Nel salone della reggia di Sarawak stava svolgendosi una grande festa. Era una festa improvvisata, esplosa spontaneamente quando si era sparsa la voce della morte di Sandokan. La fine della Tigre della Malesia significava per i mercanti che trasportavano sulle giunche il loro tè, le loro sete e i loro broccati preziosi la sicurezza della navigazione e perciò dei guadagni; per i dignitari del re significava molte preoccupazioni di meno; per i militari, la scomparsa di un nemico feroce e fino a quel momento invincibile significava poter vivere tranquillamente nelle guarnigioni o tutt'al più dover combattere qualche piccolo pirata minore che sarebbe stato eliminato in breve tempo. Sandokan raccoglieva intorno a sé il fior fiore della pirateria malese, era una specie di capo riconosciuto di tutti i pirati delle isole e quindi la sua scomparsa determinava in costoro un senso di debolezza che non avrebbero certamente saputo superare.
La festa dilagò nel giardino dove, tra i soldati, con risate e canti e musica, s'era quasi trasformata in un'orgia.
In un appartamento della reggia, molto lontano dal salone, Lord Brooke camminava pensosamente su e giù per la sua stanza. In confronto al resto della reggia, la stanza di Lord Brooke appariva quasi monastica; un letto da campo, una scrivania semplicissima sparsa di carte, pochi mobili indispensabili e, alla parete, un grande ritratto della regina Vittoria. Nient'altro.
Il colonnello Fitzgerald, fermo accanto alla porta, assisteva in silenzio all'andirivieni del rajah bianco di Sarawak.
Questi d'un tratto si fermò davanti alla finestra aperta; rimase a lungo in silenzio, assorto, poi d'un tratto, senza voltarsi, incominciò a declamare:
- " Per l'amor di Dio, sediamo sulla nuda terra e raccontiamo tristi storie della morte dei re: come alcuni sono stati deposti, altri uccisi in guerra, altri perseguitati dagli spettri di coloro cui avevano tolto il trono: alcuni uccisi nel sonno, alcuni avvelenati dalle mogli e tutti assassinati....
- " Entro il cavo della corona.... - continuò ad un tratto la voce del colonnello - che cinge le tempie mortali di un re la morte tiene corte.... ". Non avrei mai pensato di sentir recitare il " Riccardo II " a queste latitudini.
Lord Brooke si voltò come se si fosse accorto solo in quel momento della presenza del colonnello. Il suo viso era serio, quasi triste.
- La morte di un re - disse: - .... poiché Sandokan era un re.... ciascuno la solennizza come può. Io mi recito Shakespeare e i miei cortigiani (li sente?) fanno baldoria.
Il tono della sua voce era amaro, sprezzante. Il colonnello Fitzgerald si avvicinò, guardandolo fisso.
- Non crede che l'avvenimento meriti un po' di festa? - domandò.
Lord Brooke scosse la' testa.
- Sono come le iene - disse. - Fuggono davanti alle tigri vive, e si affollano sui cadaveri.
Si scostò dalla finestra. Riprese il suo lento andirivieni nella stanza, poi di colpo si fermò davanti al ritratto della regina Vittoria, rimanendo a guardarlo, assorto.
- Sembra che la scomparsa di Sandokan la rattristi - disse il colonnello Fitzgerald che l'aveva seguito con gli occhi.
E Lord Brooke, senza voltarsi, rispose:
- E' difficile da spiegare e più ancora da capire. - Tacque per un istante; poi a sua volta domandò: - Colonnello, che cos'è per lei l'Inghilterra?
Fitzgerald si avvicinò; era imbarazzato; stava per rispondere, ma Lord Brooke riprese:
- Il verde del prati della sua contea e le luci di Trafalgar Square nelle sere di Natale?... Il suo collega, l'accademia militare, il suo circolo, i salotti che frequentava?...
Fitzgerald continuò a tacere guardando incuriosito il rajah bianco, senza riuscire a capire se nel significato di quelle parole vi fosse o no ironia. Lord Brooke dopo un attimo di silenzio riprese:
- Per gli inglesi come me, vissuti.... e nati lontani dalla madre patria è diverso. L'Inghilterra è questo mondo che ci sta intorno. E' le corse di berberi nel deserto illuminato dalla luna, è il caporale irlandese che mi insegnava da bambino le canzoni militari, è il grande mercato della città di Lahore dai mille dialetti indiani, è i ribelli mussulmani del Nilo, è i massacri dei bambini afgani.... è l'avventura! anche Sandokan!
Fitzgerald aveva ascoltato in silenzio, ma ora non poteva più tacere.
