Gli uomini si muovevano nel parco con la stessa circospezione che avrebbero usato nella giungla. Camminavano in silenzio, cercando perfino di evitare il fruscio delle fronde del sottobosco e dei cespugli che il loro passaggio faceva scattare. Del resto quel lato del parco sembrava un prolungamento della giungla con la quale confinava; ma gli uomini non erano tanto preoccupati di incontrare una belva quanto di incontrare delle sentinelle. La loro missione - poiché si trattava di una missione, anche se qualcuno l'avrebbe forse chiamata in un altro modo - sarebbe stata portata a termine solo sfruttando la sorpresa.

Così, senza parlare, giunsero al margine della boscaglia. Davanti a loro s'aprì d'un tratto una specie di radura cosparsa di boschetti, di macchie fiorite, di prati, di viali: un immenso giardino al centro del quale sorgeva il palazzo reale. Nessuno in vista. Da quando il re era morto ogni Pasto era stato soppresso, ogni spesa superflua eliminata e quindi perfino le sentinelle erano state ridotte. Del resto, che cosa avrebbero dovuto sorvegliare? I principini e la regina erano sacri per il popolo, il reggente benvoluto: chi avrebbe attentato alla loro sicurezza?

Gli uomini, appiattiti sotto un grosso albero i cui rami più bassi, piegati all'ingiù, toccavano terra, si consultarono brevemente. Non avevano molto da decidere perché gli ordini erano stati precisi e accurati: due di loro rimasero di guardia; carponi, si distanziarono un po', sempre restando al coperto, e prepararono le armi caricando e posando per terra fucili e pistole. Gli altri due si abbassarono sul viso un cappuccio che lasciava scoperti solo gli occhi, poi, strisciando fra l'erba, balzando da un cespuglio all'altro, nascondendosi nelle asperità del terreno, avanzarono tagliando il giardino per traverso, in direzione di una macchia che distava poche centinaia di metri dal palazzo.

Il luogo era deserto, ma se anche qualcuno dalle finestre del palazzo avesse guardato in direzione del giardino, la loro abilità nel mimetizzarsi li avrebbe fatti passare inosservati. Non visti, dunque, giunsero alla macchia, vi si infilarono dentro e, raddoppiando le precauzioni, cominciarono ad attraversarla. Si fermarono quando li colpì un lontano suono di voci; immobili, si misero in ascolto: c'erano due bambini e due adulti: i principini, la ragazza e un servo.

- La tigre! La tigre! - gridava il bambino.

- Attento, Nysa! - diceva la bambina con intensa partecipazione. - Ti sta saltando addosso.

Un tigrotto, un cucciolo di pochi mesi, sbucò dai cespugli con una gran voglia di giocare e si intrufolò fra i piedi dell'elefantino che serviva da cavalcatura a Nysa.

- Attento! - gridò ancora una volta la bambina.

La ragazza, un po' in disparte, guardava i ragazzi che giocavano tranquilli. La bimba era seduta su un mucchio di cuscini di seta; Nysa fingeva di cacciare la tigre; il servo, coperto con una vecchia pelle, rappresentava la madre del tigrotto e si avvicinava carponi, ruggendo, fra i cespugli.

Nysa alzò il fucilino di legno col calcio intarsiato, prese la mira e sparò.

- Pam.... pam.... pam....

- Nysa ha ucciso la tigre! - gridò la bimba battendo le mani. - Nysa ha ucciso la tigre! Il servo camuffato da tigre si era lasciato cadere a terra con un ultimo ruggito; e ora stava mimando gli ultimi sussulti, già preda della morte.

Nysa lo vide contorcersi negli spasimi dell'agonia,, afferrò immediatamente il suggerimento che gli veniva da quei movimenti e gridò:

- No! E' solo ferita....

Così detto si lasciò scivolare giù dall'elefantino che, imperterrito, giocava per conto suo col tigrotto.

La bimba, eccitata dal gioco, conscia che la variante proposta poteva avere degli sviluppi divertenti, si mise, a gridare al servitore:

- Su! Tirati su! Ruggisci.... Sei una tigre ferita. Fa' sentire come sei feroce.

