La barca era già lontana da Mompracem. Sul battello, Sandokan seduto a poppa, fissava il cielo che stava diventando livido. Gli uomini infreddoliti incominciarono a muoversi, svegliandosi da un breve sonno che non li aveva riposati. Yanez, seduto sulla panca al centro della barca, era avvolto in una coperta. Quando vi fu abbastanza luce, trasse di tasca un quadernetto e un mozzicone di matita e cominciò a scrivere il diario di bordo.

" Primo giorno di navigazione, addì 2 giugno 1852. Siamo partiti dall'isola di Mompracem (42 gradi di latitudine Est, 128 di longitudine) alle due e quaranta di questa notte. Prime quattro ore di navigazione; tranquille. Nessun incontro. Vento da Sud-Sud Est; mare in controbordo. Forze e disponibilità: equipaggio, cinque uomini stanchi. Viveri: nessuno. Riserva d'acqua: nemmeno una goccia ".

Smise di scrivere, si voltò a guardare i suoi compagni i quali governavano l'imbarcazione lanciando di tanto in tanto delle occhiate preoccupate a Sandokan. Questi, sempre immerso nei suoi pensieri, si era abbandonato supino e continuava a guardare il cielo livido.

Sul viso di quegli uomini provati da cento battaglie, induriti da una vita avventurosa, trascorsa a faccia a faccia con la morte, per la prima volta apparivano i segni della disperazione.

Del resto, Sandokan non aveva più parlato dal momento in cui si erano imbarcati. Egli era la loro unica speranza: con lui sarebbero andati in capo al mondo, avrebbero percorso tutte le rotte dei mari e sarebbero andati all'abbordaggio di tutte le navi; con lui e per lui sarebbero andati all'inferno. Ma egli ora taceva, ed essi non sapevano, e non riuscivano ad immaginare, quale sarebbe stata la loro sorte futura.

Il cielo si incupì. D'improvviso scoppiò un temporale; cominciò a piovere; il mare ingrossò sotto l'urto di un vento violentissimo, accompagnato da tuoni e lampi. Al centro della barca i pirati tesero un telo di vela per raccogliere l'acqua piovana. Riparato sotto la coperta, Yanez riprese a scrivere il diario di bordo.

" Sesta ora di navigazione. Fortunatamente un improvviso temporale, tipico di questi mari e di queste latitudini, è venuto in nostro soccorso ".

Poco dopo il temporale si calmò, le nubi scomparvero dal cielo e il sole brillò. Yanez fece il punto, rilevò la posizione e ricominciò a scrivere.

" Settima ora di navigazione. Vento di levante, mare forza uno, scarsa deriva. Se continua così, entro diciotto giorni potremo raggiungere la più vicina costa abitata.... abitata male, dai nostri nemici.... Il problema di come nutrirci comincia a farsi assillante.... ".

Risolto il problema dell'acqua, bisognava risolvere quello del cibo. Dopo aver bevuto, gli uomini si erano un poco rinfrancati, ed erano tutti protesi fuori bordo nella speranza di pescare qualcosa.

Sambigliong, dritto in piedi sulla prua aveva improvvisato una fiocina legando un coltellaccio in cima ad un remo. Uno dei pirati ad un certo punto gli gridò:

- A dritta!

- Sì, attento! A dritta! - fece eco un altro.

Sambigliong si voltò nella direzione che gli veniva indicata: sotto il pelo dell'acqua nuotava un grosso pesce. Egli prese accuratamente la mira e lanciò la fiocina.

- Ammaina! Ammaina! - gridò Yanez. Poi si sporse anch'egli a guardare. - Presto! Bravo Sambigliong!

Questi, puntati i piedi, reggeva saldamente la fune assicurata alla fiocina. La preda doveva essere molto grossa perché, per quanto ferita, aveva ancora la forza di trascinare la barca. Qualcuno esclamò:

- Ora si mangia!

I visi degli uomini si distesero: l'allegria invase la piccola imbarcazione; solo Sandokan si manteneva in disparte, spettatore silenzioso e cupo.

Sambigliong cominciò ad ammainare la cima; lentamente, lentamente, cercando di far stancare il pesce. Finalmente la preda fu accosto alla fiancata; tutti i pirati erano protesi in fuori quasi rischiando di far capovolgere la barca e d'un tratto la loro allegria si tramutò in disperazione. Sambigliong aveva pescato uno strano e orribile pesce pieno di aculei.

- Tutto è inutile - disse Yanez. - Un pesce istrice.... più velenoso di un naja tripudians.

Aveva finito le sigarette; per tutto il giorno aveva tenuto fra le labbra quell'ultima che gli era rimasta, fumandone un po' e spegnendola. Ma ora il mozzicone era diventato troppo piccolo; lo lasciò cadere con un gesto di comico sconforto, poi riprese a scrivere il giornale di bordo.

