Il campo base per la caccia alla tigre era stato organizzato al casino di caccia di Lord Guillonk, che sorgeva in una radura lontana qualche chilometro dalla villa. E lì, davanti alle grandi tavole coperte di rinfreschi, di torte e di dolci, si aggirava una folla di cacciatori, di signore, di ragazzi che si rincorrevano giocando. Tutt'intorno alla casa, le carrozze, che avevano portato le signore e i bambini, e i cavalli, con i quali erano giunti gli uomini, sostavano all'ombra sotto la sorveglianza dei servitori.

L'animazione aveva un sapore paesano; una via di mezzo tra un pic-nic e una caccia alla volpe improvvisata da un gruppo di buoni borghesi intenzionati a scimmiottare una consuetudine riservata, in patria, alla più esclusiva nobiltà. Infatti gli abiti dei cacciatori erano delle fogge più strane; dai vestiti di fustagno alle sahariane ornate di alamari dei militari, dagli stivali alle ghette e alle mollettiere, dalle tube al caschi coloniali adorni di veli, ai turbanti variopinti. Alcune signore indossavano abiti da cavallo, ed erano evidentemente quelle che intendevano seguire la caccia; altre, invece, erano in abito da passeggio; il che voleva dire che per loro l'avventura di quella giornata si concludeva lì: una pura e semplice scampagnata.

Se non fosse stato per gli elefanti che sostavano ai margini della radura, sotto i primi alberi della foresta l'illusione sarebbe stata perfetta.

Tra gli invitati si muovevano i servitori con vassoi carichi di gelati e di bibite rinfrescanti, mentre ad una tavola si servivano alcolici per i signori che, come il dottor Kirby, non potevano fare a meno di una buona dose di liquido corroborante e stimolante.

Ad un tratto qualcuno gridò:

- La fotografia! La fotografia!

Tutti allora si riversarono nel centro del piazzale che si apriva davanti alla casa come un'aia. Cominciò da parte del fotografo la lunga serie dei tentativi per disporre il gruppo in modo abbastanza compatto, perché le persone che stavano ai lati si stringessero verso il centro, e quelle più alte si mettessero dietro e quelle più basse davanti e i bambini stessero fermi, seduti. Poi, alla fine, dopo aver lottato contro uomini che si mettevano in pose di eroica fierezza e non intendevano cedere agli altri, e donne che sorridevano continuando ad agitare i ventagli, e bambini irrequieti, e dopo essere riuscito a far star fermi tutti quanti il tempo necessario, il fotografo poté infilarsi sotto il grande panno nero e scattare la fotografia.

Appena fatto, il gruppo si sparpagliò: i ragazzi si rimisero a giocare e ad andare in cerca di dolci, le signore si rimisero a chiacchierare fra di loro in piccoli crocchi pettegoli, passeggiando su e giù, gli uomini si diressero verso i cavalli.

- Lord Guillonk mi aveva detto che la caccia sarebbe stata guidata da un famosissimo cacciatore bengalese - disse uno degli invitati. - Ma non lo vedo.

- Sì - rispose un altro ospite che sembrava bene informato. - E' venuto apposta dall'India. Si chiama Tremal Naik.... Eccolo là.

Così dicendo indicò un giovane, seduto in disparte.

- Sarebbe quel ragazzo, il grande Tremal Naik?

- Pare!

I due cacciatori non apparivano molto convinti: il cacciatore bengalese sembrava infatti poco più di un ragazzo. Con solo un perizoma intorno ai fianchi e una specie di camicia di pelle, armato di un lungo coltello ricurvo e di un arco, Tremal Naik se ne stava seduto a gambe incrociate, come assorto in profonda meditazione. Sembrava che tutto quel che gli accadeva intorno non lo riguardasse. Il suo pensiero era concentrato sulla cosa che doveva fare: uccidere la tigre. E vi si preparava psichicamente e spiritualmente come, se avesse dovuto compiere un rito.

Scioltosi il gruppo della fotografia, Lord Guillonk stava per dare ordine di incominciare la caccia, quando dal fitto della foresta sbucarono due uomini a cavallo: due cacciatori malesi, uomini di grande esperienza e di altissimo coraggio, che avrebbero dovuto proteggere i cacciatori bianchi dall'eventuale e del resto quasi inevitabile attacco della belva.

I due uomini si avvicinarono al galoppo; sul cavallo di uno di loro, buttato attraverso la sella, c'era il corpo di un altro uomo. I due malesi scesero e adagiarono il loro compagno a terra. Il dottor Kirby si avvicinò; ma si accorse subito che la sua opera era inutile: il malese era morto.