Il servo, con un sorriso di complicità, alzò faticosamente una gamba, ruggì, traballò e ruggì ancora.

- La finirò con il mio kriss! - gridò Nysa estraendo dalle pieghe della fascia che gli cingeva la vita un pugnaletto di legno che, nella lama serpeggiante e nel colore dell'acciaio, imitava la terribile arma malese. E si precipitò addosso al servitore, balzandogli a cavalcioni sulla schiena. - Muori! - gridò ancora; e col pugnale colpì ripetutamente la pelle di, tigre, vicino alla nuca.

In quell'attimo, però, accadde qualche cosa: furono solo pochi momenti di violenza ma il fanciullo ne serbò memoria per sempre. Ecco: prima di tutto, udì il grido di sua sorella: non ne afferrò subito il significato, ma quando sentì che non era un commento emotivo alla sua azione di uccidere la belva, alzò gli occhi e vide un uomo col viso coperto da un cappuccio che correva verso la bimba e le gettava addosso una coperta. Anche il servo aveva visto e con un urlo balzò in piedi, buttando a terra il ragazzo. Ma era troppo tardi: un altro uomo sbucò dalla macchia, stringendo in pugno un kriss: vero, questa volta. Il kriss compì una lampeggiante traiettoria e scomparve nelle pieghe della veste del servo che si afflosciò per terra mentre una macchia rossa gli fioriva sul petto.

Nysa si alzò in piedi atterrito; fece un passo indietro, si guardò intorno per cercare da che parte poter fuggire. In quel momento la ragazza fece un balzo in avanti, si pose davanti a lui pronta a difenderlo, le braccia leggermente aperte. La ragazza non era una delle solite bambinaie sciocche tutte carezze e moine; aveva studiato alla scuola cinese dove, come fosse stata un uomo, aveva imparato la terribile lotta che uccide e l'uso delle armi: era stata assunta proprio per poter difendere i bambini nel caso di necessità. L'assalitore aveva ancora in mano la coperta che stava per gettare sulla testa di Nysa; fece un passo di fianco studiando la ragazza. Era stato informato che quella fanciulla dall'aspetto fragile era una lottatrice capace di difendersi e di assalire con la foga di un combattente antico. Come primo tentativo per distrarne l'attenzione fece roteare la coperta e la lanciò, ma la ragazza si spostò appena e con un balzo per aria colpì l'uomo al viso con il tallone nudo. L'uomo cadde per terra: rotolò lontano e, prima che la ragazza potesse attaccarlo di nuovo, per quanto dolorante e semistordito riuscì ad alzarsi e a sfoderare il parang quando fu in piedi stringeva in pugno la potente spada ricurva della Malesia, Anche la fanciulla, sbilanciata era caduta; ma con un colpo di reni fu di nuovo in piedi, le sue mani nude contro il parang, affilato, d'acciaio. I due avversari si studiavano girandosi intorno.

Nysa sgomento assisteva in disparte, senza sapere che cosa fare. La ragazza si avvide di lui e gli grido:

- Corri a casa, Nysa! Corri! Da' l'allarme.

Ma il ragazzo era come paralizzato dallo spavento; non riusciva a muoversi; era rimasto con i piedi divaricati, le gambe rigide, legnose: sembrava inchiodato per terra.

I due intanto continuavano a studiarsi, a girarsi intorno. L'uomo d'un tratto si slanciò col parang alzato pronto a colpire con un fendente che avrebbe tagliato a metà l'avversario; ma i riflessi della ragazza erano i riflessi di una pantera; fece un balzo per aria e il parang le passò sibilando, vicinissimo, sotto i piedi. E lei di nuovo colpì, ferocemente, senza pietà.

Intanto, mentre la lotta fra i due continuava, l'altro assalitore si era allontanato portando con sé la bimba avvolta nella coperta. D'un tratto. accorgendosi che il suo compagno non lo seguiva, si fermò, tornò indietro; nascosto in un cespuglio da cui poteva assistere al duello, incitava sottovoce i suo complice a far presto.