" La situazione peggiora: sono finite anche le scorte di tabacco. lo mi domando perché un capitano in navigazione deve sempre e comunque tenere un diario di bordo ". Chiuse il quaderno.

Sambigliong aveva incominciato a distribuire la razione d'acqua.

- Samo è ferito - disse Yanez. - Dagli doppia razione. - Poi se ne fece versare un po' in una tazza e si avvicinò a Sandokan: - La tua parte, Sandokan.

La Tigre si voltò verso di lui, guardandolo cupamente; prese la tazza e bevve.

Yanez ricambiò lo sguardo, cercando di sorridere; ma il suo viso era pallido, tirato. Senza parlare, Sandokan gli restituì la tazza e Sambigliong si accinse a versargli da bere.

- L'acqua a me? - ghignò Yanez. - Come ti viene in mente? - Si avviò verso la sua panca, ma vacillò. Sarebbe caduto se Sambigliong non lo avesse sostenuto. Continuò, con un filo di voce: - Ci vorrebbe un buon bicchiere di Alicante, per esempio....

Chiuse gli occhi. Sambigliong angosciato, lo adagiò sul sedile; ed egli quasi in delirio soggiunse:

- O qualcosa dì ancora più forte. Un vero whisky scozzese.

Tacque riversandosi sulla panca e la coperta che a tenuto addosso tutto il giorno gli si aprì sul petto, scoprendo una macchia di sangue. Sandokan balzò in piedi.

- Sei ferito?

- L'ultima palla sparata da terra.... L'ultima, capisci? Una sfortuna maledetta!

- E tutto questo tempo - mormorò Sandokan chinandosi sull'amico. - Queste lunghe ore....

- Che cosa facevo?... davo le dimissioni?

Di nuovo sogghignò; ma era allo stremo delle forze: svenne. E Sandokan che solo in quel momento stava riprendendo contatto con la realtà, si voltò per nascondere la propria commozione.

Sambigliong esaminò la ferita.

- E' la palla - disse. Kipur, l'acciarino! Bisogna estrarre il proiettile e arrestare il sangue.

Così dicendo, tirò fuori dalla cintura il suo lungo coltello; ne mise la lama ad arroventare sul fuoco preparato da Kipur, e strappò di dosso a Yanez la camicia insanguinata. Ma prima che potesse incominciare, Yanez si riebbe e vide le grandi sudice mani di Sambigliong e gemette:

- No! - Poi con un filo di voce: - Non con quelle manacce.... Non sono mica un elefante!

- Dobbiamo farlo - disse Sambigliong.

- Ascoltami: so che bisogna farlo. Ma come chirurgo accetto soltanto Sandokan! - Rimase un poco in silenzio, ansimando, guardando intensamente l'amico. Poi soggiunse: - Scusami Sambigliong. Sandokan è mio fratello.... compagno di tante battaglie.... E meglio che sia un affare fra me e lui.... se devo lasciarci la pelle.

Benché ferito, benché estenuato, Yanez si era reso conto che per svegliare Sandokan da quella specie di torpore nel quale era caduto fin dal momento della partenza, bisognava provocarlo, sfidarlo. Sapeva che la Tigre non avrebbe respinto la sfida; e sapeva che da quel momento Sandokan si sarebbe ripreso completamente.

Anche quella volta Sandokan accettò la sfida; estrasse dalla cintura un piccolo pugnale dalla punta acuminata e ne arroventò la lama.

Yanez, con gli occhi lucidi di febbre, seguiva i movimenti dell'amico. Sambigliong gli pose davanti alla bocca uno sporco fazzoletto piegato in quattro, dicendogli:

- Tieni. Quando non ne puoi più stringi forte questo fra i denti.

- Se ci fosse piuttosto una sigaretta.... - mormorò Yanez scuotendo il capo.

- Ho questo.... - borbottò riluttante Sambigliong tirando fuori un mozzicone di sigaro, mezzo sfatto.

- Meglio che niente.... - sospirò Yanez. Lo accese; ne tirò una profonda boccata e si abbandonò sulla panca.

- Sei pronto? - domandò Sandokan.

Yanez si limitò ad annuire, e Sandokan incise la carne intorno alla ferita. Non era un'operazione difficile, ma era dolorosa. Yanez stringeva i denti per non urlare, stritolando il sigaro; e tutti quelli che gli stavano intorno sembrava soffrissero con lui. Kipur distolse addirittura lo sguardo; si mise a fissare il mare e d'un tratto ebbe un sobbalzo: una grande vela era apparsa all'orizzonte.

Il tigrotto si volse per dare l'allarme; ma Sambigliong che doveva aver già visto la nave, gli fece cenno dì tacere: l'operazione era giunta al suo momento più delicato. Sandokan estrasse la pallottola: Yanez ebbe un gemito e svenne lasciando che il fumo, trattenuto in bocca, gli uscisse con uno sbuffo.

- Le bende... presto! - disse Sandokan.

