Gli uomini del colonnello Fitzgerald furono i primi a giungere sul luogo in cui giacevano i cacciatori.
- La Tigre ha colpito! - esclamò il sergente.
Si chinò ad esaminare i tre corpi ed ebbe un gesto di raccapriccio nel vedere le ferite che sanguinavano ancora.
- Sono morti - soggiunse dopo un momento.
Senza scendere da cavallo, il colonnello ispezionò i dintorni.
- Ha colpito e ha preso le armi - disse livido in volto. - Dovremo stare molto attenti. Manda un soldato ad avvertire i cacciatori: la situazione è grave perché Sandokan è deciso a vendere cara la pelle.
Uno dei soldati si mosse alla ricerca dei cacciatori che avanzavano a gruppi, in ordine sparso, ignari del pericolo e senza prendere alcuna precauzione. In quel momento Sandokan cominciò a sparare, nascosto dietro un ammasso di rocce, con una delle pistole recuperate sul corpo degli uccisi.
Alle sue rivoltellate fecero eco le grida dei colpiti e la sparatoria dei soldati. Solo che mentre il pirata era appostato in modo da avere una visione completa degli inseguitori, essi non lo vedevano e sparavano a caso nella sua direzione.
Sandokan scaricò la pistola; quand'ebbe sparato l'ultima cartuccia, abbandonò l'arma sulla roccia che gli era servita da riparo e scivolò via: le pallottole dei soldati fischiavano alte sulla, sua testa. Invisibile aggirò un cespuglio, si insinuò sotto i rami di un albero che toccavano terra, filò via senza un rumore, senza piegare una fronda al suo passaggio, raggiungendo la seconda postazione che, prevedendo le mosse e le reazioni dei soldati, aveva preparato munendola di un fucile.
I soldati, colonnello, in testa, dal momento che Sandokan aveva smesso di sparare, si erano slanciati in avanti, all'inseguimento, nella direzione che presumevano avesse preso, abbandonando i morti e i feriti.
Sandokan attendeva in silenzio: aveva udito i rumori dei cacciatori che, infatti, avanzavano tranquillamente come se invece di trattarsi di una battuta di caccia all'uomo - e di un uomo tanto pericoloso - si fosse trattato di una normale battuta di caccia alla lepre o al fagiano, e procedevano chiacchierando, ridendo e continuando a scommettere su chi avrebbe per primo ucciso la Tigre della Malesia. Quando giunsero nel piccolo spiazzo in cui era avvenuto il combattimento, un cacciatore bianco e due malesi scorsero i soldati che giacevano per terra e si precipitarono verso di loro, mettendosi così sotto il tiro di Sandokan. Questi mirò accuratamente, poi premette il grilletto: il cacciatore cadde da cavallo senza emettere un gemito. Sandokan sparò ancora e uno dei battitori cadde fulminato, l'altro si gettò per terra e rotolando su se stesso si nascose dietro un albero.
Frattanto un altro gruppo di cacciatori avanzava, richiamato dalle esplosioni. Ora procedeva guardingo, non sapendo da che parte attendersi l'attacco del pirata. Questi si era già allontanato dalla sua seconda postazione diretto ad una terza, preparata dietro un masso sul quale aveva disposto un altro fucile.
Ma vi era appena giunto quando un fruscio gli giunse alle orecchie. Si immobilizzò, trattenendo il respiro. Il rumore si ripeté; allora Sandokan si mosse lentamente, con un passo felino; in silenzio salì su un albero. Sotto di lui, nascosto in un cespuglio, intravide un uomo con un turbante rosso; forse uno dei battitori che lo stava cercando. Si rannicchiò su se stesso, estrasse il coltello dalla cintura e balzò giù, piombando sulle spalle dell'uomo. Rotolarono a terra tutti e due; Sandokan alzò il coltello e stava per vibrare il colpo quando una voce terrorizzata mormorò:
- No.... sono un amico!
Sandokan fermò il braccio: sotto di lui, il viso livido dallo spavento, stava Daro il servo sordomuto.... un sordomuto che aveva parlato.
Questi sorrise debolmente e tentò con la sua consueta espressione tra stolida e furbesca di ingraziarsi Sandokan.
- Sì, Tigre.... hai perso un servo sordomuto ma hai guadagnato un amico fedele.
Sandokan riandò col pensiero a tutti gli avvenimenti passati. E ricordò che si era rivelato di fronte a Daro credendolo incapace di parlare; ricordò che Daro avrebbe potuto tradirlo molte volte e non lo aveva fatto. Comprese dunque che quell'uomo poteva essere un amico. Un uomo del quale potersi fidare. Del resto era stato lui a trovarlo morente in riva al mare e a portarlo in salvo.