La ragazza e l'uomo combattevano ferocemente; lui la incalzava con rapidi fendenti; lei indietreggiava senza riuscire a trovare nella guardia dell'avversario un varco in cui penetrare con uno dei suoi colpi mortali. Era costretta a ritirarsi, passo passo e, d'un tratto, mentre indietreggiava, il corpo esanime del servo la fece inciampare. Cadde, e l'avversario le fu addosso; con il parang colpì di punta, ma lei riuscì con un guizzo felino ad allontanarsi, rotolando per terra; la spada s'infìlò per terra. Nel rotolare, la ragazza si trovò sopra il parang che il servo si era tolto dalla cintura, abbandonandolo sull'erba, per giocare più liberamente col principino. Lo afferrò e con un balzo fu in piedi. L'avversario l'incalzava, ma lei adesso era armata come lui; il duello si fece più acceso ora non era più, un uomo armato contro una donna disarmata; ma due guerrieri che combattevano ad armi pari e con la stessa valentia e lo stesso coraggio.

Per quanto ad alterne vicende, il duello non durò molto: i due uomini avevano fretta; e il rapitore della principessina, vedendo che il suo compagno non riusciva ad aver ragione della ragazza, scostò il cespuglio, si sfilò dalla cintura il lungo pugnale malese e lo lanciò.

Colpita tra le scapole, la ragazza cadde riversa in avanti; un rivolo di sangue le sgorgò dalla bocca.

Nysa non vide altro perché un panno ruvido gli cadde sulla testa, impedendogli di respirare, soffocandogli l'urlo che finalmente stava per scaturirgli dalla bocca inaridita.

I due uomini si scambiarono un'occhiata significativa; poi, senza altri indugi e ancora nel più assoluto silenzio, cominciarono a ritirarsi: ciascuno stringeva sottobraccio, come un fardello leggero, uno dei ragazzi. La missione era compiuta.

Un soldato di guardia ad una delle porte del palazzo, che aveva udito le grida senza rendersi conto di quel che stava accadendo, vide i due sconosciuti e si accorse anche che il gruppo composto dai principini e dal servitori, che poco prima animava il giardino, era scomparso. D'istinto sfoderò la sciabola e si slanciò verso i due uomini cercando di intercettarli. Ma uno di loro posò per terra il fagotto che teneva sotto il braccio, estrasse dalla cintura una pistola, l'armò e freddamente aspettò che il soldato fosse vicino, molto vicino, poi sparò.

 

 

La reggia del rajah del Sarawak era arrampicata sul fianco della montagna e benché fosse ricchissima sembrava più una fortezza che la residenza di un sovrano. Di lassù dominava non soltanto la strada che dalla costa portava all'interno, ma la baia stessa con un ampio tratto di mare aperto e la giungla che copriva la valle e la pianura a perdita d'occhio. Tutt'intorno al palazzo reale, ora più in alto ora più in basso, sorgevano formidabili fortificazioni, piazzole armate di cannoni a lunga gittata, barbacani muniti di feritoie; sembrava che il rajah si aspettasse di essere attaccato tanto dal mare quanto dalla giungla. Del resto questa impressione poteva non essere sbagliata, anzi, a conoscere la storia più recente del Borneo, era perfettamente giustificata.

Il fatto è che il rajah del Sarawak era Lord James Brooke, non un malese ma un bianco, un uomo della Compagnia delle Indie. Benché si vantasse di essere nato in India, Brooke era nato a Bath, in Inghilterra, nel 1803; dunque all'epoca di questa storia aveva quarantasei o quarantasette anni ed era già al culmine della sua fortuna. Dopo aver combattuto, al servizio del sultano del Brunei, contro le tribù ribelli e averle vinte e pacificate, aveva ricevuto come compenso il regno di Sarawak. Adesso era in guerra contro i pirati dei quali aveva già distrutto molte navi e non pochi covi. Quindi un attacco poteva essergli mosso tanto dalla giungla, rifugio degli ultimi e più feroci ribelli, tanto dal mare ancora conteso ai corsari. Ma le attività del rajah bianco non erano limitate alla guerra,; il gioco della politica, anzi, lo interessava di più benché egli lo giocasse non da diplomatico raffinato bensì da quell'avventuriero senza scrupoli che era. Quindi, poiché in questo gioco le fortezze non servono, la sua reggia era anche un palazzo sontuoso adatto ad accogliere degnamente, e ad ospitare, perfino re e principi e magari dignitari disposti a farsi corrompere.

