La tigre, disturbata dal rumore dei battitori, uscì dal nascondiglio nel quale era rimasta fino a quel momento accovacciata e, soffiando e battendosi i fianchi con la coda, si mise a trotterellare per allontanarsi dagli uomini. Li fiutava e aveva capito di trovarsi in pericolo; ma Tremal Naik, Sandokan e il colonnello Fitzgerald, benché distanziati l'uno dall'altro, erano tutti e tre sottovento. Perciò la tigre si trovò improvvisamente a poche decine di metri davanti al colonnello. Questi imbracciò la carabina e fece fuoco, ma nel momento in cui stava per premere il grilletto il suo cavallo fece uno scarto e gli fece sbagliare la mira: il colpo ferì di striscio la belva. Con un ruggito questa balzò via, furiosa, e si internò di nuovo nella macchia. Ma non fece che poche centinaia di metri e si trovò davanti a Tremal Naik, che l'aspettava a piè fermo in una piccola radura. Lo vide e lo caricò; con due balzi gli fu addosso; Tremal Naik si lasciò investire cadendo abbrancato alla belva e nello stesso tempo immergendole il suo lungo coltello gurka nel petto. La punta ricurva del coltello incontrò il cuore, e la belva, con un sussulto, si abbandonò esanime sul corpo del cacciatore bengalese.

Il colpo di fucile e il ruggito della tigre erano stati uditi dai cacciatori. E mentre il colonnello Fitzgerald si era slanciato all'inseguimento penetrando nel folto del sottobosco, gli altri, sia quelli a cavallo, sia quelli sul dorso degli elefanti, conversero verso il punto dal quale avevano udito provenire l'esplosione un poco delusi per quel colpo di fucile che poteva segnare la fine della caccia.

- Come? è già tutto finito? - gridò il dottor Kirby.

A lui fece eco Lucy che esclamò:

- Ma non abbiamo visto niente!

A queste parole, Marianna, che cavalcava accanto all'elefante sul quale erano l'amica e il medico, diede di sprone e si precipitò in avanti come per giungere prima sul luogo dell'uccisione.

Lord Guillonk le gridò dietro:

- Marianna! Marianna! dove vai? E' pericoloso....

Infatti, spesso, la tigre, quando è ferita, finge di essere morta per potersi vendicare a colpi di zanne e di artiglio sul cacciatore che, poco esperto o temerario, le si avvicina.

Intanto Sandokan aveva raggiunto Tremal Naik, proprio nel momento i cui il bengalese stava alzandosi, sgusciando di sotto il corpo della belva uccisa. I due uomini si guardarono senza parlare: non c'era bisogno di commenti, fra loro. Ma, mentre esaminavano l'animale, si udì alle loro spalle un fruscio e tutti e due furono immediatamente in allarme. Sandokan estrasse il kriss dalla cintura.

Tremal Naik disse:

- Erano due, le tigri.

E Sandokan:

- Questa è mia.

- Ci sono solo due uomini in tutta l'Asia capaci di affrontare una tigre a corpo a corpo.... uno sono io, l'altro è la Tigre della Malesia.... - disse Tremal Naik. Poi soggiunse: - La tigre è tua, Sandokan.

Sandokan, sentendosi riconosciuto, ebbe uno scatto; si voltò; ma il bengalese era scomparso senza lasciar traccia di sé, senza che neppure il fruscio o il movimento di un ramo indicasse il punto nel quale si era dileguato. Rimase dunque fermo, con tutti i sensi all'erta. Ora non udiva più alcun rumore: la belva doveva essersi allontanata. Si mosse lentamente, ma non aveva fatto che pochi passi, quando udì un grido di donna, seguito da un nitrito, da uno sfrascare violento, da un rumore di rami spezzati e di zoccoli in fuga.

- Marianna! - mormorò fra sé.

