Due soldati armati fermarono la carrozza in cui si trovava Diego, elegante e fatuo nei suoi abiti più appariscenti. Quest'uomo, che solo poche ore prima aveva fatto schizzare la spade dalle mani vigorose di Rafael Valdez, se ne stava ore con un libro in mano, guardandosi attorno con atteggiamento languido e distaccato, come per dire: " Che è questo miserabile buco? ".
In effetti il luogo non offriva una belle vista. Il piccolo villaggio di Nuestra Senora Reina de Los Angeles, tanto per nominarlo per intero - cosa che del resto nessuno faceva - si stendeva davanti al giovane: la chiesa incomplete, qualche case addormentata sotto il sole infuocato, un mercatino ed un'osteria. Grandi alberi chiudevano la scene. Oh, certo, v'era pure la caserma, solida ed in ordine.
- Carte e bagagli devono passare sotto controllo! - ruggì il sergente Miguel Garcia, dal grasso viso tondo e sudato, mentre si avvicinava ondeggiando alla carrozza - Mi dispiace, Senor Diego - disse pomposamente - ma devo controllare il vostro bagaglio.
Diego annuì con indifferenza. Non c'era motivo di prendersela con quel grassone. Egli doveva eseguire degli ordini e questo era tutto.
- Il mio servo Bernardo vi aprirà i bagagli, ma perderete il vostro tempo se cercherete di parlargli: è sordomuto.
Il giovane fece dei segni al gesticolante Bernardo, quindi si allontanò col naso immerso nel libro.
Il sergente Garcia terminò l'ispezione, indi si rivolse a Diego: - Riferirò al comandante che siete arrivato!
Il giovane scosse le spalle con noncuranza, ma un clop-clop di zoccoli lo fece voltare di scatto. Vide un drappello di lancieri che circondava un uomo legato, col viso coperto di ferite ed un'espressione inebetita negli occhi. Riconobbe Don Nacho Ignacio Torres, un rispettabile agricoltore, vecchio amico e vicino della famiglia dei de la Vega. A stento poté reprimere l'ira che lo assalì. E fu, tutto sommato, una fortuna che l'uomo legato, nelle condizioni in cui si trovava, non fosse in grado di riconoscere Diego.
Numerosi popolani osservavano sdegnati la scena e tra di essi serpeggiava un mormorio di protesta.
Sicché voi siete Don Diego, vero?
Una voce sarcastica ed offensiva interruppe i pensieri del giovane. Diego si volse e vide un uomo alto, col pizzetto e due occhi crudeli.
- Servo vostro - mormorò languidamente Diego. - Voi siete il nuovo comandante, non è vero?
L'uomo annuì.
- Scusate, comandante - proseguì Diego. - Senz'altro sarete in grado di dirmi di che cosa è accusato Don Nacho.
- Tradimento - grugnì Monastario. - Spero che non vorrete immischiarvi nella faccenda! - disse.
- Oh, no, no! - rispose Diego frugando nel suo libro con simulata apprensione ed apparente disagio. Poi, quando l'altro gli chiese perché era ritornato dalla Spagna, farfugliò impacciato: - All'Università c'erano troppe cose violente da fare: cavalcare, tirare di scherma, tutto un sacco di rudi esercizi. C'erano persino incontri di spada.
La bocca di Monastario si torse in una smorfia di disprezzo. Quest'uomo debole ed inoffensivo non avrebbe certo costituito un pericolo. Poteva andarsene tranquillamente a casa.
Una volta in carrozza, però, l'atteggiamento di Diego mutò e subito egli parlò al servo di uno stallone nero, Tornado, che egli aveva tenuto nascosto al padre, in un pascolo fuori mano.
- Mio padre riteneva l'animale troppo pericoloso perché io lo potessi cavalcare - disse - e così lo affidai alle cure degli Indiani: sarà il terzo elemento della nostra squadra.
Bernardo indicò con l'indice Diego, poi se stesso ed infine con le dita fece il gesto di un cavallo al galoppo.
- Sì - disse Diego - tu, io e Tornado. Il mio nome sarà Zorro, Zorro la Volpe. Stasera avremo da lavorare! - E così dicendo indicò il villaggio.
Quella sera Diego si accorse che non sarebbe stato prudente parlare subito a suo padre della nascita di Zorro, perciò, a costo di sentirsi addosso lo sguardo sdegnoso e deluso del vecchio, dovette insistere anche con lui nella parte del giovane fatuo, amante dei libri, dei bei vestiti e della buona musica.
- Arrivederci a domattina - gli disse infine suo padre. - È inutile che io continui a parlarti del comportamento biasimevole di questo tiranno, almeno finché non ti sarai riposato dal viaggio. Buona notte. - Ed il vecchio lasciò curvo la stanza.
Non appena la porta si chiuse, Diego balzò in piedi, brandendo la spada, e con un agile movimento della lama ritagliò una Z su un foglio di carta da musica.
