Nysa aveva giocato sul ponte del praho, tranquillo come se fosse stato sulla terraferma. Aveva passeggiato soffermandosi ad ammirare i cannoni e le spingardc; aveva tentato di arrampicarsi sulle griselle, ma qualcuno, sempre, al momento giusto, con tutto il rispetto dovuto ad un principe, lo aveva acchiappato per un piede e tirato giù. Questo per tutta la mattinata, finché stanco, non si era messo accanto al timone a dare una mano al timoniere che, masticando betel e sorridendo con tutti i suoi denti neri, rispondeva allegramente alle sue domande e gli insegnava a diventare un lupo di mare. Poi era apparsa sul ponte sua sorella, e, per ultimo, l'uomo che li aveva rapiti.... ma Nysa non era proprio sicuro di poter usare quella parola, " rapiti ", perché in effetti erano stati rapiti da una prigione. Infatti Nysa, anche se non era tanto grande a capire tutto, almeno una cosa aveva capito: che lui e sua sorella erano prigionieri di Lord Brooke. Potevano andare in giardino ogni volta che volevano, vero; potevano giocare, erano serviti con la premura e la deferenza alle quali erano abituati; ricevevano i cibi che preferivano.... ma c'erano anche molte cose e davano la sensazione che la loro libertà fosse limitata: prima di tutto non potevano vedere la madre, e già questa era una cosa che faceva piangere sua sorella; poi quel soldati sempre intorno, in giardino, in camera, e con quelle facce. Non che gli uomini del loro rapitore (o liberatore) avessero delle facce molto più belle. Tuttavia qualcosa nel modo di fare di quegli uomini li rendeva più attraenti: erano meno truci, meno impersonali nella loro disciplina e pronti al gioco, allo scherzo, alla conversazione. Insomma in una parola, più simpatici. Nysa pensava che forse avrebbe dovuto dire proprio " liberati ", ma ancora non aveva capito per quale motivo quell'uomo si era dato la pena di portarli via dalla prigione e un residuo di diffidenza lo frenava.

L'uomo, intanto, era salito sul ponte e, dopo aver dato un'occhiata in giro, si era fermato a prua, e se ne stava là, proteso in avanti come in attesa di qualche cosa. Benché fosse molto giovane, la sua figura imponente incuteva rispetto, anzi, timore. Nysa lo guardava di lontano non riuscendo ad impedirsi di ammirarne l'eleganza e il portamento. La stupenda casacca di velluto rosso, i pantaloni di seta verde, gli stivali di cuoio rosso, la scimitarra con l'impugnatura d'oro, tutte queste cose affascinavano il ragazzo e trasformavano quell'uomo in un eroe. Ma c'era, oltre l'abbigliamento, il fascino selvaggio che da quell'uomo promanava; ed era qualche cosa di estremamente composito di cui Nysa non si rendeva conto e che non poteva analizzare. Tuttavia esisteva e il ragazzo ne subiva l'attrazione. Come sua sorella, del resto.

Fu lei la prima ad avvicinarsi all'uomo fermo a prua; poi anche Nysa scese dal cassero e si avvicinò; lui, allora, si accorse dei ragazzi e li salutò con un sorriso.

- Guardate laggiù - disse poi indicando davanti a sé, lontano, sul mare. - Vedete quell'isola? Stiamo andando là.

- E' l'isola dove avevi promesso di portarmi, quella? - domandò la principessina prendendogli una mano. - Come si chiama?

- Si chiama Mompracem.

- E' molto bella - approvò lei. - E noi due potremo starci per sempre?

Nysa fece un passo avanti.

- Sì, lasciaci vivere a Mompracem.... con te - disse.

L'uomo scosse la testa.

- Voi siete due principi, anche se siete dei bambini, e dovrete tornare nel vostro regno.

- Mia sorella ha paura.... - continuò Nysa, ma si interruppe subito per un ritorno improvviso di diffidenza.

- Io vi ho liberati da quell'uomo cattivo.... dalla paura dovete liberarvi da soli.

Allora Nysa capì che l'avventuriero dalla casacca rossa era degno della fiducia che istintivamente gli aveva già accordato: era proprio l'eroe che egli avrebbe sognato di imitare, con la scimitarra in pugno, alla testa di una banda di corsari, imbattibili nei duelli, imprevedibili nelle mosse, rapidi come fulmini, feroci come tigri contro i nemici e magnanimi con i vinti.

- Ma tu verrai, se ti manderemo a chiamare? - domandò. - Se quell'uomo cattivo tornerà?