Corse allora nella direzione del grido della fanciulla, certo che dovesse aver visto la tigre. Ma quando dopo pochi balzi giunse alla radura nella quale si trovava Marianna, la situazione si presentò ai suoi occhi molto più grave di quanto avesse temuto. Per uno scarto del cavallo spaventato, Marianna era caduta per terra: davanti a lei, a pochi metri, era accovacciata la tigre. Il corpo della belva era scosso da un fremito; sotto la sua pelle lucida si notava il movimento ondulatorio dei muscoli che nei felini precede il momento dell'attacco.

Sandokan lanciò il suo grido di guerra per distrarre la tigre; e la belva, infatti, balzò in piedi; si voltò verso di lui, ruggì con un soffio profondo, mosse un passo in avanti, lento, si rannicchiò su se stessa. Anche Sandokan si era rannicchiato su se stesso come una belva pronta per il balzo. E il balzo avvenne contemporaneamente. Mentre le due tigri volavano per aria, Sandokan lanciò il colpo mortale del suo kriss, che rimase infilato nel cuore dell'animale. Ricaddero a terra contemporaneamente; la belva ebbe un sussulto, un fremito, poi si irrigidì nella morte. Sandokan si rialzò; immediatamente corse verso Marianna, l'aiutò ad alzarsi, la strinse fra le braccia. Marianna, atterrita e felice, si abbandonò sul suo petto; lentamente la paura si stava sciogliendo in lei, e lei si sentiva, fra quelle braccia, protetta. Nel suo animo, la paura retrospettiva per quello che sarebbe potuto accadere a Sandokan nel combattimento contro la tigre si con fondeva con la scoperta, e l'accettazione, del suo amore per lui. Egli la sentì fremere fra le sue braccia; comprese quello che stava accadendo in lei e, con uno sforzo violento su se stesso, l'allontanò un poco. E disse:

 

- Con te non posso mentire. Tu devi sapere chi sono.

A Marianna sembrò di essere inspiegabilmente respinta nel momento stesso in cui si abbandonava e alzò gli occhi verso di lui pallida, sgomenta.

Egli continuò sottovoce:

- Il mio è il nome di un pirata.... un nome che desta solo paura.... un nome che annuncia il fuoco e la morte....

Tacque. In quell'attimo preciso il colonnello Fitzgerald piombò nella radura: livido, puntava la carabina su Sandokan. Aveva udito l'urlo della Tigre della Malesia e lo aveva riconosciuto. Gridò:

- Sandokan! lascia quella donna.

Sandokan allontanò da sé Marianna. Diede un'occhiata verso la tigre che aveva ucciso, nella speranza di poter recuperare con un balzo il kriss che era rimasto infilato nel corpo della belva, ma la distanza era troppo grande. Nello stesso tempo valutò quante possibilità avrebbe avuto di fuggire nella boscaglia; forse ci sarebbe riuscito, e già stava per compiere il balzo che lo avrebbe portato fuori mira, quando giunsero nella radura, circondandolo da ogni parte, gli altri cacciatori.

Il colonnello Fitzgerald sempre tenendo sotto mira Sandokan, si avvicinò a Lord Guillonk e gli disse:

- Ho riconosciuto il suo urlo quando ha ucciso la tigre. Lo stesso urlo che lanciò quando venne all'abbordaggio della mia nave. Il vostro ospite, il falso principe di Shaya, non solo è un impostore, è un pirata e un assassino; anzi il peggiore degli assassini: è Sandokan, la Tigre della Malesia.

Un mormorio di eccitazione e di spavento salì dalla fila dei cacciatori, mentre sul viso di Lord Guillonk appariva un'espressione di stupore e di rabbia. Sandokan, indifferente a tutti, preoccupato solo di Marianna che taceva sgomenta, si rivolse a lei dicendo:

- Sono un falso principe con il nome di Shaya, ma sono un principe vero con il nome di Sandokan. Mio padre era sultano e se sono diventato un pirata è solo per riprendermi ciò che voi inglesi mi avete tolto.

Lord Guillonk notò il turbamento di Marianna e colto da un improvviso furore ordinò ai cacciatori:

- Prendete quell'uomo.