- Ah! - esclamò - questo sarà il segno di Zorro! - e si sentì sollevato dopo aver preso questa decisione, punto di partenza tutt'altro che insignificante nella sua lotta contro l'ingiustizia e la vile oppressione.
Poco tempo dopo, nell'ufficio del comandante, rischiarato da un lume, si stava svolgendo una riunione a due. Monastario fissava l'uomo che gli stava davanti, un certo Bustamento Pina, un piccolo avvocato untuoso ed ambizioso.
- Allora siamo d'accordo - disse. - Voi direte a Don Nacho che è libero di andarsene, che avete esaminato il suo caso e che non esistono motivi per trattenerlo ulteriormente. Poi - e qui il comandante abbassò la voce - poi egli sarà ucciso mentre tenterà di fuggire e le sue terre saranno confiscate come quelle di un traditore. Sta bene, Pina?
L'avvocato lo guardò con disagio passandosi la lingua sulle labbra secche, infine annuì.
- Farò come dite - disse.
In questo stesso istante Zorro, avvolto dalle tenebre, saltò su un muro. Era vestito tutto di nero. con un lungo mantello, una maschera ed un cappello di feltro. Neri erano pure i suoi stivali. Scivolò rapido verso il punto dove erano sellati quattro cavalli pronti per ogni emergenza. Li liberò, quindi si portò rapidamente presso la cella di Don Nacho, nell'edificio del comandante.
- Chi è la? - sussurrò il prigioniero.
- Un amico - fu la risposta. Chi tiene le chiavi?
- Il sergente Garcia, ma...
- Coraggio! - sussurrò Zorro. - Ritornerò. - E scomparve come un'ombra nell'oscurità.
Mezzo minuto dopo dalla bocca di Garcia uscì un'esclamazione di paura al pungente contatto di una fredda lama nella schiena. Era senza spada, senza giacca e perfino senza stivali.
- Silenzio, Garcia - disse una voce tagliente. - Le chiavi, presto!
- Io, io... - L'uomo tremava dalla paura. - Le ha il comandante - riuscì infine a dire.
Zorro comprese istintivamente che non mentiva.
- Resta in piedi, faccia al muro! - ordinò. Quindi, mentre Garcia obbediva, fece in modo di puntellare la sciabola del sergente contro un tavolo, così che la punta dell'arma gli toccasse sempre la schiena. - Se ti muovi, peggio per te - gli disse sottovoce. Poi in punta di piedi lasciò la stanza, lasciando immaginare al sergente che il suo silenzioso ed invisibile nemico fosse tuttora lì.
Rapido ritornò alla cella di Don Nacho Torres. La porta era aperta e Zorro udì la voce di Pina, l'avvocato, che parlava al prigioniero.
- Ho esaminato il vostro caso - stava dicendo - ed il comandante ha deciso di lasciarvi andare. Presto, ora!
Torres si diresse lento e sospettoso verso la porta della cella. capisco - disse - e temo...
- Lo temo anch'io, Don Torres - disse Zorro calmo dietro il legale. - È un inganno, ma è stato gentile da parte di costui risparmiarmi il disturbo di cercare le chiavi.
Ora fu la volta di Pina di rimanere senza fiato, quando la punta di una lama lo toccò alla schiena. Ma non gli venne dato il tempo di soffermarsi a pensare. Un momento dopo si trovò incatenato nella cella, mentre Don Torres era libero.
- Chi siete? - chiese Torres.
- Zorro. Presto, scalate il muro. Un cavallo vi aspetta presso l'albero degli antenati. Recatevi da Padre Felipe alla missione di S. Gabriele. Colà otterrete asilo e nemmeno Monastario oserà toccarvi. - Così dicendo l'uomo mascherato aiutò Don Nacho a salire sul muro.
In quel momento il capitano Monastario si stava tranquillamente avvicinando alla porta dell'acquartieramento. Convinto che Pina stesse provvedendo alla fuga del prigioniero, sollevò la mano armata di pistola per prendere la mira. Monastario fece appena in tempo ad udire il fischio di una lama, che la sua pistola gli era già schizzata di mano. Un attimo dopo era impegnato ad affrontare il suo avversario in un duello serrato, mentre Don Nacho, scavalcato il muro di cinta, guadagnava la campagna.
Per quanto buono spadaccino, il comandante si rese subito conto di aver trovato pane per i suoi denti. In breve venne disarmato e cacciato nella cella dove già si trovava in catene lo spaurito e tremante Pina.
CRASH!
Zorro chiuse pesantemente la porta e fece scattare la serratura.
Seguì una gran confusione. I soldati, compreso il sergente Garcia che si era ormai accorto dello scherzo giocatogli, arrivavano di corsa da ogni direzione. Monastario, accecato dal furore, urlava che si uccidesse l'uomo mascherato. Egli aveva inteso il nome di Zorro fra i lamenti di Pina e gridava: - Uccidete Zorro, l'uomo dalla maschera! Uccidetelo, vi ordino!