Uno degli uomini si rivolse a Lord Guillonk.

- La tigre, Lord Guillonk. Lui camminava in testa.... Abbiamo solo sentito i ruggiti e le sue grida. Quando siamo arrivati era già scomparsa nel bosco.

Mentre il malese parlava, Tremal Naik si era alzato e si era avvicinato con calma; scostò con delicatezza il dottor Kirby e guardò le ferite del morto.

- Femmina - disse.

- Che vuol dire femmina? - domandò il dottor Kirby.

- La tigre - rispose Tremal Naik.

Un cacciatore bianco che si era avvicinato insieme con gli altri intervenne scuotendo la testa.

- No - disse. - La tigre che è stata avvistata in questa zona è un maschio.

Tremal Naik lo guardò fissamente.

- Denti di femmina - dichiarò brevemente. Poi si volse, e stava per andarsene quando Lord Guillonk lo fermò.

- Dove vai? Tra poco i battitori dall'altra parte del bosco cominceranno a sospingere la tigre verso di noi. Dobbiamo prepararci a partire.

- Io vado prima. Tra voi e i battitori. Aspetterò la tigre da solo.

- No. Tu starai con noi e guiderai il gruppo. I miei ospiti sono qui per divertirsi.

- La morte non deve divertire. Neanche la morte di un animale.

- Io ti ho pagato per guidarci.

- No. Tu hai pagato per uccidere la tigre. Come e dove lo decido io.

Lord Guillonk rimase interdetto. Non seppe che cosa rispondere. In quel momento il colonnello Fitzgerald, che aveva sentito, si avvicinò. Fermando il cavallo accanto a Tremal Naik, gli disse:

- Lei è molto giovane ma devo dire che è molto coraggioso.... - Gli porse la sua splendida carabina e soggiunse: - Prenda questa. E' un'arma perfetta.

Tremal Naik fissò intensamente l'ufficiale, poi, toccandosi il coltello che portava alla vita, rispose:

- Ho questo.

- Ma questa è più sicura.

- Non è l'arma che conta: è l'uomo.

Quel bengalese - interloquì - il dottor Kirby - ha detto una cosa giusta. Sono d'accordo anch'io.

Tremal Naik senza aggiungere una parola si allontanò verso gli elefanti. Li passò in rassegna ad uno ad uno, controllando la disposizione delle torrette sui loro dorsi, ma soprattutto assicurandosi che i pachidermi fossero tranquilli. Procedé in silenzio lungo la fila, finché, giunto in prossimità di un elefante più grosso e più anziano degli altri, emise un lieve sibilo. L'animale voltò la testa verso Tremal Naik ed egli, avvicinandosi, gli accarezzò la proboscide. L'elefante gli ricambiò la carezza avvolgendogli la proboscide, intorno al braccio, quasi cercando - evidentemente era una specie di gioco che avevano già fatto tra di loro - di trattenerlo. Tremal Naik, battendogli con la mano sulla fronte, si staccò da quell'abbraccio e si allontanò. Un minuto dopo era scomparso nella folta vegetazione della giungla.

Nel frattempo i cacciatori stavano riunendosi; quelli che montavano a cavallo caracollavano intorno con aria d'importanza; gli altri, comprese alcune signore, si avvicinarono agli elefanti che i cornak avevano fatto inginocchiare; furono appoggiate le scale alle torrette e gli invitati cominciarono a salire, fra gli strilli delle donne e i commenti più rudi degli uomini.

Lucy, che era giunta a cavallo, cambiò idea e si avviò, in compagnia del dottor Kirby, verso un elefante. Si giustificò con Marianna che la canzonava bonariamente, dicendo:

- Non riuscirei a resistere, in sella. Che emozione! Mi pare impossibile di trovarmi di fronte a una tigre viva.

Marianna le disse un'ultima frase scherzosa, toccò col frustino il cavallo che fece uno scarto e si allontanò. Lucy si fece aiutare dal dottore che si prodigò galantemente per quanto fosse impacciato da un fucile e da una fiaschetta tascabile di whisky, dal quale non riusciva a staccarsi in alcun momento e in alcuna occasione.

Marianna frenò il cavallo, che si era un po' eccitato per la vicinanza degli elefanti, vicino a Sandokan che stava in disparte, disarmato.

- Altezza, lei non partecipa alla caccia? - domandò.

- No, milady: io sto per partire.

- Parte?

- Oggi stesso.

- Così all'improvviso?

