Dal mare, Mompracem appariva come una roccia inespugnabile. Sorgeva improvvisa dall'acqua, tagliandosi contro il cielo, come fosse stata un piccolo scoglio. E non molto di più era, benché la sua fama e la fama dei pirati che l'abitavano la rendessero famosa dappertutto e in un certo senso la facessero diventare grande.
La baia, protetta da una scogliera che si protendeva nel mare, era il porto naturale dell'isola nel quale si dondolavano pigramente alcuni navigli: sottili praho da corsa e qualche piccola barca. In fondo alla baia sorgevano, allineate di là dalla breve spiaggia, fra le palme, le capanne del villaggio. Più indietro ancora, sul selvaggio pendio roccioso lungo il quale correvano le volute di un sentiero, un labirinto di trincee sfondate, di terrapieni cadenti, di stecconati divelti, di gabbioni sventrati, attorno ai quali si scorgevano ancora armi spezzate e ossa umane, testimoniava delle furiose battaglie che si erano combattute sull'isola. Qua e là, una postazione con un piccolo cannone e un uomo di guardia dimostrava che Mompracem non era in pace, che si aspettava di essere attaccata dal mare e che, nello stesso tempo, era pronta a accogliere il nemico, chiunque fosse.
Più in su, altre capanne e poi un bosco che si estendeva oltre il crinale, allargandosi a coprire buona parte dell'isola. Ma la cosa più notevole era la capanna che sorgeva su uno sprone di roccia, solitaria come un nido d'aquila e, nello stesso tempo, protesa sul villaggio e sulla baia come a dominarli e proteggerli. Davanti alla capanna si apriva una veranda alla quale si giungeva anche direttamente dal piccolo molo per mezzo di un'ardita scala di bambù che costeggiava la parete dello strapiombo. Sul tetto sventolava una bandiera rossa al centro della quale campeggiava una testa di tigre.
Ad un tratto la porta della capanna si aprì e sulla soglia apparve un uomo che stringeva in mano un lungo cannocchiale da marina. Si guardò intorno, poi chiamò:
- Ragno di mare!
Subito, da dietro l'angolo della capanna apparve un uomo. Un malese dalla fosca faccia da pirata, armato di parang e di pistola.
Eccomi, capitano Yanez!
- Che cosa sta accadendo? Perché questo silenzio?
In effetti su tutta la baia non si sentiva una voce, non un grido di quelli che si scambiano i pescatori e i marinai, S'udiva solo lo stormire delle fronde e, lontanissimo, il rumore della risacca.
- Capitano Yanez, finché lui non tornerà la gente non riuscirà ad essere tranquilla.
- Lo so, questo - disse Yanez. - Ma lui tornerà: è sempre tornato.
- Certo - rispose il malese. - Ma non era mai stato lontano dall'isola per tanto tempo: sono due lune e sette giorni che non si ha alcuna notizia.
- Tornerà - ripeté Yanez, con calma. Portò il cannocchiale all'occhio e scrutò a lungo il mare, poi si volse verso le vedette poste sui promontori dell'isola. - Nessun segnale - mormorò e con un colpo della mano richiuse il cannocchiale. - Eppure a quest'ora dovrebbe essere di ritorno - disse accendendo una sigaretta. Aspirò profondamente; rimase ancora un momento a contemplare il mare, poi soggiunse: - Beh, tanto vale occuparsi del tè.
E mentre Ragno di mare si rimetteva di vedetta sulla sporgenza di roccia che si protendeva sulla baia, Yanez salì sulla veranda.
- Sambigliong! chiamò.
Subito apparve un omaccione sporco, con un cencio legato intorno ai fianchi. - Sambigliong, prepariamo il tè - disse ancora Yanez. E si avvicinò ad una piccola tavola già apparecchiata con raffinata eleganza.
Anche Sambigliong si avvicinò e, con la goffaggine di un uomo più abituato a stringere in pugno un parang che un bricco di acqua calda, cominciò ad armeggiare intorno alla teiera. Yanez lo osservava con un sorriso divertito negli occhi.
- Guarda che il tè è una cosa molto importante - disse poi in tono leggero. Si sedette su una comoda poltrona di vimini posta accanto alla tavola e concluse: - Gli inglesi, hanno conquistato il mondo col tè.