- Vi farò accompagnare dai miei uomini.... dai tigrotti. Vedrete che nessuno potrà farvi del male.

- Ma se qualcuno ci provasse? - incalzò la bimba. - Non puoi dirmi il tuo nome?... così possiamo chiamarti.

L'uomo sorrise e d'un tratto i suoi lineamenti si illuminarono, si addolcirono; poi con un gesto di tenerezza che pareva quasi inconcepibile in un pirata, ma che si accordava con quel sorriso, accarezzò i lunghi capelli della principessina.

- Il mio nome è Sandokan - disse.

 

 

Ragno di mare si precipitò dentro la stanza in cui Yanez, immerso in una nuvola di fumo, stava leggendo.

- Capitano! - gridò. - Sta tornando.

Yanez balzò in piedi, afferrò il cannocchiale e senza dire una paro dalla capanna.

In lontananza, sul mare, il praho di Sandokan, con tutte le vele spiegate, si avvicinava all'isola.

La notizia dell'arrivo del capo si era sparsa rapidamente dappertutto; le sentinelle se l'erano gridata dall'alto delle loro postazioni di vedetta e gli uomini se l'erano rilanciata dall'uno all'altro, nelle capanne e nel porto, nel bosco in cui qualcuno era andato a caccia. Ed ora, da ogni punto dell'isola uomini, donne e ragazzi convergevano verso il molo.

Yanez puntò il cannocchiale sul praho dell'amico: in alto, sul pennone, sventolava la rossa bandiera ornata da una testa di tigre che era l'insegna di Sandokan: evidentemente tutto era andato bene. Del resto, abbassando il cannocchiale, Yanez vide, sul ponte della nave, accanto al bastingaggio di tribordo, la rossa casacca della Tigre della Malesia.

Si avviò dunque verso il molo di legno, mischiandosi alla gente, parlando con l'uno e con l'altro degli uomini, scambiando gesti di saluto. Anche lui, come Sandokan, era amato da quegli uomini rudi che lo consideravano, per la sua astuzia e la sua prudenza, il necessario complemento di un capo irruente.

Di mano in mano che il praho si avvicinava, cresceva l'eccitazione; quando la nave fu a poche centinaia di metri dalla riva, i ragazzi cominciarono ad agitare bandiere improvvisate e a lanciare aquiloni di segnalazione, e gli uomini a sparare colpi di pistola e di fucile; dal praho si rispose nello stesso modo. Uomini arrampicato sulle sartie agitavano le mani, altri sparavano in bianco con le piccole spingarde; qualcuno, poiché la manovra per accostare richiedeva tempo, si buttò in acqua e si mise a nuotare vigorosamente salutato da urla di allegro incitamento.

Finalmente la nave accostò, fra le grida e gli applausi di coloro che erano a terra e le risposte di coloro che arrivavano.

Sandokan balzò sul molo e fu accolto dalle braccia di Yanez, che lo strinsero in un amichevole saluto.

- Bentornato, fratellino: ci hai fatto stare in pensiero.

- Perché? - rispose Sandokan. - Sai bene che la palla che può uccidermi non è ancora stata fusa e che non c'è spada che possa reggere il confronto con la mia scimitarra e col mio kriss.

- Sono più di due mesi e mezzo che sei via e la gente non è abituata alle assenze così prolungate. Diventa nervosa e fa diventare nervoso anche me. Come è andata la missione?

- Benissimo. I principini sono qui con me: il ricatto di Brooke è fallito.

- Avrei voluto vedere la sua faccia.

- Anch'io. Puntava tutto su quel ricatto. Adesso se vuole impadronirsi del carbone e dell'antimonio del principato potrà farlo solo con la forza, apertamente.... Sarà chiaro a tutti che razza di avventuriero e sfruttatore sia.... anche al suo governo. So che Lord Palmerston ha mandato un osservatore....

- Fratellino - lo interruppe Yanez: - non crederai che questo osservatore turbi i sonni del rajah bianco. Egli saprà conquistarselo.... E del resto l'Inghilterra sta costruendosi un impero qui, in Oriente, e tu sai bene che non guarda tanto per il sottile.

- Non dimentico certo che furono gli inglesi a precipitarmi dal trono nel fango, ad assassinarmi madre, fratelli e sorelle - gridò quasi Sandokan avvampando d'ira subitanea. - Ma la mia vendetta consiste anche in questo: nel mettere sempre gli inglesi di fronte all'evidenza dei loro misfatti.

Si avviarono fra la folla rumorosa che si apriva davanti ai loro passi e salutava e acclamava. Sandokan dovette stringere molte mani e parlare con molti uomini, rispondere a domande e fare sorrisi: quella era la sua gente, gente devota e capace di farsi tagliare a pezzi per lui.

