Ora il giardino si era animato; uno stalliere aveva portato fuor i due cavalli sellati e li faceva passeggiare lentamente davanti alla casa. Subito dopo uscì Lady Marianna, in una splendida amazzone color lilla; accanto a lei, la sua amica Lucy. Parlavano fittamente', si avvicinarono ai cavalli; e lo stalliere le aiutò a montare in sella.

Dalla finestra, seminascosto dalle cortine, Sandokan contemplava la fanciulla. Mormorò:

- Il mio sogno.... Il sogno che inseguivo nel delirio.

Era quella, infatti, quella fanciulla bionda che stava montando a cavallo, la giovinetta che lo aveva assistito, nelle ore del delirio.

- Speravo che continuasse a rimanere un sogno.... Ma è la Perla di Labuan! La nipote del rappresentante della Compagnia delle Indie!... I miei peggiori nemici.... nemmeno soldati: solo commercianti, speculatori....

Daro, che stava ancora raccogliendo i pezzi del vassoio rotto, lo guardava stolidamente. Sandokan si allontanò dalla finestra lasciando ricadere la tenda. Non avrebbe potuto continuare a rimanere in quella casa, in mezzo a quegli uomini, doveva andarsene. A un tratto, ad alta voce, quasi con un ruggito, disse:

- Yanez mi aspetta a Mompracem! P- ora che io parta, mi sento abbastanza in forze per fuggire.... - Mentre diceva così si accorse della presenza di Daro. - Mi dispiace per te - soggiunse. - Devo proprio toglierti di mezzo. Ora dovrò stordirti.

Il servo non aveva smesso di guardarlo, ma evidentemente doveva aver finito di raccogliere i cocci perché fece un inchino e uscì in fretta e furia.

Sandokan, con un sorriso divertito, gli mormorò alle spalle:

- Te ne vai? Meglio: in fondo ti devo la vita.

Appena il servo fu uscito, Sandokan ritornò alla finestra: guardò fuori, aprì i vetri, si sporse: il giardino era deserto. Le due amazzoni erano andate via, A quell'ora, probabilmente, erano lontane.

La finestra non era alta; Sandokan scavalcò il davanzale e si calò nel giardino. Si allontanò lungo la casa cercando di rimanere . quanto più possibile nascosto dai rampicanti che la circondavano. Si avvicinò alle scuderie, davanti alle quali, in uno spiazzo recintato, alcuni cavalli si muovevano in libertà. Si avvicinò e ne scelse uno dal portamento superbo, che sembrava fatto apposta per portare lui, la Tigre della Malesia. Gli si avvicinò lentamente per non spaventarlo; gli posò una mano sul collo. Il cavallo ebbe uno scarto, ma poi la dolcezza di quella carezza lo calmò; si lasciò avvicinare. Sandokan, allora, aggrappandosi alla criniera, con un balzo gli fu in groppa; lo spronò con ì talloni. L'animale partì al galoppo; sfrecciò lungo la staccionata, si infilò fra gli alberi del parco e scomparve. Uno stalliere che, sentendo l'agitazione dei cavalli, si era avvicinato al recinto, fece appena in tempo a scostarsi per non essere travolto. Fu la sola persona che udì un urlo selvaggio provenire dal folto della macchia che orlava il giardino.

 

 

Le due fanciulle cavalcarono al piccolo trotto seguendo un sentiero che già avevano percorso altre volte.

- Ci fermiamo dal santone anche oggi, Marianna? - domandò Lucy quando giunsero alla, radura.

- Sì - rispose Marianna scivolando giù di sella.

- Non capisco come tu riesca a parlare con quell'uomo. Sembra una statua di cera.

Anche Lucy era scesa da cavallo e ora stava afferrando le redini dei due animali.

Marianna disse:

- Non è una statua. E' quello che da noi sarebbe una specie di santo.

Lucy la guardò con un sorriso di simpatia.

- Vai pure. Io ti aspetto qui.

Dall'altra parte della radura sorgeva, quasi nascosto dalle piante che lo circondavano, un piccolo tempio indiano dedicato alla Trimurti, poco più grande di un tabernacolo di legno, ornato di fiori e di rampicanti. Sotto il portico, seduto nella posizione del loto, un vecchio immobile era assorto in meditazione.