- Coleridge aveva ragione - disse con intensa partecipazione: - in ogni conquistatore c'è un poeta. Non avevo mai sentito descrivere così la nostra vocazione imperiale.
E Lord Brooke con un sorriso concluse:
- Io e Sandokan ci siamo fronteggiati per tanto tempo.... che con lui scompare una parte di me stesso.
La tavola si arenò sulla bàttima. Uno spigolo incontrò una duna sommersa e l'onda sospinse la tavola finché tutta quanta si fermò oscillando leggermente sotto la spinta delle piccole onde della bassa marea. Il corpo di Sandokan, che giaceva riverso sulla tavola, cadde nell'acqua: se non fosse stato per il lieve fremito delle ciglia e per il lento rabbrividire del torace sarebbe sembrato morto, tanto era immobile e insensibile. Le onde lo colpivano, correvano su di lui, sul suo viso livido e screpolato dalla salsedine. Rimase a lungo in quella posizione, prono, la bocca a fior d'acqua; poi con un gemito aprì gli occhi. Il cielo livido stava illuminandosi del colore dorato del sole sorgente; divenne azzurro. Sandokan mosse la testa, si guardò intorno con gli occhi annebbiati: non lontano, la spiaggia, una fila di palme e più su tutta una lussureggiante vegetazione che prometteva ristoro e sulle mani. Mormorò:
- A me, tigrotti!
Voleva essere un grido, ma la sua voce era così debole che nessuno l'avrebbe udita. Disse ancora:
- A me, tigrotti!... Dove siete?
Si sollevò faticosamente sulle ginocchia. I capelli, i lunghi capelli bruni, gli caddero sul viso afflosciati dall'acqua, gli coprirono gli occhi arrossati. In ginocchio, ancora una volta, con voce un po' più alta, chiamò:
- Tigrotti! A me, i miei tigrotti!
Ma nessuno rispose. Il silenzio era assoluto, rotto solo dalla risacca e, lontano, dagli stridi dei gabbiani che volavano in cerchio su uno specchio di mare pese so.
Sandokan aveva le labbra inaridite; aveva sete. Si aprì la camicia e si guardò il petto. Le ferite avevano gli orli ingrossati e lividi. La sofferenza era estrema. Si sentiva bruciare; ardeva di febbre. Riuscì ad alzarsi. L'acqua, che gli arrivava appena alle caviglie, scorreva limpida con un leggerissimo rumore verso la costa distante non più di duecento metri.
D'un tratto la voce di Sandokan si levò altissima, come un ruggito:
- A me, tigrotti! A me, tigrotti! A me, tigrotti di Mompracem!
Si mise a correre verso la spiaggia; ma la sua corsa era l'avanzare di un uomo che non riesce a stare in piedi. Cadde. Lottò ancora per tirarsi su. Si mise di nuovo a correre urlando, con la bava alla bocca, senza più articolare le parole, con un urlo di belva ferita. E correva e cadeva e si rialzava e correva, sollevando spruzzi d'acqua, affondando nella sabbia. Finché, affranto, si lasciò cadere per l'ultima volta, il capo appoggiato su una duna affiorante e il corpo abbandonato nell'acqua.
- Dove siete, tigrotti di Mompracem?
Nella piccola cala riparata, nascosta tra il verde delle agavi e dei cespugli, dove l'acqua ristagnava ed era più calda, le ragazze facevano il bagno. I lunghi sarong succinti, s'erano immerse nell'acqua e strillavano bagnandosi l'una l'altra giocosamente, con l'allegra spensieratezza delle ragazze in piena libertà.
Sopra la cala, in un punto riparato, Lady Marianna stava dipingendo un acquerello, sorridendo dell'allegria delle sue cameriere. Il sole era alto e giocava attraverso i rami degli alberi e delle palme; tutto era meravigliosamente tranquillo. Era un momento di pace assoluta nella quale la fanciulla, assorta nel suo lavoro, si era immersa abbandonandovici completamente.
Mennea, una delle cameriere più giovani, uscì dall'acqua e si diresse verso un cespuglio per asciugarsi e rivestirsi. Ma era appena entrata nel folto quando due braccia robuste la circondarono e una mano le coprì gli occhi: l'assalitore tentò di baciarla sulla bocca.
Con uno strillo, Mennea si divincolò; riuscì a liberarsi dalla stretta, si voltò e prima ancora di vedere la faccia dell'aggressore, gli lasciò andare uno schiaffo. Poi vide che era Daro, il servo muto.
- Guai a te, se ci riprovi! - gridò, slanciandoglisi contro; e non c'era più paura o rabbia nel suo atteggiamento, era solo la furia scherzosa di una ragazza che si era vista rubare un bacio.
