La " Regina di Castiglia " procedeva a vele ridotte sulle azzurre acque del Pacifico verso la terraferma. Il viaggio dalla Spagna era stato lungo e difficoltoso, ma sia la nave che l'equipaggio avevano ben sopportato le violente tempeste.

Ora tutto era passato ed il vascello procedeva lento e tranquillo verso la sua destinazione, la California. Era l'anno 1820.

Un ufficiale in seconda con voce stentorea lanciava ordini ai marinai, mentre questi, nudi fino alla cintola, si arrampicavano agili sulle sartie. L'aria pungente dell'alba li faceva rabbrividire, soprattutto nei momenti in cui indugiavano per osservare ciò che stava accadendo giù in coperta.

Due uomini si battevano e le loro lame balenavano come lingue di fuoco. La scena aveva tutto l'aspetto di un duello mortale: con pari abilità ambedue i contendenti si costringevano l'un l'altro a rapidi scarti per sfuggire all'agile gioco delle lame.

Il più basso dei due era Rafael Valdez, sottotenente di vascello, una delle migliori lame al servizio di Sua Maestà il Re Ferdinando di Spagna. Gradualmente egli costrinse l'avversario, più alto di lui, verso la grata di un boccaporto.

- A voi - gridò Valdez. Egli raddoppiò i suoi sforzi, con stoccate, parate e perfetti " a fondo ". Era come se la punta della sua spada si attorcigliasse attorno al grigio acciaio della lame dell'avversario.

Il più alto dei due sembrò dar segni di stanchezza. Spesso, nelle ore d'ozio trascorse sulla nave, era sembrato che costui, Don Diego de la Vega, mancasse di fuoco e di energia. Anche se ora si stava difendendo bene, c'era il pericolo che potesse finire contro il boccaporto.

Sulle sartie i marinai eccitati abbandonarono per qualche tempo il loro lavoro e l'ufficiale in seconda permise loro di prendersi un po' di riposo, giacché a lui stesso la scena interessava sommamente. C'era da aspettarsi che il Senor de la Vega, che usava trascorrere pigramente le ore tra i libri, sarebbe stato costretto a cedere davanti al tenente. Ma Diego non cedeva. Come Valdez eseguì un deciso " a fondo ", il braccio vestito di candida seta del suo avversario si torse rapidamente, facendogli deviare da un lato la lama. L'acciaio risuonò sull'acciaio nell'aria del mattino.

- Bene! - gridò Valdez nella sua lingua nativa, riparandosi in fretta. Le else delle due spade si toccarono con un cozzo, mentre i duellanti, con i muscoli tesi per lo sforzo, per un attimo si trovarono vicinissimi l'uno all'altro. Con una smorfia sul viso sudato, ambedue saltarono all'indietro.

- È quasi l'ora della colazione - disse Diego. A questo punto la sua spada cominciò a roteare con rapidità incredibile, come fosse una parte guizzante e viva di lui stesso. Ora era lui che dominava Valdez. Perdendo a poco a poco terreno, l'ufficiale cadde, mentre la lama danzava fischiando sopra di lui. Ma egli non era il tipo da darsi per vinto. Con rapidità eseguì una mossa che segretamente si era preparato in cabina. Attraverso le punte incrociate delle lame, i due avversari si fissavano negli occhi.

- Eccoti preso! - mormorò Valdez, come se stesse ancora provando le sue mosse. Quindi, borbottando a bassa voce, liberò la sua spada dal contatto con l'altra. Poi con incredibile rapidità puntò direttamente al petto dell'avversario.

Un ottimo colpo, per la verità, e Valdez era ben certo del successo.

Ma qualcosa di inaspettato accadde: il polso di Diego si torse e la lama sembrò attorcigliarsi attorno a quella del tenente. Un attimo dopo Valdez si trovò disarmato, mentre la sua spada schizzava sull'assito del ponte.

Ora la punta dell'arma di Diego gli toccava la gola.

- Cedo! - gridò l'ufficiale con una smorfia, alzando scoraggiato le braccia.

- Ahimè! Questo non lo farei con nessun altro avversario - aggiunse mortificato.