In quei giorni, infatti, era suo ospite il reggente di un piccolo principato della costa; un uomo che però non era per niente lusingato di quell'ospitalità perché Lord Brooke voleva strappargli un accordo che stabilisse per la Compagnia delle Indie il diritto esclusivo di commerciare con il suo paese. In altre parole prodotti e materie prime, compresi il carbone e il minerale di antimonio, la copra e il bambù, che erano le voci più importanti nel bilancio del suo Stato, avrebbero dovuto esser venduti, nella loro totalità e ad un prezzo di favore, alla Compagnia. Firmare un trattato di questo genere significava per il reggente consegnare nelle mani di Lord Brooke non solo tutte le ricchezze del proprio paese ma, in definitiva, il paese stesso, la sua libertà, la sua indipendenza. Perciò aveva sempre rifiutato, resistendo tanto alle lusinghe e ai tentativi di corruzione, quanto alle minacce. Avrebbe rifiutato ancora, certo; ma mentre in passato era sempre stato tranquillo e sicuro di sé, riuscendo persino a prevedere le mosse dell'avversario, quell'ultima convocazione, che seguiva ad un altro inequivocabile rifiuto, lo preoccupava. Che cosa avrebbe escogitato Lord Brooke per convincerlo a firmare?

Erano già diversi giorni che il reggente aspettava di essere ricevuto e incominciava ad insospettirsi perché si sentiva come invischiato in un gioco di cui, con tutta la sua sagacia orientale, non riusciva a capire la trama. Certo, si sarebbe attenuto alle proprie regole, la prima delle quali era quella di non cedere per alcun motivo; tuttavia avrebbe preferito che tutto fosse già concluso.

Quella mattina chiese di nuovo di essere ricevuto dal rajah, e Lord Brooke gli fece rispondere di pazientare ancora qualche ora, visto che aveva già pazientato tanto: aspettava qualcuno, una visita importante; esaurita quella, lo avrebbe incontrato. Il reggente uscì in giardino e si mise a passeggiare: e mentre passeggiava udì uno squillo di tromba insolito a quell'ora, che lo incuriosì. Si spinse, quindi, fino ad un terrazzo naturale che dominava la baia, la piazza davanti all'ingresso della reggia e la strada che dal porticciolo vi conduceva, e vide giungere spinta da una dozzina di vogatori una lancia, a bordo della quale sedeva un alto ufficiale inglese. Questi scese al piccolo sbarcatoio e fu accolto da un dignitario indigeno che lo attendeva circondato da funzionari. Le loro tuniche a vivaci colori armonizzavano col rosso acceso della giubba dell'ufficiale: un giovane colonnello della Guardia di S. M. la regina Vittoria. Il reggente pensò che il colonnello dovesse essere la visita importante che il rajah aspettava: si rallegrò e sempre passeggiando si avvicinò al palazzo per rientrare nel proprio appartamento.

Poco dopo - ma il reggente non la vide - giunse un'altra barca; questa, però, non fu annunciata da squilli di tromba ed era scortata da soldati.

Nel pomeriggio il reggente fu convocato da sua altezza il rajah di Sarawak.

Il colonnello William Fitzgerald era stato inviato da Lord Palmerston, primo ministro della regina Vittoria, per prendere contatto con James Brooke. Mentre la lancia costeggiava la riva dirupata sulla quale sorgeva il palazzo, sir William, con l'occhio esperto del militare competente, notò le fortificazioni e le batterie sparse un po' dappertutto, in posizioni strategiche.

- C'è un grosso apparato militare, qui - disse, sbarcando, rivolto al dignitario indigeno che era andato ad incontrarlo. - Ci sono fortificazioni e sentinelle. Temete qualche attacco?

- Il paese non è ancora completamente pacificato - rispose il suo accompagnatore senza compromettersi.

- Allora è vero ciò che dicono a Labuan - insisté il colonnello. - Ci sono dei ribelli in giro.

- Pirati. Qualche banda di fuorilegge.

- E per tenere a bada pochi pirati, voi mobilitate tutte queste forze?

