Afferrò il sinuoso scudiscio a mezz'aria e lo strappò dalla mano dell'uomo. - Scappate! - gridò agli Indiani. - Sparpagliatevi e rifugiatevi nel bosco. Presto!
Proprio allora Monastario, che stava incontrando delle difficoltà nel recuperare la sua cavalcatura, urlò i suoi ordini. - Prendete quegli Indiani - gridò. - Prendete Zorro vivo! Mille pesos per chi lo cattura.
I lancieri, a dire il vero, cercavano di fare del loro meglio, ma ci voleva un coraggio eccezionale per affrontare uno stallone come Tornado in piena carica e con in groppa un cavaliere armato di frusta ben manovrata. Gli uomini si dispersero e scapparono a precipizio. Allora Zorro volse lo stallone, che s'impennò con gli zoccoli anteriori annaspanti nell'aria, e caricò con la frusta schioccante sopra le teste dei lancieri in fuga. Più di uno fra loro giurò poi di aver visto il fuoco uscire dalle froge dello stallone, e che la frusta era effettivamente una serpe infuriata.
Monastario era riuscito infine a riprendere il suo cavallo, ma quelli degli altri soldati erano ormai fuggiti. Zorro si portò vicino al punto dove stavano Padre Felipe, la guardia e Don Nacho. Sia il prete che il soldato tenevano ancora il ranchero, ma senza più contenderselo. Essi erano troppo occupati ad ammirare Zorro.
Zorro fermò di colpo Tornado. - Ritornate in chiesa, Don Nacho - gridò. - Gli Indiani stanno fuggendo.
La guardia, col terrore dipinto negli occhi alla vista paurosa di Zorro sullo stallone nero come la pece, lasciò libero Don Nacho e scappò quanto più presto poté dietro il muro dell'orto. In quel mentre, Monastario assieme ad un lanciere si avvicinò al galoppo; Zorro puntò contro di loro, mentre Padre Felipe e Don Nacho correvano in chiesa.
- Buono, Tornado! - mormorò al cavallo l'uomo mascherato; quindi attese fermo finché il lanciere, con la sua arma protesa all'altezza del collo della sua cavalcatura, non gli fu quasi addosso. Improvvisamente egli fece compiere uno scarto al cavallo, e il lanciere, ormai incapace di dirigere bene la propria lancia né di controllare il suo impeto, sfrecciò di lato a pochissima distanza da Zorro. In quel preciso istante, lo scudiscio di Zorro fischiò nell'aria e l'arma del lanciere gli venne sfilata di mano. La frusta fischiò ancora una volta, e il soldato fu sbalzato di sella e fatto piombare pesantemente a terra.
Ma Monastario gli era ormai quasi addosso. Zorro riuscì appena ad evitare una tremenda scudisciata da parte del comandante, mentre il suo stallone non ebbe la stessa fortuna. La correggia di cuoio intrecciato scese con impeto sul collo di Tornado. La bella bestia nitrì di dolore e di rabbia, s'impennò e ricadde addosso alla cavalcatura di Monastario. Questi era tuttavia un abile cavaliere. Resistette all'urto, si girò ed alzò ancora il braccio armato di frusta per calare un secondo colpo su Zorro. Stavolta però il fuorilegge mascherato era preparato. Il suo scudiscio scese agile attorcigliandosi attorno al braccio del comandante. Monastario si dibatté con violenza, mentre il suo cavallo, impaurito dall'imponenza di Tornado, abbassò il collo. Zorro allora allentò un po' la tensione della frusta e, facendola serpeggiare, ne scagliò una voluta attorno all'altro polso, sicché ora entrambe le braccia di Monastario erano inutilizzabili. Questi tentò allora disperatamente di spronare il cavallo, il quale invece fece dietro front. Zorro non perse l'occasione per circondare con un altro giro di frusta il busto dell'avversario. Questi era adesso niente di più che un prigioniero livido di rabbia, avvolto nelle spire della frusta di Zorro. A questo punto il fuorilegge tirò a sé violentemente la frusta, portandosi così più vicino a Monastario e alla sua cavalcatura. Indi lasciò andare del tutto lo scudiscio e con la mano libera percosse l'animale sulla coscia. Con un salto, il cavallo di Monastario si avviò al galoppo giù per la strada.
- Non vi saranno altre noie per stasera, Padre Felipe - gridò il fuorilegge. - Il gran costruttore di strade ha improvvisamente scoperto di avere affari importanti che lo attendono a Los Angeles.
Intanto il povero Garcia aveva cercato di raccogliere i lancieri. Alcuni si erano messi a cercare gli Indiani, altri i cavalli. Per Zorro, tuttavia, i guai non erano ancora finiti.
- Buenas noches! - egli augurò in tono canzonatorio. E lanciò Tornado al galoppo giù per la strada. Dopo un po' rallentò l'andatura, volse il cavallo e pacificamente tornò indietro attraverso il bosco finché incontrò il paziente Bernardo dietro il muro dell'orto. Ben presto ritornò ad essere Diego de la Vega, e col suo servo raggiunse timidamente Padre Felipe e Don Nacho presso l'entrata della chiesa.
- Se ne sono tutti andati? - chiese. - Voglio dire, è tutto finito?
- Era Zorro! - disse Padre Felipe. - Proprio lui. Avreste dovuto vederlo, Don Diego. Era come una fiamma, che dico, un flagello, sul suo gran cavallo nero. È riuscito a far sfuggire i miei Indiani, e già molti di essi stanno ritornando. Presto saranno ancora tutti con me!
- Io... ho sentito il rumore, certo - mormorò Don Diego - ma c'è così poca forza nella mia spade, Padre Felipe, che io... sono rimasto a pregare tutto questo tempo dietro la chiesa.
- Certo, certo, figlio mio - disse il prete. - Dovrei essere punito per parlare della violenza con tanto entusiasmo. - Egli sorrise. - Eppure era magnifico. - Si avvicinò a Diego e gli pose una mano sulla spalla. - Ora - gli disse serenamente, - andiamo a bere qualcosa. Un po' di vino ci rincuorerà. Venite! - E, certi che Don Nacho sarebbe stato al sicuro per un po', i tre lasciarono la chiesa e si diressero verve l'attigua missione.
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