Poi i due estrassero i fazzoletti e si asciugarono il viso grondante di sudore, mentre il nostromo ordinava ai marinai assorti di riprendere il lavoro.

- Rimpiangerò queste quotidiane contese, Diego - disse Valdez mentre, assieme a questi, si avviava a colazione. - Mi rincresce che ci lasciate.

- Sembrate preoccupato di vedermi andar via, Rafael! - fu la risposta.

Valdez lanciò all'interlocutore una rapida occhiata.

- Certamente, un po' - ammise. - Siete stato assente tre anni, non dimenticate, e troverete diversi cambiamenti. - Scrollò le spalle. - Ma non voglio parlare di argomenti spiacevoli a colazione. Stiamo allegri!

E, a braccetto, i due uomini si affrettarono verso la mensa degli ufficiali, dove i camerieri, che avevano già terminato di servire gli altri graduati, accorsero per servirli. Essi sapevano che questo era l'ultimo pasto che Diego de la Vega avrebbe consumato sulla nave e che molto probabilmente egli avrebbe messo loro in mano come mancia una moneta d'oro sonante.

Durante il pasto non venne detto niente sull'argomento cui aveva accennato prima il tenente, finché i due giovani non ebbero terminato e non si furono appoggiati al parapetto a guardare la terra cui si stavano avvicinando sempre più.

- Sapete, Diego - disse Valdez alla fine - le vostre qualità di spadaccino vi saranno utili in California. - Una pausa. - Specialmente ora, con quello che sta accadendo.

- Davvero? - rispose il passeggero gettando al compagno un'occhiata interrogativa.

- Ecco, vedete - spiegò Valdez - ci sono delle complicazioni qui come in Spagna. La forza militare si è sostituita al mite governo cui eravate abituato. Mi sono reso conto di quanto sta succedendo quando incrociammo il " Santo Dom " nel suo viaggio di ritorno da qui, due giorni fa. - Il tenente osservò Diego. - Ricorderete che io e il capitano fummo trasbordati su quella nave per farvi una visita.

Il più alto dei due annuì. Dall'ultima lettera che aveva ricevuto da suo padre, Diego aveva avuto la netta impressione che in California le cose stessero andando male, ma il vecchio Don Alejandro de la Vega non aveva spiegato chiaramente di che si trattasse. Eppure, proprio perché suo padre voleva che egli facesse ritorno, la faccenda doveva esser seria.

- Che sta succedendo, Rafael? - chiese Diego.

Egli guardò dinanzi a sé e si accorse che si stavano avvicinando a terra rapidamente.

- Si tratta di questo - rispose. - Un anno fa venne nominato a Los Angeles un nuovo comandante militare, chiamato Monastario. Appena assunti i pieni poteri, egli non fece altro che cercare ogni mezzo per sopprimere la libertà nella parte della California sotto il suo controllo.

- E in che modo? - chiese Diego.

- Con tasse che nessuno può pagare; accusando il popolo di tradimento e imprigionando con estrema facilità. - L'interlocutore alzò bruscamente le mani: - Con i mille mezzi a disposizione di chi è al potere! - continuò Valdez. - Sembra che Monastario voglia annientare tutti i proprietari terrieri dei dintorni di Los Angeles per appropriarsi dei loro possedimenti. Ma non è niente di nuovo, sapete, cose del genere sono già accadute in passato!

Diego de la Vega aggrottò le ciglia e la sua mano corse all'elsa della spada.

- Sicché è così - mormorò.

Valdez lo guardò: - State all'erta, amico mio - gli disse. - Il vostro ritorno inatteso incuriosirà certamente questo Monastario. È un uomo estremamente sospettoso. Quando rivelerete la vostra abilità di schermitore o manifesterete la vostra ostilità al suo operato - e se io vi conosco bene, questo voi lo farete - allora non venite a chiedere a me quale sarà il vostro destino.

L'altro scosse la testa: - Questo è chiaro - disse con calma - in prigione o morto. Ma ditemi, Rafael - egli proseguì - che cosa dovrei fare allora? - Il suo viso si indurì: - Devo starmene inerte in disparte, mentre questo gaglioffo sta spadroneggiando nella terra dove sono nato?