Fingendo di essere spaventato, Daro lottò per qualche istante, poi si mise a fuggire, corse attraverso i cespugli, tagliò rapidamente la breve spiaggia e si slanciò nell'acqua. Era molto più veloce di Mennea, ma ora il suo gioco era quello di mantenere una distanza costante dalla ragazza in modo da lasciarsi raggiungere quando avesse voluto. Mennea gli piaceva ed era sicuro di piacere a lei; del resto il gioco che stavano facendo glielo confermava. Si sarebbe lasciato raggiungere fuori della vista della padrona e delle altre cameriere e la ragazza non avrebbe risposto con schiaffi al suoi baci.
Mennea, ridendo e gridando, lo inseguiva.
Ad un tratto, Daro si fermò; e Mennea che gli era ormai addosso, si fermò anche lei, e stava già per colpirlo quando ne fu trattenuto dall'espressione tra seria e curiosa che era apparsa improvvisamente sul viso del compagno. Guardò nella direzione verso la quale erano fissi gli occhi di Daro e si sentì trascolorire. Non molto distante, semicoperto dall'acqua, giaceva il corpo di un uomo. Insieme ripresero a correre verso di lui, lo raggiunsero. Daro gli sollevò la testa lambita dalle onde. Gli mise una mano sul petto e, guardando verso la ragazza, fece un cenno come per dire che il cuore batteva ancora, che l'uomo era vivo. Allora Mennea corse di nuovo verso la spiaggia gridando:
- Venite! Venite! C'è un uomo. C'è un uomo ferito.
Le risate e gli strilli delle ragazze cessarono di mano in mano che la voce di Mennea le raggiungeva e il significato delle parole, in parte rubate dalla brezza, si precisava. Tutte uscirono dall'acqua e si slanciarono sulla battigia.
Anche Lady Guillonk si alzò dal suo seggiolino e si avvicinò alla spiaggia, bianca figura stagliata contro i fulvo colore della sabbia e il verde intenso della vegetazione.
-Che cosa c'è ? - domandò inquieta.
-C'è un uomo, padrona - rispose Mennea. - Un uomo ferito.
-E' grave?
-Non lo so. Daro dice che è ancora vivo.
-Su, allora! Che cosa aspettate? Andate. Portatelo a riva. E una di voi vada a chiamare degli uomini. E che sia avvertito il dottore.
Ma già le ragazze entravano nell'acqua e subito dopo, aiutato da loro, Daro trascinava il corpo di Sandokan fin sulla riva.
Sandokan aprì per un attimo gli occhi e, attraverso le palpebre gonfie, intravide accanto ai visi scuri dei servi chini su di lui la sottile figura bianca di un'europea. Non riuscì a scorgerne il viso tanto questo sembrava lontano, ma gli sembrò che fosse un viso dolcissimo, commosso e preoccupato. Non riuscì a vedere altro e neppure a pensare altro p e gli mancarono le forze e svenne.
I pescatori trovarono il corpo di Patan a poche miglia della costa: la corrente doveva averlo trascinato verso Mompracem. Lo raccolsero, sospesero la pesca, e profittando di un buon vento che soffiava in pieno nelle vele ritornarono a tutta velocità verso il covo dei pirati.
Giunti nella cala, uno dei pescatori balzò sul molo, non aspettò nemmeno che la barca fosse tirata in secco e corse ad avvertire il capitano Yanez. E Yanez si precipitò alla spiaggia, seguito da Sambigliong, da Ragno di mare e da altri uomini e donne.
Il corpo di Patan giaceva ancora nella barca coperto da un telo, circondato da coloro che erano stati i suoi amici. Yanez lo scoprì e benché il viso del pirata fosse tumefatto e illividito per la lunga permanenza in mare e in parte già rovinato e corroso dalla salsedine, lo riconobbe subito.
- Sì - disse rivolto ai compagni. - E' Patan;
- Lo abbiamo trovato al largo - gli disse uno del pescatori. - Dev'essere stato in mare più di due giorni.
Yanez annuì. Guardò ancora per un attimo il viso del pirata, poi lo coprì facendo un cenno agli uomini di portarlo a terra e di seppellirlo. Poi, rivolto a Sambigliong ordinò:
- Sbrigati. Arma due prahos. Partiamo immediatamente.
Sambigliong annuì.
- Ho visto le ferite - disse. - Sembrano colpi di mitraglia. Che cosa sarà successo, capitano Yanez?
Yanez non rispose direttamente. Lo sguardo aggrottato, disse sottovoce perché gli altri non udissero:
- Dobbiamo correre in aiuto di Sandokan.
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