La fanciulla si avvicinò; sembrava che il veccchio, con una rada barba bianca, i capelli raccolti in crocchia sulla nuca, un tatuaggio pitturato in bianco sulla fronte, non si fosse mosso dall'ultima volta in cui lei era stata a visitarlo, e forse dall'eternità. Si avvicinava come affascinata; lo guardava intensamente e il suo passo si faceva sempre più lento ed esitante.

Quando giunse vicino alla colonna del portico, si fermò; disse:

- Sono tornata a trovarti. Quando ti vedo mi sento come rasserenata; eppure non posso fare a meno di domandarmi: chi è quest'uomo? Che cosa fa per farmi sentire così?

Il vecchio mosse appena il capo, posò su di lei i suoi grandi occhi misteriosi e rispose lentamente:

- Cerco di capire Dio.

- E' possibile capire Dio?

- E' possibile cercare di capirlo.

- Qual è il Dio in cui credi?

La voce del vecchio si fece solenne.

- E' il vero Dio: la Trimurti. A lui è dedicato questo tempio. Egli ha tre nomi: Brama: la forza della creazione che sempre continua a creare.... Visnù: la forza che continuamente conserva ciò che è stato creato.... Shiva: la forza che continuamente distrugge. Eppure tutti sono un'unica forza: ognuno diverso e ognuno uguale all'altro.

Marianna ascoltava affascinata. Un sottile turbamento si era impossessato di lei: di fronte a quell'uomo si sentiva scoperta, indifesa.

- Tu capisci le mie parole, la mia lingua - mormorò. - E' strano; ma mi sembra che tu capisca anche me.... Anche quello che non ti dico.

- Avvicinati - disse il vecchio con un lento gesto della mano.

Lei si avvicinò, si chinò verso di lui, e lui, intinto un dito in una ciotola di terra rossa, le segnò un punto rosso in mezzo alla fronte, alla radice del naso.

- Che cos'è? - domandò Marianna rialzandosi.

- Ti ho segnata con il segno di Dio.

Marianna fece un passo indietro, sgomenta, le braccia strette sul petto, il viso divenuto improvvisamente pallido.

In quel preciso istante si udì il galoppo di un cavallo.

Il vecchio rimase impassibile, fermo; Marianna si voltò di scatto. All'improvviso sbucò dagli alberi Sandokan: lui e il cavallo sembravano tutt'uno: due esseri selvaggi, liberi, indomabili. Ma Sandokan vide dall'altra parte della radura Marianna e allora non poté fare a meno di frenare l'impeto della cavalcatura. Si immobilizzò. Accanto al tempietto anche Marianna era immobile. I due si guardarono intensamente. Ella intuì che Sandokan stava fuggendo ed egli intuì che lei gli chiedeva di restare.

Fu un lungo attimo intenso di attesa. Poi Marianna sentì sulla fronte il segno rosso che il santone le aveva impresso col dito. Sentì che quel segno rivelava all'uomo che le stava davanti la sua anima nuda e ne provò come vergogna o pudore. Di scatto alzò la mano e lo cancellò: sulle dita le rimase una macchia rossa come il sangue.

Continuarono a guardarsi, poi Sandokan comprese il silenzioso messaggio di Marianna e con un urlo voltò il cavallo, lo spronò e scomparve di nuovo nel bosco, dalla stessa parte da cui era venuto.

Rientrò nel giardino della villa; si avvicinò al recinto dei cavalli, balzò a terra e spinse l'animale generoso dentro lo steccato. Poi si voltò per rientrare ma si fermò di colpo sentendo un lieve fruscio. Si irrigidì in allarme; qualcuno doveva averlo visto; qualcuno forse doveva aver intuito il suo desiderio di fuga; camminò lentamente nascondendosi fra i rampicanti, in silenzio, lento come una tigre che si avvicina alla preda, e d'un tratto si trovò di fronte a Daro e, vistosi scoperto, si coprì il viso e il capo con le braccia, indietreggiando impaurito. Sandokan lo fermò con un gesto.

- No, non aver paura - disse. - Il fuggitivo è tornato volontariamente. La Perla di Labuan è troppo bella, il suo sguardo ha acceso nel mio cuore un incendio. Non partirò finché non mi avrà bruciato.

Si volse e si allontanò.

Daro rimase a guardarlo con gli occhi sgranati.