Immersi fino alle ginocchia nell'acqua della risaia, gli uomini lavoravano in silenzio. I loro volti cupi e i movimenti lenti, compiuti meccanicamente controvoglia, testimoniavano che essi consideravano quel lavoro una fatica da schiavi, oppressi da un padrone esoso. Nessuno alzava gli occhi, nessuno parlava. Ad un tratto si udì sull'argine il rumore di un galoppo; guardando di sottecchi, gli uomini scorsero un ufficiale a cavallo seguito da una squadra di soldati.
- Eccoli - mormorò qualcuno.
Il colonnello Fitzgerald fermò il cavallo sull'orlo della risaia e, rivolto ad un vecchio contadino, domandò:
- Da quanto tempo siete qui?
Il vecchio alzò la testa; i suoi occhi lo guardarono indifferenti; la sua voce suonò distaccata, quasi fredda.
- Dall'alba - rispose. - Come ogni giorno.
Il colonnello volse lo sguardo tutt'intorno: cercò di scrutare gli uomini, le donne e i bambini che, col capo riparato dai grandi cappelli rotondi, continuavano a lavorare fingendo una maggiore alacrità.
- Avete visto passare qualcuno ?
- Soltanto gli uomini della Compagnia delle Indie incaricati di sorvegliarci - rispose il vecchio. E concluse con lo stesso tono di prima: - Come ogni giorno.
Il colonnello Fitzgerald diede uno strappo alle redini, voltò il cavallo e gridò:
- Andiamo!
Pochi minuti dopo i soldati si inoltravano in un palmeto che sorgeva all'orizzonte; il vecchio li segui con gli occhi, finché l'ultimo soldato non scomparve. Poi si volse e disse:
- Sono andati.
Poco distante da lui, un uomo robusto alzò la testa che aveva tenuto sempre abbassata in modo che l'ampia tesa del cappello gli coprisse il viso e disse:
- Avete rischiato la vita per me. Non lo dimenticherò mai.
- Ti ho portato qui perché sono amici - gridò, Daro con voce stridula.
Il vecchio gli fece cenno di tacere, allarmato.
- Zitto! - esclamò. - Non gridare così.
Daro rispose qualche cosa, ma così basso che nessuno l'udì.
E il vecchio:
- E adesso parli troppo piano. Farai meglio a tacere.
- Sono quattro mesi che faccio il sordomuto. Debbo riabituarmi a parlare.
Il vecchio non gli badò. Si rivolse a Sandokan, rispondendo a quanto egli aveva detto prima.
- Nemmeno noi lo dimenticheremo mai. Siamo felici di avere aiutato la Tigre della Malesia.
- Avete aiutato gli inglesi - ghignò Daro. - Sandokan li avrebbe ammazzati tutti.
Il pirata volse lo sguardo in giro, come per accogliere in un abbraccio tutta quella gente che non lo aveva tradito, rischiando la vita per lui.
- Noi andiamo.
Il vecchio lo fermò con un gesto.
- Aspetta. Prima vieni a rifocillarti nella mia capanna.
Insieme, i tre uomini uscirono dalla risaia raggiunsero il villaggio poco distante e seduti sotto il portico della capanna del contadino attesero che una delle donne preparasse loro un po' di cibo. Parlarono, intanto, della Compagnia delle Indie; dello sfruttamento al quale erano stati sempre sottoposti. Ma subito dopo aver mangiato Sandokan si alzò. Aveva fretta di partire, di raggiungere il mare, di tornare nella sua isola.
Salutò di nuovo il vecchio, mentre Daro, che riacquistata la parola s'era messo in disparte a parlare fitto con la figlia del contadino che li aveva serviti, abbracciò la ragazza.
- Addio Tunka.... Poi torno.
E la ragazza, di rimando con una risata:
- Se non lo fai ti ammazzo.
Nell'avviarsi, Daro confidò a Sandokan:
- E' la mia fidanzata.
I due uomini camminarono a lungo in mezzo a campi coltivati, a boschetti pieni di fiori e frutta profumate, a palmeti carichi di noci di cocco.
- E' una terra ricca, questa.
- Sì - rispose Daro. - Il fiume è pieno di pesci, le piante sono colme di frutta, le piantagioni zeppe di tabacco, gli alberi gonfi di gomma, le risaie ricche di riso....
Camminavano ora lungo il fiume.
- Ma è tutto della Compagnia delle Indie.