- E tu? - domandò quando furono soli, mentre salivano al rifugio. Che cosa hai fatto in questi due mesi?

- Qualche corsa in mare, tanto per ammazzare il tempo - rispose Yanez.

- Ho affondato un tre alberi olandese e ho preso un buon bottino.... Ti farò vedere.

Giunsero al rifugio: una grande caverna con le pareti coperte di pesanti tessuti rossi, di velluti e di broccati di gran pregio ma qua e là sgualciti, strappati e macchiati, con il pavimento nascosto da un alto strato di tappeti di Persia, sfolgoranti d'oro, ma anche questi lacerati e imbrattati.

Nel mezzo c'era un tavolo d'ebano, intarsiato di madreperla e adorno di fregi d'argento, carico di bottiglie e di bicchieri del più puro cristallo; negli angoli della stanza c'erano grandi scaffali in parte rovinati, zeppi di vasi riboccanti di braccialetti d'oro, di orecchini, di anelli, di medaglioni, di preziosi ardi sacri, contorti o schiacciati, di perle provenienti senza dubbio dalle famose peschiere di Ceylon, di smeraldi, di rubini e di diamanti che scintillavano come tanti soli.

In un canto c'era un divano turco con le frange qua e là strappate e all'ingiro, in una confusione indescrivibile, tappeti arrotolati, lampade rovesciate, bottiglie ritte o capovolte. bicchieri interi o infranti e poi carabine indiane rabescate, tromboni di Spagna, sciabole, scimitarre, accette, pugnali, pistole.

In un altro angolo c'era un mucchio di oggetti gettati alla rinfusa; Yanez vi si diresse dicendo:

- Questo è il bottino della nave olandese.... ciò che c'era di meglio, naturalmente.

Sandokan si, avvicinò e si mise a guardare, più per dar soddisfazione all'amico che per vero interesse.

- Questo - continuò Yanez - è un arazzo fiammingo del quindicesimo secolo. Guarda: è un'opera d'arte.... Ma già: tu con la storia del nostro lontano continente non ti ritrovi.... Insomma è un'opera d'arte molto antica: starebbe bene in un museo.

Sandokan ne sollevò un angolo, allontanandosi a braccio teso per osservare meglio.

- Mi aiuterà a immaginare il mondo dal quale tu provieni.

- Oh, se è per questo è molto cambiato.... Forse se il mio mondo fosse rimasto così, a misura d'uomo, non avrei provato questo dannato bisogno di scappar via - e fece un gesto come per scacciare un pensiero inopportuno. Poi, mentre Sandokan continuava ad ammirare l'arazzo, proseguì: - Abbiamo anche trovato armi. Molta roba: un mezzo arsenale. E una buona scorta di bottiglie di vino. Laggiù a Labuan hanno l'aria di voler fare le cose sul serio: arazzi alle pareti, vino pregiato in tavola e armi per i mercenari.

Ma Sandokan lo ascoltava appena; posato l'arazzo, aveva notato sul tavolo uno scrigno pesante, ricchissimo.

- Che cos'è? - domandò avvicinandosi al tavolo.

- Una perla - rispose Yanez aprendo il cofanetto. - La perla più grossa e luminosa che abbia mai visto.

La perla scintillava sul fondo di velluto rosso. Sandokan la sfiorò con le dita, la prese, l'ammirò avvicinandola alla fiamma di una candela che ardeva sul tavolo. Alla stessa candela, con un gesto noncurante, Yanez accese una sigaretta.

Sandokan rimise la perla sul suo letto di velluto con un cenno di approvazione.

- Magnifica preda! - esclamò. - Magnifico gioiello: degno di una regina.

Si volse e fu attratto da un'altra cassetta poco più grande dello scrigno, ma meno ornata e appariscente. L'aprì e apparve una tastiera simile a quella di un pianoforte, anche se più piccola. La sfiorò, ma non riuscì a trarne alcun suono.

In quel momento, scortato da due pirati armati di parang, entrò nella caverna un uomo; benché fosse in maniche di camicia, il suo aspetto appariva dignitoso e fermo. Era ferito ad un braccio che portava appeso al collo per mezzo di una fascia nera; una benda macchiata di sangue gli cingeva la fronte, coprendogli in parte i capelli biondi.

Sandokan, che continuava a studiare quella cassetta misteriosa, non lo notò e comprese notò: si avvide di lui solo quando, rinunziando a capire, si voltò e comprese di trovarsi di fronte al comandante della nave assalita da Yanez.