Marianna sembrava colpita da questa decisione: non riusciva a capirla. Nei suoi occhi c'era una richiesta di spiegazione che Sandokan comprese. Nel risponderle i suoi occhi divennero ardenti.

- Io rimpiango la febbre, Lady Marianna - disse. - Vorrei tornare ad essere in pericolo di vita, vorrei delirare di nuovo ai limiti della resistenza umana.... Sì, perché in quei momenti mi appariva l'immagine di una donna meravigliosa.... La voce si ruppe tanta era l'intensità della sua commozione. Rimase qualche istante in silenzio respirando profondamente, poi, più tranquillamente, riprese: - Una donna che sembrava potesse capirmi, potesse amarmi, cosi come mi stava curando.... una donna che speravo follemente non mi avrebbe lasciato più. - Tacque ancora, guardandola. Adesso era perfettamente calmo. Soggiunse: - Ma ora la febbre è passata. Sono vivo e sono sveglio. La realtà non si adegua al sogno. Perciò me ne vado.... Mi porterò dietro il ricordo di quella donna. - Si voltò di scatto avviandosi verso il suo cavallo.

- Altezza! - chiamò Marianna.

La voce commossa e turbata della fanciulla lo colpì, gli fece divampare di nuovo in petto, come un gran fuoco che prenda esca da una scintilla, quella speranza alla quale aveva rinunziato. Si fermò; e Marianna, esitando, riprese a parlare con lo stesso tono di voce sommesso che Sandokan aveva udito nei giorni della malattia.

- Lei dice le cose che avrei immaginato avesse dette, ha la voce che avrei immaginato che avesse.... io.... - si interruppe pallida, senza forza. Poi, decisa, soggiunse: - La prego, rimanga ancora qualche giorno.

Gli occhi di Sandokan ebbero un lampo. Improvvisamente si sentì invaso dalla febbre, dalla stessa febbre che lo aveva bruciato la sera del ballo.

- Milady, lei mi ha detto che nel suo paese il dono di un anello ha un significato particolare, che credo di aver capito.... Ebbene, nel mio paese un'altra usanza ha lo stesso significato.... uccidere una tigre per la donna amata. Io ucciderò la tigre per lei, Lady Marianna.

Tacque. Come la sera del ballo, sul filo invisibile dei loro sguardi che si incontravano corse un messaggio che le parole non avrebbero potuto esprimere. Poi Sandokan, d'improvviso, senza aggiungere parola, si gettò oltre la radura, tra i cespugli, del sottobosco nella direzione presa da Tremal Naik.

Non lontano da loro Lord Guillonk e il colonnello Fitzgerald insieme con un gruppo di cacciatori avevano assistito alla scena: erano troppo distanti per udire le parole, ma vedendo Sandokan precipitarsi nella giungla, proprio come aveva fatto Tremal Naik, compresero che anche Sandokan aveva deciso di uccidere la tigre da solo.

Lord Guillonk esclamò:

- Che pazzia affrontare la tigre da soli.... Pazzia!

- Il principe di Shaya è disarmato! - commentò un cacciatore.

- Ha solo un pugnale! - disse un altro.

- Perché qualcuno non corre a fermarli? - gridò una donna sgomenta.

Ma i cacciatori non le badarono. Uno di questi disse:

- E' solo orgoglio. Sono degli esibizionisti.

Tuttavia, benché un coro di approvazione confermasse che quella era l'opinione generale, il colonnello Fitzgerald stava ancora guardando con ammirazione e forse anche con un certo disappunto verso la foresta.

- Esibizionismo, orgoglio, coraggio.... che importa qual è la molla? Lo fanno.... ed è un bel gesto - disse d'un tratto ad alta voce e con un tono tale che gli altri si zittirono. Si infilò i guanti e con una punta di ironia rivolta verso se stesso, concluse: Che naturalmente può fare anche un ufficiale di Sua Maestà la regina Vittoria.

E sotto lo sguardo sorpreso degli altri si avviò, al piccolo trotto, verso il margine della radura; passò davanti a Lady Marianna, la guardò con intendizione, le fece un saluto militare poi si addentrò nella boscaglia e scomparve.

Lord Guillonk allora, leggermente contrariato, si volse verso la sua gente che aspettava e gridò:

- Avanti i battitori. In marcia.

Subito squillò un corno al quale rispose il suono di altri corni lontani. Tutta la compagnia si mise in movimento e immediatamente risuonarono strumenti di ogni genere, pifferi, tamburi, pezzi di legno battuti l'uno contro l'altro, ai quali si accompagnavano le urla del battitori.

I cornak pungolarono gli elefanti. La caccia ebbe inizio.

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