- Non proprio tutto - ghignò Daro. - Noi riuscivamo a nascondere più di un terzo del raccolto e lo vendevamo ai contrabbandieri cinesi. - Tacque per un attimo, pensoso, ma quando riprese - a parlare il suono beffardo della sua voce non era cambiato. - E' vero che poi i cipays della Compagnia ci bruciarono il villaggio, ma non riuscirono a mettere le mani sulla roba.... Quando ci arrestarono io mi dissi: " Meglio non sentire le domande e non poter dare le risposte ".... e da quel momento, senza neppure pensarci troppo, cominciai la commedia del sordomuto.
Erano giunti, parlando, ad un'ansa del fiume oltre la quale sorgeva una piccola capanna.
- Ci siamo disse Daro. - Vieni.
Davanti alla capanna c'era una piccola canoa a fondo piatto e, accanto alla canoa, due donne che stavano pescando. Erano così intente al loro lavoro che non s'accorsero dell'arrivo di Sandokan e di Daro finché questi non lanciò un allegro grido di avvertimento. Le donne alzarono la testa e Daro agitò un braccio. Anch'esse lo videro e salutarono con ampi gesti di benvenuto.
Daro continuò il racconto.
- Ci deportarono; ma a me è andata bene. A villa Guillonk mi sono fidanzato con Mennea, la cameriera di Lady Marianna.... L'ho conquistata a gesti, senza pronunciare una parola.
Tacque, tanto più che le due donne, avendolo riconosciuto, gli correvano incontro.
Una era piuttosto grassa, dall'aspetto deciso e nello stesso tempo allegro, l'altra era un fanciulla, poco più che una bambina. Erano uscite dall'acqua e gli correvano incontro gridando e ridendo; e quando gli furono vicine gli saltarono al collo, abbracciandolo. Anche dalla capanna uscirono altre donne; e tutte, riconosciutolo, gli corsero incontro facendogli festa, abbracciandolo, quasi soffocandolo. Daro, ridendo, si sottrasse a quelle effusioni e rivolto a Sandokan disse:
- La mia fidanzata.
Sandokan scrutò tutte quelle donne, perplesso: c'era una bambina magra, una vecchia forse più che centenaria, sorridente e sdentata, due ragazze robuste e belle, tutte sorridenti, e la donna di mezza età, forte e decisa, che gli era corsa incontro per prima. Daro allora precisò, indicandola:
- Lei.
Costei si rivolse a Sandokan, dicendogli semplicemente con la cortesia un po' rustica dei contadini:
- Entra.
In quel momento Daro estrasse di sotto la camicia una bottiglia di vecchio Marsala che aveva sottratto dalla cantina di Lord Guillonk e gridò:
- Guardate che cosa vi ho portato.
Dentro alla casa, al riparo dagli occhi delle eventuali spie del soldati, Sandokan si sedette tranquillamente in mezzo alle donne che, insieme con Daro si erano accinte a fare onore, con gridolini di gioia, al dono raro e profumato.
La fidanzata di Daro non ebbe bisogno di spiegazioni per comprendere la situazione, e rivolta a Sandokan disse:
- Ieri notte, alcuni uomini sono sbarcati da Labuan, pochi chilometri ad est. E si nascondono.
- Come lo hai saputo?
- Le notizie corrono rapide sul fiume - rispose la donna con un sorriso. Continuò: - Cercano un amico. Uno di loro, quello che li comanda, è un bianco.... Ma non è un inglese.
- Come posso arrivare da loro?
- Ci penseremo noi.... Ti condurrà una delle mie figlie che conosce il posto. E come per giustificare la sua solidarietà, concluse: - Mio marito è morto giovane: la vita è dura, sul fiume.
Si alzò e con un gesto del capo ordinò alle altre donne di preparare l'occorrente. Pochi minuti dopo, infatti, la canoa era pronta a qualche metro dalla riva. Una delle ragazze era seduta a poppa e aspettava.
Sandokan era rimasto indietro con Daro: erano soli, loro due, e parlavano sottovoce.
- Che cosa farai? Vieni con me? Se sospettano che mi hai a aiutato a fuggire questa volta non ti deporteranno soltanto. Non ti servirà a nulla fingerti sordomuto.
Daro scosse la testa.
- Torno indietro. Io sono nato qui - rispose; e la sua voce era grave, il suo atteggiamento risoluto. - Questa è la mia terra, questa è la mia gente. - Tacque per un attimo, poi sul suo viso riapparve la solita maschera di stolidità e di furberia insieme, e con un sogghigno concluse: - E mi aspetta la mia fidanzata.
Sandokan gli mise una mano sulla spalla, un gesto di saluto affettuoso, fraterno, entrò nell'acqua, raggiunse la canoa, vi salì. Subito dopo la ragazza fece forza sulla pagaia e la piccola imbarcazione filò via rapida, sul filo della corrente.