I cacciatori malesi e i battitori si avvicinarono, stringendo il cerchio intorno a Sandokan, ma in quel preciso istante dalla giungla risuonò un sibilo acuto, modulato. E nell'udire quel fischio, l'elefante che aveva, prima dell'inizio della caccia, salutato Tremal Naik con tanta effusione ebbe uno scarto improvviso. Cominciò a barrire e a dondolarsi, a colpire i suoi compagni con potenti spallate, provocando una reazione violenta che si estese da un animale all'altro come se tutti fossero stati colti da un improvviso attacco di pazzia. In questo agitarsi convulso, tra i barriti furiosi dei pachidermi, si udivano le grida dei cornak che cercavano di calmare i loro elefanti, le grida spaventate dei cacciatori, e più ancora delle cacciatrici, che si trovavano sulle torrette. Ad un certo punto una di queste torrette, impigliandosi contro i rami bassi di un albero, si schiantò e coloro che l'occupavano caddero per terra rischiando di finire sotto le zampe degli animali imbizzarriti.

Sandokan comprese che a creare tutto quello scompiglio era stato il fischio di Tremal Naik, al quale gli elefanti obbedivano, e approfittò della confusione per slanciarsi fra i cespugli e scomparire. Pochi istanti più tardi, era a fianco di Tremal Naik che sembrava aspettarlo sul ramo di un albero gigantesco.

Ma se molti avevano perso la testa per l'improvvisa pazzia degli elefanti, il colonnello Fitzgerald era rimasto calmo.

- Fuoco! - gridò. - Fuoco!

Egli stesso sparò per primo in direzione di Sandokan. Altri colpi di arma da fuoco furono esplosi dai cacciatori.

- E' su quell'albero! - si udì gridare.

- E un'altra voce:

- Si è nascosto dietro quel cespuglio.

Qualcuno continuava a sparare, puntando l'arma a caso fra gli alberi della giungla.

- E là! - gridò una donna.

- Sparate! Fuoco!

Piano piano, i cornak erano riusciti a calmare gli elefanti, ma fra gli uomini l'eccitazione non andava affatto scomparendo. Il dottor Kirby aveva estratto la sua fiaschetta di whisky e ne beveva lunghi sorsi. Sembrava divertirsi infinitamente. Rideva. Era stato l'unico che non aveva sparato contro Sandokan: sportivamente aveva preferito bere alla salute del pirata. Tutti gli uomini si erano riuniti agitatissimi intorno a Lord Guillonk come per aspettare ordini da lui; ma egli non si era ancora riavuto dalla sorpresa e sembrava incerto sul da farsi al punto che uno, caricando il fucile, gli propose:

- Perché non gli diamo la caccia?

- Andiamo! - accettò subito con entusiasmo un altro.

Il dottor Kirby rivolse un'occhiata sgomento a Lord Guillonk. Disse:

- Ma si rende conto? Quello che ci propongono è una caccia all'uomo!

- Non è un uomo, è una belva! - gridò una donna dall'alto dell'elefante, sulla cui torretta stava aggrappata ancora in preda al panico.

- Una tigre! - rincarò un uomo.

- La Tigre di Mompracem! - fece eco un altro.

Lord Guillonk cercò di placare i cacciatori che stavano eccitandosi a vicenda: non era certamente degno di un gentiluomo abbandonarsi ad una caccia simile.

- Signori! - gridava. - Signori, cercate di calmarvi.

Ma i cacciatori sembravano non intendere ragione.

Anche il colonnello Fitzgerald guardava sdegnato quegli individui che si erano improvvisamente trasformati da gentiluomini in bestie, e chiamando a sé uno dei suoi giovani ufficiali gli disse:

- Questa faccenda riguarda noi militari, non è un passatempo per dilettanti. Chiami i cipays.

Sfuggiti alla fucileria disordinata dei cacciatori, Tremal Naik e Sandokan balzavano di ramo in ramo, di albero in albero, aggrappandosi alle liane pendenti, finché, giunti ad una certa distanza, tutti e due scesero a terra.