 

 

Lady Marianna passava tra i mercanti, interessandosi a tutto. Da ogni parte, stoffe, vasellami , merce di ogni genere. Lei si aggirava in mezzo a loro seguita da Mennea, soffermandosi o attardandosi, incuriosita di ciò che vedeva. Di tratto in tratto sceglieva un oggetto, un vaso, una gabbietta, e lo porgeva alla serva che lo consegnava a Daro che chiudeva la fila. Poi si fermò lungamente a guardare un uomo che stampava una bellissima stoffa bianca tesa su un tavolo, alla presenza di tutti. Aveva un grande stampo rettangolare che immergeva in un secchio di colore e che poi appoggiava come un timbro sulla stoffa; ed essa, di mano in mano, acquistava col colore l'aspetto di un drappo fiorito. Marianna guardava affascinata; le sarebbe piaciuto avere una stoffa come quella per farsene un vestito; ma essa non sarebbe stata adatta per gli abiti all'europea che era costretta a portare: sarebbe invece andata bene per un sarong malese, semplice e fresco. Il pensiero di acquistare la stoffa le attraversò la mente, ma lo scacciò subito, come un'idea riprovevole e si allontanò di scatto.

Tre donne, tre vecchie megere, brutte, sdentate, l'attirarono: dovevano essere tre streghe: si passavano l'una l'altra una piccola ciotola contenente dei granelli di riso; ciascuna scuoteva la ciotola, studiava la disposizione dei granelli sul fondo e mormorava qualche cosa che Lady Marianna non riusciva a capire. Evidentemente le tre maghe stavano cercando di indovinare il suo avvenire. Ciascuna, dopo avere scosso la ciotola, guardava la fanciulla con uno sguardo tra il triste e il rassegnato. Ma Lady Marianna non si curò di farsi interpretare i segreti del suo futuro; giovane, bella e ricca, non sorrideva più; qualcosa era entrato in lei che lei non sapeva spiegarsi. Era affascinata da tutta quella gente; ma si sentiva diversa.

E questo la rendeva triste.

La festa per il diciottesimo compleanno di Lady Marianna era in pieno svolgimento. Nel salone si aggiravano dame e gentiluomini; qua e là gruppi di persone conversavano con quella poca animazione che il gran caldo consentiva; servi malesi porgevano, su grandi vassoi d'argento o di cristallo, coppe di champagne e lunghi bicchieri di whisky e di bibite ghiacciate. Un po' in disparte, stavano gruppi di invitati malesi, uomini e donne.

L'orchestra, composta da una dozzina di soldati di colore, riprese a suonare e nel centro del salone si formarono le coppie: tra queste la separazione razziale era più evidente perché non c'era, e non sarebbe stata pensabile, una coppia mista.

Lord Guillonk passava da un invitato all'altro soffermandosi, scambiando qualche parola, un cenno di saluto, un sorriso alle signore. Quando fu vicino al dottor Kirby, questi lo trattenne.

- Magnifica festa, Lord Guillonk - disse. - E lo champagne è all'altezza della situazione. Ne beve una coppa con me?

Posò il calice vuoto che teneva in mano e raccolse da un vassoio che gli porgeva un servitore due coppe; ne offrì una a Lord Guillonk il quale la prese ridendo.

- Perché no?... Per una volta....

- Se lei fosse un'altra persona giuro che diffiderei. Che diamine! Un uomo astemio.

- Quasi astemio - disse Lord Guillonk alzando la coppa e bevendone un sorso.

- Ne ho abbastanza di tutti questi mussulmani che non bevono - disse il medico irosamente. - Guardateli là: impettiti, compassati.... Se non fosse per gli abiti e il colore della pelle, sarebbero più inglesi di me.

Egli aveva, infatti, il colletto sbottonato e la cravatta fuori posto.... ma non era soltanto una questione di caldo.

Una dama si avvicinò e domandò a Lord Guillonk:

- E Lady Marianna?

- Scenderà. Sta ancora preparandosi, credo.

- Fa bene. Una bella donna deve farsi desiderare.

- Ricordo tanti anni fa la festa del mio matrimonio - intervenne il dottor Kirby. Si aspettava anche allora che la sposa scendesse; ma non scendeva mai. Così andai a vedere e trovai tutti molto imbarazzati. Mi dissero che quella brava figliuola era scappata con un altro e che non ci sarebbe stato più matrimonio.

Concluse queste parole con una risata amara e colse a volo un'altra coppa di champagne.