Sambigliong lo guardò perplesso. Non riusciva davvero a capire se il suo capo scherzava o diceva sul serio.
- Davvero, amico mio - continuò Yanez nello stesso tono. - Il tè non è una semplice abitudine: è una filosofia. E come tale, mi rendo conto, ti è profondamente estranea.
L'omaccione annuì: non aveva capito una sola parola di quello che egli aveva detto; ma la sua devozione per Yanez non gli consentiva di mettere in dubbio nemmeno una sillaba. Yanez gli aveva detto che avrebbe dovuto imparare a servire il tè ed egli cercava di essere all'altezza della situazione. Non che ci riuscisse, ma faceva del suo meglio.
- Perché, se no come ce la caveremo? - continuò Yanez. Pensa: quando Lord Brooke sarà qui a Mompracem, nostro prigioniero, incatenato su quella sedia, gli domanderemo: " Qual è il tuo ultimo desiderio prima di finire impiccato? ". E lui, che è un inglese, lo sai che cosa risponderà?
Sempre più confuso, Sambigliong scosse la testa.
- Risponderà: " Fatemi una tazza di tè ". E allora noi che cosa gli serviremo? Dell'acqua sporca?
Sambigliong continuava a guardare il suo padrone con occhi sempre più sgranati e perplessi; di nuovo accennò un diniego con la testa.
- Infatti, Icaro Sambigliong. Non possiamo permetterei di fare una brutta figura. Perciò adesso facciamo conto che io sia Brooke e tu mi servi un tè con tutte le regole.
Il povero pirata, trasformato per l'occasione in un servitore cui incombeva, oltretutto, di essere raffinato, posò il bricco dell'acqua calda che teneva sempre in mano e afferrò il bricco del latte. Yanez lo fermò con un gesto.
- Prima il tè. Quante volte te lo devo dire?
Sambigliong posò il bricco del latte. La sua mano vagava sulla piccola tavola raffinata, apparecchiata con porcellane e argenti di un gusto squisito, con la lentezza pesante del piede di un pachiderma indeciso sul luogo in cui posarsi. Alla fine raccolse la teiera.
Benissimo - disse Yanez appena la sua tazza fu colma di tè. - Adesso il latte. Piano.... dev'essere una nuvoletta bianca.
Mentre Sambigliong faceva cadere nella tazza alcune gocce di latte, Yanez si accomodò meglio sulla poltrona aggiustandosi la piega dei calzoni. E subito, con lo stesso tono pacato e leggero, riprese a parlare.
- Adesso quello' che resta del latte - disse - versalo qui per terra, vicino al mio piede.
E per la prima volta il pirata Sambigliong si permise di fare un'osservazione che avrebbe potuto anche suonare come una critica.
- Ma questo non me lo avevi mai detto! - esclamò.
- E infatti non si dovrebbe fare - rispose Yanez. - Ma le regole dei salotti d'Europa non sempre possono essere usate quando si vive in un'isola dell'Oceano Indiano. Versa pure.
Sambigliong, chinandosi per versare il latte accanto al piede di Yanez, comprese allora il motivo dello strano ordine ricevuto, e lo eseguì senza" aggiungere sillaba: vicino alla gamba della tavola strisciava avvicinandosi a Yanez un sottile cobra di capello, un serpente velenosissimo e irritabile, sempre pronto a scattare e a colpire. L'offerta del latte, però, lo distrasse; sentitone l'odore, si allontanò dalla gamba di Yanez il quale, con un leggero sospiro di sollievo, estrasse la pistola dalla fondina, l'armò e sparò alla testa dello sgradito ospite.
- Fa' pulire subito, Sambigliong - ordinò poi, rimettendo la pistola nella fondina e spegnendo il mozzicone della sigaretta che, durante tutto quel tempo, gli era rimasta come incollata fra le labbra.
E mentre l'omaccione trasmetteva l'ordine ad un servo, Yanez prese la tazza di tè che gli era stata servita e l'avvicinò alla bocca. Ma non bevve: fiutò a lungo l'aroma che si sprigionava dal liquido fumante, la posò di nuovo sulla tavola e, frugandosi in tasta alla ricerca delle sigarette, disse:
- Vedi, Sambigliong?... questo tè inglese prova che un popolo veramente forte riesce a imporre a tutti, anche ai suoi nemici, le sue pessime abitudini. No.... per un buon portoghese come me, meglio far preparare il tè con tutte le regole e poi bere al suo posto un buon bicchiere di Alicante. - E, gustato il primo sorso del vino che si era versato mentre esprimeva quegli alti concetti, continuò: - Ho finito le sigarette.... Tu non ne hai, naturalmente.