Solo in quel momento Sandokan poté abbracciare il suo salvatore.

- Grazie, Tremal Naik!

Sul viso giovanile del cacciatore bengalese apparve un sorriso: a che servono i ringraziamenti, in certi casi?

- Tieni anche questo - disse, sfilandosi il coltello gurka che portava alla cintura. - Ne avrai bisogno. - Poi, accennando al bosco, alle loro spalle, da cui provenivano barriti di elefanti e voci di cacciatori, continuò: - Hai qualche minuto di vantaggio. Ma non è finita, ti daranno la caccia come ad un animale.

Sandokan si infilò l'arma nella fascia che gli circondava la vita.

- Grazie! - disse. - Te lo restituirò. Sento che ci incontreremo di nuovo. E quel giorno potrei chiederti di venire con me a Mompracem, nella mia isola, a combattere al mio fianco, come mio fratello.

Ma Tremal Naik scosse la testa e sempre con quel suo sorriso aperto, quasi fanciullesco, tuttavia con un tono grave nella voce, rispose:

- Io ti ammiro, Sandokan, e mi piace la tua lotta. Ma non posso combattere gli uomini: non li amo abbastanza. La mia vita è nella foresta, in mezzo agli animali. Nella giungla più folta non arriva l'odio degli uomini.

Sandokan lo guardò con ammirazione, sorpreso che un ragazzo così giovane avesse capito tanto di sé e degli altri.

- Non so se la tua giungla sarà abbastanza grande da proteggerti per sempre.

- Ognuno sceglie la sua strada, nella vita - disse Tremal Naik quasi con solennità. - Tu avrai il coraggio di seguire la tua fino in fondo e io d'ora in poi ti sarò amico per questo.

- Anche tu segui la tua strada, Tremal Naik. Vedrai che finiremo per incontrarci di nuovo. Le vie del coraggio uniscono gli amici vecchi e quelli nuovi.

Tremal Naik appoggiò le mani sulle spalle di Sandokan, in un fraterno abbraccio. Disse:

- Al prossimo incontro.

Si allontanò e scomparve nel folto della giungla.

La battuta per la caccia all'uomo era incominciata. Abbandonata ogni prudenza, ora che le tigri erano state uccise, i cacciatori avanzavano in ordine sparso, senza preoccuparsi del rumore che facevano. Avanzavano a piedi e a cavallo, seguiti dagli elefanti sui quali coloro che stavano tranquillamente nelle torrette commentavano, spiritosamente o preoccupati, a seconda del loro carattere, gli avvenimenti.

 

Una dama disse:

- Ma non sarebbe stato meglio continuare ad usare i battitori?

- Ahimé, signora, questa non è una tigre come le altre - le gridò il dottor Kirby da un altro elefante.

Intanto tre cacciatori, due bianchi e un indigeno, avevano sopravanzato gli altri: procedevano in testa a tutti, ben distanziati. L'indigeno, a piedi, seguiva le tracce lasciate dal fuggiasco.

- Forza, Sabah! - disse uno dei gentiluomini che cavalcava alle sue spalle.

- Una sterlina per te se lo scoviamo per primi.

- Il colpo è mio - disse l'altro. - D'accordo?

- Come vuole - accettò l'altro sportivamente. - Tanto sarò io a colpirlo.

Più distante, alle loro spalle, il colonnello aveva ricevuto i rinforzi richiesti e avanzava lentamente, attento, osservando ogni particolare del terreno, da ufficiale pratico di battaglie e di imboscate.

I tre cacciatori che erano in testa non ebbero sentore di nulla. Furono attaccati improvvisamente da un diavolo piombato dall'alto di un albero. Il coltello gurka squarciò tre petti prima che uno solo dei tre cacciatori potesse lanciare un grido di avvertimento.

Sandokan si rialzò dopo aver colpito, raccolse le armi degli uomini che aveva ucciso e si affrettò a rintanarsi di nuovo nella giungla. Seguendo il proprio istinto di combattente preparò un agguato per coloro che stavano sopraggiungendo.

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