- Le pesa tanto la vita dello scapolo, dottor Kirby? - domandò Lord Guillonk.

- Macché.... Solo come un cane, confinato agli antipodi e con una sete che non si spegne mai, chi è più felice di me?

Lord Guillonk lo lasciò mentre il medico ironizzava ancora sorte; raggiunse l'atrio per accogliere altri invitati che stavano quel momento. Tra questi entrò anche il capitano Van Doren.

- Sono lieto di vederla qui, stasera, capitano - lo salutò Lord Guillonk.

- Anch'io. Ma questa volta non potremo concludere affari. purtroppo ho perso la nave e il carico.

- Mi rallegro che almeno lei sia riuscito a scamparla.

- Ma sì. E' stata una specie di favola. Come nei romanzi d'avventura.

Si erano intanto allontanati dall'atrio e passavano in mezzo agli invitati.

- Non vedo Lady Marianna - disse un giovanotto al Lord.

- Sa come sono le donne....

- Già, specialmente quelle più ammirate.

- Si fermerà per la caccia, Lord Merril?

- Certo. Ho saputo che ha chiamato a guidarla il più famoso cacciatore indiano.

- Non è indiano: è bengalese: Tremal Naik.

- E dov'è?

- E un tipo schivo. Non è intervenuto alla festa. Anche i grandi cacciatori si fanno desiderare.

- So che ha un altro ospite di riguardo, Lord Guillonk - disse Van Doren.

- Sì, ho avuto l'onore di salvare la vita al fratello del Sultano di Shaya. stato attaccato dai pirati proprio come lei.

- Ho commerciato molto a Shaya e conosco tanto il sultano quanto suo fratello. Sarò contento di salutarlo e di congratularmi per lo scampato pericolo.

- Venga allora.... Ecco Sua Altezza.

Sandokan se ne stava fermo accanto alla parete di fronte allo scalone, come in attesa. Sentendo la voce di Lord Guillonk si voltò.

- Altezza, lei conosce il capitano Van Doren - disse questi. Il pirata e il capitano si fissarono: Van Doren aggrottò la fronte, ebbe un impercettibile attimo di esitazione, ma quando parlò la sua voce era calorosa, decisa.

 

- Lei non può avermi dimenticato, Altezza. Ho avuto recentemente il piacere di essere ospite nel suo regno. E ricordo che nel lasciarmi lei mi regalò un bracciale di grande valore.

Lord Guillonk lo guardò sbalordito.

- Davvero? - esclamò. - E che cosa ha fatto il capitano per meritare un dono simile.

- Si è comportato da uomo coraggioso - rispose Sandokan.

E Van Doren:

- Sono lieto di aver avuto l'occasione per ringraziarla.

- Amico, sono contento di aver ben giudicato.

In quel momento, nel quasi silenzio che era seguito alla fine del ballo, si udì un prolungato mormorio di stupore.

Tutti si voltarono a guardare verso lo scalone in cima al quale era apparsa Marianna.

 

 

La barca si avvicinò alla riva; si arenò sulla spiaggia e gli uomini balzarono a terra,, primo di tutti Yanez.

Mentre Sambigliong e gli altri tiravano in secco la barca, Yanez fece qualche passo verso una specie di trincea rocciosa coperta di cespugli che orlava la spiaggia: gli era sembrato di percepire, arrivando, qualcosa in movimento. Si fermò e si guardò intorno come per orientarsi; poi si lasciò raggiungere dai suoi compagni e sottovoce disse:

- Ci sono dei cipays, dietro le rocce. Credo che siano cinque con un sottufficiale. Tentano di coglierci di sorpresa e si stanno aprendo a ventaglio. Attaccate al mio ordine.

Poi con noncuranza riprese a camminare in direzione delle rocce seguito dai suoi uomini. Ad un tratto fece un gesto e i tigrotti si slanciarono all'attacco. Seguì una breve lotta, alla fine della quale i cinque soldati e il sergente giacevano a terra.

Yanez ordinò:

- Spogliateli e rivestitevi con i loro abiti. Passeremo inosservati.

Dopo pochi minuti i sedicenti soldati si avviarono dietro Yanez che si inoltrò nella folta vegetazione della costa, ultimo il gigantesco Sambigliong che non riusciva ad abbottonarsi la giacca troppo stretta.

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