- Se vuoi, ho del betel - rispose Sambigliong.
- No - rispose Yanez con un brivido. - Quello serve solo a far diventare neri i denti.
Sambigliong si strinse nelle spalle e ripose nella larga fascia che portava intorno al fianchi la scatoletta di bambù nella quale conservava le foglie di betel, la calce e i pezzetti di noce di areca che era solito masticare.
- Ragno di mare! - chiamò Yanez. - Niente di nuovo?
Ragno di mare apparve sugli ultimi gradini della scala.
- Niente, capitano.
Yanez finì di bere l'ultimo sorso di vino, si alzò e si avvicinò alla vedetta. Allungò il cannocchiale e lo puntò sul mare sul qualsiasi rifletteva già il rosso del sole al tramonto. Guardò a lungo scorrendo lentamente su tutto l'arco dell'orizzonte; poi controllò anche le sentinelle lontane. Nessun segnale.
In basso, davanti alle case del villaggio che si affacciavano sulla baia, gli uomini sedevano muti, guardando il mare.
La palla battè sulla sponda, rimbalzò sull'altra, colpì di cal cio la palla avversaria, che buttò giù tre birilli, poi continuò la corsa toccando il pallino quel poco che bastava per fare il punto. Il colonnello Fitzgerald sorrise: quel colpo gli era sempre riuscito fin da quando studiava alla scuola militare.
Anche Lord Brooke sorrise.
- Bel colpo - disse sportivamente. - Ma mi ha. messo nei guai.... Non importa. Ora le farò vedere che anch'io ho frequentato una scuola in cui il biliardo non veniva trascurato.
Ingessò la punta della stecca studiando la situazione sul tavolo di gioco; decise il colpo che voleva tirare e si mise lentamente in posizione.
Per qualche minuto giocarono in silenzio, concentrati, poi il servitore che portava il caffè ruppe l'atmosfera di sfida che s'era già andata delineando durante il pranzo, e i due uomini giocarono più distesi, chiacchierando.
Non erano, però, nessuno dei due, uomini portati a far conversazioni inutili; quasi subito il discorso cadde su un argomento che stava a cuore a tutti e due.
- Il rappresentante della Compagnia delle Indie, Lord Guillonk - disse ad un certo punto il colonnello Fitzgerald - mi ha detto di aver tentato più volte di convincere il reggente a firmare un accordo con la Compagnia. Ma il reggente non ha mai acconsentito.
Lord Brooke colpì la palla, la guardò correre sul biliardo per un attimo, poi raddrizzandosi disse:
- E' una questione di metodo.... - Sorrise. - Le assicuro che domani il reggente firmerà l'accordo. Tutta la produzione di carbone e di antimonio del principato passerà sotto il controllo dell'Inghilterra.
- E come pensa di avere il consenso del reggente? - domandò il colonnello Fitzgerald, quasi senza dar peso alle parole di Lord Brooke e studiando con gli occhi la partita.
- Diciamo che mi dirà di sì perché ho trovato il modo di non farmi dire di no - rispose Lord Brooke leggermente ironico. E poi, più freddamente, soggiunse: - I due principini, gli eredi del principato, sono qui, a Sarawak.
Il colonnello Fitzgerald ebbe quasi un sobbalzo; si dominò abbastanza ma la punta della stecca colpì la palla di striscio e la palla andò via tutta di sghimbescio battendo debolmente sulla sponda e fermandosi sull'orlo della buca.
- Prigionieri?! - esclamò scandalizzato.
Impassibile, Lord, Brooke rispose:
- Appena il reggente avrà firmato saranno solo degli ospiti, liberi di ripartire quando vogliono. Vuole vederli? Vado proprio a scambiare due parole con loro. Preferisco trattarli in modo che in futuro possano diventare nostri amici. Convenienza e paura li spingeranno dalla nostra parte.... - Si interruppe per tirare. Poi si raddrizzò; guardò intensamente Fitzgerald e concluse: - Ma forse la sua posizione di ufficiale dell'esercito inglese le impedisce di sapere che i principini sono nelle mie mani....