Qualcuno gli porse delle strisce di stoffa strappate dalla camicia di Yanez, ed egli incominciò a fasciare la ferita.

Kipur, sempre più agitato, non sapeva che fare. Guardava alternativamente i compagni e la vela lontana: poi afferrò il cannocchiale di Yanez e lo puntò verso il vascello misterioso. Era una giunca: su di essa si agitava una ciurma armata fino ai denti.

- Vela in vista! - gridò.

Tutti si voltarono: la giunca avanzava con tutte le vele al vento.

- Punta dritta su di noi! - esclamò Kipur.

- Ancora Brooke.... maledetto! - ruggì Sandokan.

Sambigliong afferrò la barra del timone e fece invertire bruscamente la rotta della barca.

- Orza la vela! - gridò.

Ma la giunca si avvicinava sempre più, grande e minacciosa. Era inutile continuare a fuggire, e Sandokan esplose.

- Ferma, Sambigliong! Se dobbiamo morire, moriremo con le armi in pugno! Preparatevi a vender cara la vita, tigri di Mompracem!

Yanez aprì un occhio e mormorò soddisfatto:

- Adesso sì, che ti riconosco, Sandokan!

In pochi momenti la giunca sovrastò l'imbarcazione, ma i tigrotti che avevano impugnato le armi, le abbassarono perplessi: dalla giunca giungevano grida ed evviva; gli uomini della ciurma agitavano le armi festosi.

- Se quella cicca di sigaro non mi ha dato il delirio - commentò Yanez: - sembra proprio che si tratti di amici!

Dalla giunca giunse l'invito di salire a bordo; e appena Sandokan e i suoi uomini misero piede sulla tolda, si trovarono di fronte ad una pittoresca folla di malesi, armata di kriss, vecchi fucili e scimitarre.

Il capitano era un vecchio irsuto, vestito per metà alla cinese e per metà all' europea; gambe nude, berrettino tondo in testa, una stinta e rattoppata giacca da capitano di lungo corso sul torace possente.

- Benvenuto a bordo, Tigre!

Sandokan lo guardò perplesso. Guardò gli uomini dell'equipaggio, fra i quali riconosceva dei visi noti, incontrati nelle foreste di Labuan; il capo del villaggio, qualche lavoratore della gomma e perfino Daro, ex-servo ed ex-sordomuto, che avanzando verso Sandokan lanciò un grido:

- Viva Mompracem! Viva la Tigre della Malesia!

Un urlo di esultanza, gli fece eco; e Sandokan non poté fare a meno di sentirsi commosso.

- Daro!... Prode malese! Qui, fra le mie braccia! - gridò.

E Daro si gettò fra le braccia della Tigre e poi anche fra quelle di Yanez che avrebbe volentieri fatto a meno di tanta effusione. Represse, infatti, un gemito dì dolore ma non poté non lasciarsi sfuggire una smorfia. Tuttavia non perse tempo e domandò:

- Come mai siete giunti fino qui?

- Abbiamo saputo che Mompracem sarebbe stata attaccata - rispose Daro. - La notizia è corsa di villaggio in villaggio. Così ci siamo messi in contatto con il capitano Ciang.... ed eccoci qui!

- La mia giunca è tua, Tigre!

- Non potevamo permettere che la tua bandiera venisse ammainata: è stata sempre la nostra speranza! - concluse Daro.

Sandokan sorrise con tristezza.

- Troppo tardi - rispose. - La bandiera di Mompracem è caduta nelle mani di Brooke!

Ma Daro lanciò un'occhiata al capo del villaggio e questi si avvicinò a Sandokan tendendogli un drappo di seta.

- Le nostre donne hanno ricamato questa per te.

La Tigre prese il drappo e lo spiegò: era la bandiera di Mompracem. Sandokan se la rigirò fra le mani, commosso e stava per dire qualcosa per ringraziare ma non fece in tempo ad aprire la bocca perché improvvisamente si udì il suono forte e cupo di uno strano strumento.

Tutti si voltarono verso il mare. Una barca da pesca si avvicinava alla giunca. A bordo, i pochi uomini di equipaggio erano armati: uno di loro stava soffiando in una grande conchiglia.

Yanez allora intuì che stava accadendo qualche cosa di straordinario, prese dalle mani di Sandokan la bandiera e la porse a Sambigliong facendogli un cenno con il capo. E, infatti, subito, altri suoni di conchiglia si udirono e tutti, guardando verso il mare videro provenire da tutte le direzioni, come ad un appuntamento prestabilito da tempo una, due tre, molte altre barche, innumerevoli vele bianche che spiccavano sul colore scuro delle acque.

Sandokan ebbe un brivido.

- Capitano Ciang - gridò - vele al vento! La Tigre non è morta.... a noi due, Inghilterra! - E poi, nell'urlo osannante delle ciurme gridò ancora: - Sambigliong, su la bandiera!

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