Non una parola fu scambiata fra i due. La barca scivolava fra alti palmizi, fra araucarie, fra agavi che nascondevano le rive. Dopo un poco il fiume si suddivise in numerosi piccoli canali che alimentavano le risaie sparse tutto attorno. La ragazza imboccò uno di quei canali, vogò ancora per qualche tempo, poi spinse la canoa ad arenarsi contro la riva. Sandokan balzò a terra; la ragazza lo segui, tirò in secco l'imbarcazione, poi precedette il pirata su per la riva scoscesa, lungo un sentiero appena visibile.
Camminarono a lungo, l'uno dietro l'altra, in silenzio, attraverso un sottobosco ricco di fiori e di profumi. Ad un tratto la ragazza si fermò. Erano giunti sull'orlo di una specie di argine che segnava il limite della vegetazione e oltre il quale, dopo un breve, ripido scoscendimento, cominciava la spiaggia che scendeva in lento declivio verso il mare.
La ragazza indicò un punto lontano.
- Sono laggiù. - Gli sorrise, poi soggiunse: - Buona fortuna.
Non attese una risposta, un ringraziamento; così semplicemente, come lo aveva accompagnato, ripartì in silenzio, senza voltarsi. Rientrò nel fitto della macchia e scomparve.
Quando Sandokan giunse in vista della barca, dopo aver camminato per più d'un'ora, il sole volgeva al tramonto. Di lontano la riconobbe per una delle imbarcazioni dei suoi prahos; tirata in secco sulla riva sembrava abbandonata. Tutto intorno, deserto e silenzio; delimitava la spiaggia il lunghissimo e ripido argine, qua e là roccioso, oltre il quale ricominciava la vegetazione, folta, ricchissima, che preludeva la giungla poco lontana.
Le tracce dei piedi dei tigrotti si intravedevano ancora sulla rena e si dirigevano, aprendosi a ventaglio, verso l'argine. Sandokan le segui, superò lo scoscendimento e, ritrovate le tracce, più evidenti sulla terra compatta, continuò a seguirle. Camminò per un poco finché non si trovò in uno spiazzo quasi completamente circondato dalla giungla. Le tracce erano dirette decisamente verso la boscaglia: evidentemente Yanez e i suoi uomini ci si erano inoltrati per sfuggire alla sorveglianza dei soldati che pattugliavano la costa. Di sicuro, Yanez aveva preparato un campo e lasciato qualche segnale nel caso che egli vi fosse giunto.... Ma era appena arrivato nel mezzo della radura che, d'improvviso, cinque uomini, cinque cipays, sbucarono dalla boscaglia avanzando in fila, lentamente, verso di lui, puntandogli addosso i fucili.
Sandokan estrasse il coltello gurka e si mosse contro di loro che continuavano a tenerlo sotto la minaccia delle armi, senza sparare. Sandokan avanzava deciso: non sarebbe certo uscito vivo da una lotta contro uomini armati di fucile e che avrebbero potuto freddarlo a distanza in qualsiasi momento; tuttavia era certo che se si fosse potuto avvicinare, abbastanza sarebbe riuscito a trascinare con sé, nell'aldilà, almeno un paio di soldati. Ma ad un tratto la sua attenzione fu distratta da un movimento che percepii al suo fianco, appena un po' dietro. Si voltò di scatto e vide un'altra squadra, di soldati, molto più numerosa della prima, che si spiegava alle sue spalle, i fucili puntati, per circondarlo completamente. Si fermò. Non sapeva contro chi rivolgersi. Mentre restava così indeciso, il sergente che comandava la prima squadra ordinò:
- Ginocchio a terra.... Puntate.... Fuoco!
All'ordine seguirono cinque esplosioni. Sandokan, che era rimasto illeso, udì delle grida alle sue spalle; si voltò e vide cinque cipays crollare a terra sotto i colpi dei loro compagni. Poi, mentre ancora stava guardando, incredulo, udì poi risuonare di nuovo l'ordine di fuoco, udì le esplosioni e vide altri cinque cipays cadere morti.
La battaglia - se poteva chiamarsi battaglia - durò pochi secondi: il tempo necessario perché i soldati che lo avevano circondato alle spalle venissero sterminati.
Sandokan si volse di nuovo: i cinque cipays si erano buttati i fucili a tracolla e avanzavano verso di lui. Così mascherati com'erano, non riuscii a riconoscerli se non quando furono abbastanza vicini da scorgere i particolari dei loro visi.... i folti baffi rossicci e le basette di Yanez, per esempio, che si attardò per accendere una sigaretta.
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