- Non sbaglia - rispose Fitzgerald. Ma il suo viso tranquillo e disteso smentiva le sue parole. - Tuttavia posso venire con lei.... per sincerarmi che i due ospiti siano trattati con i dovuti riguardi.... - concluse; e così dicendo colpì la palla.
- Perfetto! - esclamò Brooke. Lei sta giocando benissimo.
- Ma è lei, Lord Brooke, che mi sta mostrando i colpi più nuovi.
Brooke appoggiò la stecca sul tavolo.
- Bene: andiamo - concluse. Accese un sigaro, lentamente, con molta cura. - Venga.
La distanza tra la reggia e il padiglione in cui stavano rinchiusi i due principini non era molta, ma Lord Brooke e il colonnello Fitzgerald si attardarono nel giardino, conversando. La partita appena terminata e ancor più quella specie di complicità che era sorta fra loro due nel momento in cui il rajah bianco aveva rivelato il tranello teso al reggente davano modo al militare e all'avventuriero di stare sullo stesso piano: nasceva un'amicizia, appunto.
Ad un tratto - il padiglione era già in vista a poche decine di metri - Lord Brooke si fermò, col viso contratto in una smorfia di incredulità e di preoccupazione. Poi corse in avanti senza curarsi del colonnello.
- Che cosa accade? - domandò questi raggiungendolo.
Un uomo giaceva per terra, con la gola squarciata. Era un soldato: era disteso sull'erba, alla fine del vialetto, seminascosto da un cespuglio.
Lord Brooke si chinò su di lui, lo toccò spostandogli la testa: il sangue scorreva ancora.
- E' appena morto - disse. - E' stato ucciso solo pochi minuti fa. Andiamo!
Estrasse la pistola e avanzò verso il padiglione seguito dal colonnello.
I due uomini procedettero in silenzio, con le armi in pugno, sul prato che circondava il padiglione; ma le loro precauzioni si rivelarono inutili. L'attacco - perché evidentemente si trattava di un attacco - era già finito. Un altro soldato era riverso sulla siepe vicino alla porta, anch'egli morto, con una larghissima, orribile ferita, che gli squarciava il petto.
Entrarono: in fondo all'atrio altri due cadaveri testimoniavano della rapidità e della violenza dell'assalto. Chiunque fosse stato, sapeva dove colpire e come colpire ed era passato come un uragano senza dare il tempo di lanciare l'allarme.
- I principini! - disse Lord Brooke. - Li hanno liberati.
Si affacciò alla finestra e scaricò la pistola in aria. Fitzgerald intanto era andato avanti, era entrato in una stanza il cui uscio, aperto, dava sull'atrio, e aveva trovato un quinto soldato morto.
- Li hanno uccisi tutti - disse al rajah che sopraggiungeva.
- Sì. Cogliendoli di sorpresa. E questo che mi irrita. Ci sono sentinelle e soldati a decine tra il palazzo e il giardino, eppure loro sono riusciti a passare.
Giunsero alla stanza in cui erano stati tenuti prigionieri i ragazzi. Era vuota, naturalmente: sui lettini disfatti giacevano i giocattoli dei due principini: una bambola e un elefantino di pezza.
Lord Brooke era livido. Dominava a stento il furore che lo tormentava: è difficile anche per l'inglese più freddo e compassato accettare sportivamente uno scacco quando si era già assaporato il gusto della vittoria. Fermo in mezzo alla stanza si guardava intorno come alla ricerca di un indizio. In quel momento si udì un rumore di passi strascicati: i due uomini si voltarono verso la porta. Sulla soglia apparve un soldato col fucile in pugno. Sostenendosi allo stipite il malese fece un altro passo avanti, ma le gambe non lo sorressero; cadde in ginocchio davanti a Brooke: una profonda ferita gli segnava la nuca.
- Dove sono i principini? - urlò Lord Brooke fuori di sé. - Chi è stato?
Il soldato scivolò in avanti; il fucile gli sfuggì di mano e cadde sul pavimento con un rumore sordo che, nel profondo silenzio seguito all'urlo di Brooke, risuonò minacciosamente.
E nel silenzio si udì, ancora, il rantolo del morente:
- La Tigre.... E' stata la Tigre.
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