Valdez diede una leggera scrollatina di spalle.

- Tutto ciò che vi prego di fare, Diego - disse - è di evitare ogni azione affrettata. Nessuno è mai riuscito da solo a sconfiggere un'intera guarnigione di soldati.

Quindi, poiché la nave stava avvicinandosi allo scalo di S. Pedro, il tenente si scusò e si allontanò in fretta per badare ai suoi molti doveri.

Diego si soffermò alla balaustra, profondamente assorto in pensieri. Se la situazione era così grave come l'avevano riferita gli ufficiali del " Santo Dom ", si rendeva conto che sarebbe stato un grave errore opporsi apertamente al comandante Monastario.

Per il momento ritornò nella sue cabina, una stanza piccola, angusta ed ingombra di bagagli in cuoio pronti per lo sbarco. Bernardo, il servo spagnolo del giovane, guardava piuttosto incerto fuori da un portello e la sua espressione dimostrava che egli non era molto convinto dell'aspetto di quella strana nuova terra.

- Tutto a posto, Bernardo? - chiese il padrone.

Bernardo annuì. Per quanto non più giovane, era vigoroso ed attivo. Qualche volta però dava quasi l'impressione di essere tonto e ciò era da attribuirsi al fatto che era muto dalla nascita.

Ma è meglio dir subito che Bernardo era tutt'altro che sciocco o stupido.

- Bernardo - aggiunse Diego - dove avete messo le lettere di mio padre ?

Rapidamente il domestico gliele presentò e Diego prese a leggerne alcuni passi.

" È con cuore addolorato, figlio caro " egli lesse " che ti chiedo di rinunciare ai tuoi studi in Spagna e ritornartene a casa. Sono sopraggiunti alcuni avvenimenti che non posso affrontare da solo... " Diego porse la lettera al servo. - Bruciala - ordinò. - Nessuno deve sapere il motivo che mi ha fatto ritornare in patria. Vedi Bernardo, ho appena saputo che il nostro paese è spadroneggiato da un tiranno, il comandante militare di Los Angeles. Costui si chiama Monastario e, finché io non sarò a conoscenza del modo con cui egli attua i suoi vili piani, devo fingere di non saperne nulla. Poi - aggiunse - lo combatterò.

Il muto annuì con calore. Per quanto egli non sapesse parlare aveva capito benissimo le parole di Diego.

Se vorrò riuscire nel mio intento - continuò Diego - questo tiranno non deve sapere che io sono abile nel maneggiare la spada e nel cavalcare, e che sono in grado di fare altre cose che possono essere una minaccia per lui. Devo convincerlo che sono un giovanotto innocuo che ha abbandonato gli studi in Spagna perché colà la vita era troppo aura e gravosa. Bene, che hai da suggerirmi, Bernardo, amico mio?

Diego de la Vega sorrise come il servo prese un libro e finse di essere tutto assorto nella lettura.

- Ah! Ora capisco! - esclamò il giovane. - Quando non si può indossare la pelle del leone, allora ci si mette addosso quella della volpe. Splendido! - disse. - Proprio quello che farò. Presto, Bernardo - continuò - fa' come ti dico e butta in mare tutti i miei trofei di scherma. Poi prepara i miei abiti più eleganti. Agirò e mi comporterò come un inutile bellimbusto.

Diego gesticolava impaziente mentre il servo esitava.

- Butta via tutto! - gridò. - Da ora in poi avrò un'altra personalità e così pure tu. Ti comporterai come uno sciocco privo dell'udito. Lavoreremo insieme e nessuno saprà che siamo qui per combattere l'ingiustizia dovunque la incontreremo. -

Bernardo annuì.

- Meraviglioso! - dichiarò Diego entusiasta.

Poi udì il nostromo lanciare ordini e lo scricchiolio delle gru che calavano le scialuppe. Don Diego de la Vega sapeva che finalmente era giunta l'ora di mettere in atto i suoi piani.

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