- Che cos'è questo? - domandò allora.

- E' un armonium, signore. Uno strumento musicale che viene dall'Austria - rispose l'ufficiale fermo sulla soglia. - E' una specie di organo.... di recente invenzione.

Yanez intervenne, rivolto a Sandokan.

- Ti presento il capitano Van Doren - disse. - Si è battuto valorosamente fino in fondo, rifiutando di arrendersi.

Van Doren fece un leggero inchino. Dall'aspetto non sembrava davvero un eroe; sembrava piuttosto un uomo tranquillo, anche se un po' rigido; uno di quegli uomini che ci si immaginano bene con un bicchiere di birra in una mano e la pipa nell'altra. Era evidente che non dava molta importanza alle parole di Yanez: quello che il pirata ammirava era per lui semplicemente un modo di essere al quale non avrebbe saputo rinunziare neppure a costo della vita.

Anche Sandokan sembrava non aver seguito le parole di Yanez perché continuava a far scorrere le dita sui tasti dell'armonium.

- Non riuscirà a cavare suoni da quello strumento - disse il capitano.

Ci vogliono anni di studio e mani delicate.

Sandokan ebbe un sorriso; si guardò le mani e chiuse la cassetta.

- Si avvicini, capitano - disse.

Van Doren fece qualche passo avanti, i due pirati che si accingevano a seguirlo, furono fermati da un'occhiata imperiosa del loro capo. Van Doren si accostò all'armonium.

- A chi era destinato questo strumento? - domandò Sandokan.

- A una donna, signore - rispose il capitano. - Alla signora che chiamano " la perla di Labuan ".... La più bella fra le donne bianche di questo emisfero.

- Ah sì? E chi è?

- Lady Marianna Guillonk, la nipote del rappresentante della Compagnia delle Indie, a Labuan.

- Se avessi il mio Alicante a portata di mano - intervenne Yanez berrei alla salute di tanta bellezza.

Sandokan giocherellava con il coperchio dell'armonium aprendolo e chiudendolo, soprappensiero.

- Marianna - mormorò. - La perla di Labuan! - Rimase un lungo momento in silenzio mentre la sua mano, la sua grande mano abituata a stringere l'impugnatura della scimitarra, continuava maldestramente a scorrere sulla tastiera. Poi, d'un tratto, come risvegliandosi da un sogno, riprese rivolgendosi a Van Doren: - Si rende conto, capitano, che il suo destino è nelle mie mani?

Van Doren si strinse impercettibilmente nelle spalle e rispose:

- Siamo uomini di mare, signore; e come tali pronti a qualsiasi evento.

- Lord Brooke uccide i miei tigrotti, quando li fa prigionieri - continuò Sandokan: la rabbia gli faceva tremare la voce. - Li fa massacrare dai daiacchi.

- L'ho sentito dire.

- Ebbene, io non sono Brooke - disse Sandokan subitamente tranquillo. - Io so riconoscere il coraggio anche quando ha la pelle bianca. - Si guardò intorno come cercando qualcosa; poi, d'un tratto, si tolse il bracciale d'oro tempestato di diamanti che portava al polso. - Tieni.... - disse porgendoglielo. - Questo bracciale ti ricorderà il tuo incontro con Sandokan.

Van Doren accettò il dono con la semplicità che faceva parte del suo modo di essere, e ringraziò con un leggero inchino, nient'altro che un piccolo cenno del capo.

Sandokan guardò i due tigrotti che avevano condotto Van Doren.

- Sia accompagnato sulla terraferma e lasciato libero - ordinò.

Con un altro lieve inchino, il capitano olandese uscì seguito da quella che oramai era una scorta d'onore. Yanez sorrise con aperta simpatia: il gesto dell'amico gli era piaciuto.

- Sei proprio incorreggibile, Sandokan - disse. - Fai il pirata e sei l'uomo più generoso del mondo. Gli hai dato un bracciale d'oro che vale quasi più del bastimento che gli abbiamo affondato.

Anche Sandokan sorrideva.

Accarezzò ancora una volta la tastiera muta dello strumento, e il suo sorriso si fissò sulle sue labbra perdendo lentamente la gaiezza con la quale era spuntato per diventare melanconico, quasi triste.

- Marianna Guillonk - mormorò. - La perla di Labuan. - Chiuse l'armonium accompagnando il coperchio con delicatezza. Poi si riscosse, guardò Yanez che lo stava osservando in silenzio, lo prese sottobraccio e si avviò verso la porta quasi gridando: - Vieni! Usciamo.

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