Ma un simile ordine non era certamente facile da eseguire. Il povero Garcia finì nell'abbeveratoio dei cavalli e l'acqua inzuppò la sua ampia mole. Invano si affannava ad impartire ordini a sua volta. Tutti gli sforzi risultavano vani. Mentre i soldati brandivano le lance, Zorro era già in groppa a Tornado e stava per dileguarsi.
Più tardi Garcia recò un biglietto che aveva trovato infisso nel muro con un pugnale. Monastario, con la barba irta, lesse queste parole di sfida:
" Attento, comandante, a questa spada: di Zorro porta il nome, non scordare. Il male caccerà d'ogni contrada ed i soprusi a te farà scontare! "
- Pina - gracchiò rabbioso - offrite un premio di cinquecento pesos per la cattura del traditore Don Nacho Ignacio Torres. E mille per la cattura del bandito Zorro, vivo o morto. Spicciatevi a preparare gli avvisi - aggiunse. - Vedremo chi la spunterà con questa volpe. Tra una settimana voglio avere la sua pelle inchiodata al muro.
Nel frattempo anche il muto Bernardo ebbe una sorpresa: mentre se ne stava alla finestra in attesa che apparisse il padrone, udì un rumore dietro di sé, ed ecco che, voltatosi, vide il viso sorridente di Diego.
- Non temere, Bernardo - disse l'uomo mascherato - non si tratta di magia. Guarda! - e premette con la mano una minuscola zona del muro posta a lato del camino.
Immediatamente un pannello si aprì nella parete, e al di là apparve una piccola stanza. In breve Diego spiegò che nessuno, nemmeno suo padre, sapeva di quell'apertura, e tanto meno della galleria che si dipartiva dalla stanzetta per sboccare in una zona segreta di pascolo dove egli aveva pensato di tenere Tornado.
- Le tue mansioni saranno quelle di nutrire e di tenere in allenamento lo stallone, Bernardo - dichiarò Diego. - Non dovrai mai servirti della porta segreta finché non sarai certo che nessuno si trovi nelle vicinanze. Ora - sbadigliò il giovane - devo cercar di dormire. Domani ci sarà molto da fare. Fa' in modo che la mia carrozza sia pronta per subito dopo colazione.
Bernardo annuì, ed a gesti gli rispose di aver compreso ogni sua istruzione. Con un sorriso di contentezza sembrò infine fargli capire che quanto stava accadendo in un certo senso lo entusiasmava.
Il mattino seguente Diego si recò alla missione di Padre Felipe, e durante il percorso fece tappa alla casa di Don Torres per informare la moglie e la figlia che, secondo quanto aveva potuto accertare, il loro caro era sano e salvo. Inutile dire quanto la notizia rallegrasse le due donne. Diego, ritornato ad essere l'amatore di libri, l'innocuo elegante giovanotto quale a tutti doveva apparire, si inchinò e proseguì il proprio viaggio.
Padre Felipe era un uomo di statura non molto alta, dalla carnagione piuttosto scura e con la veste un po' malandata. Ringraziò subito Diego con entusiasmo per i libri che questi gli aveva portato, quindi passò a discorrere delle notizie che avevano provocato una sorta di generale costernazione.
- Il nostro amico Nacho Torres è fuggito! - disse infine con evidente soddisfazione. - Ed è stato aiutato da un certo Zorro. Venite, vi mostrerò qualcosa.
Il piccolo prete lo condusse in chiesa. - Nessuno sa chi sia questa volpe - proseguì Padre Felipe - ma sia benedetto il nome che si è imposto. Guardate!
In quel momento Torres appariva in chiesa.
Diego finse di essere oltremodo sorpreso. - Don Nacho! - esclamò. - Qui siete certamente al sicuro, credetemi. Nemmeno Monastario oserebbe infrangere il diritto d'asilo che vi offre questa chiesa.
- Sì, infatti - rispose. - Sono salvo, ma vi prego di passare dai miei familiari per tranquillizzarli. Lo farete? - Diego assentì. - Ma certo! - rispose, pensando che la richiesta di Don Nacho era già stata esaudita di sua iniziativa. - Addio, ora! Devo tornarmene a casa.
Durante il tragitto il giovane rimase immerso nei suoi pensieri. Ma non appena la carrozza entrò nel cortile, ebbe un'amara sorpresa. Diversi lancieri sostavano con le loro cavalcature, mentre Monastario stava seduto ad un tavolo nella loggia, che nella Los Angeles spagnola era nota col nome di patio. Su quel tavolo erano ben in vista una maschera, un feltro ed un mantello neri. Diego, nascondendo l'apprensione che lo assaliva, alzò lo sguardo e colse un'occhiata di Bernardo che stava sul balcone della sua camera. Il servo scosse appena il capo e si ritirò.
Diego guardò gli indumenti, e attese.
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