Il dignitario malese sorrise.

- E' il suo primo viaggio in Malesia, colonnello? - domandò.

- Perché?

- Qui non è come da voi; qui è tutto molto diverso. Quando lei dice " il nemico " che cosa immagina? Glielo dico io: un esercito schierato dall'altra parte della pianura, con le batterie dei cannoni, le bandiere al vento e via di seguito. Non è così?

- Può darsi rispose il colonnello. - E lei che cosa immagina quando dice " il nemico "?

- Ecco appunto la differenza: penso a un serpente che striscia alle mie spalle senza che io me ne accorga e mi morde all'improvviso in un punto vitale.

Così conversando giunsero nello spiazzo davanti alla reggia; i soldati di guardia salutarono presentando le armi: risuonò uno squillo di tromba. Altri dignitari, che aspettavano sulla soglia, si avvicinarono all'inviato della regina.

- Sir William Fìtzgerald, il rajah di Sarawak l'attende.

 

 

- No, altezza! Quello che lei mi chiede non è un trattato commerciale disse il reggente con grande pacatezza. Esitò un attimo e riprese: - Lei mi chiede di avallare con la mia firma un furto perpetrato ai danni dei principini.

Nella sala del trono i due uomini si fronteggiavano: sul trono sedeva il rajah bianco; di fronte, in piedi, stava il malese. Costui, un uomo dall'aspetto nobilissimo, quasi ascetico, era certamente di rango molto superiore al bianco che sedeva sul trono e subiva dignitosamente la spavalderia dell'avventuriero inglese.

Brooke, con un sorriso appena accennato, rispose:

- Ma non è un furto, signor reggente. Certo, ad un osservatore superficiale sembrerebbe che tutti i vantaggi di questo accordo fossero per la Compagnia delle Indie....

- Non solo ad un osservatore superficiale - lo interruppe il reggente - ma anche a me, per esempio. Se firmo, consegno alla Compagnia delle Indie praticamente tutte le ricchezze del principato.

- Non tutte, non tutte - disse Brooke con una certa frettolosa durezza. - Non tutte.... Diciamo circa l'ottanta per cento. Quello che vi resta, però, potrete almeno godervelo. Perché noi vi diamo la possibilità di godervelo.

Il malese si irrigidì. Sembrò sul punto di rimbeccare con altrettanta durezza, ma poi tacque.

Brooke riprese subito con volubilità:

- Il trattato vi garantisce la mia protezione contro i pirati.... intendevo dire.

- I pirati non potranno mai toglierci più di quello che pretende la Compagnia delle Indie disse il reggente con un sorriso ironico. - Lei crede, perché io sono un malese, che non sappia ciò che vi interessa? Sì, anche l'eliminazione dei pirati, ma soprattutto le materie prime, il carbone per le vostre navi, l'antimonio....

Brooke lo interruppe con un gesto pacato. Rimase qualche attimo in silenzio, lo sguardo penetrante fisso sul nobile malese.

- Lasci che faccia una previsione politica - disse poi. E concisamente, senza mezzi termini, soggiunse: - Fra qualche anno l'Inghilterra dominerà saldamente su questo emisfero. E se posso darle un consiglio.... 13ene: sono convinto che allora, quando ciò avverrà, sarà meglio fare già parte di coloro che essa considera suoi alleati.

- Può darsi. Ma la risposta è sempre no. Io sono solo il reggente, i principini sono piccoli. Non me la sento di prendere una decisione che ritengo contraria al loro interesse.

Brooke si alzò dal trono, scese i pochi gradini e, senza parlare, attraversò la sala avvicinandosi ad una finestra. Diede un'occhiata fuori poi, rivolto al reggente, disse:

- E' sicuro che firmare sia contrario agli interessi del principini? - La sua voce aveva un tono leggero eppure era minacciosa. Accompagnandosi con un gesto, riprese: - Venga, venga. Guardi: la situazione è cambiata da quando lei è partito dal suo paese.

Il reggente colse la minaccia che era nella voce di Brooke ed ebbe un brivido: raggiunse la finestra e guardò fuori: nel giardino, sorvegliati da una squadra di guardie, c'erano i due principini. Era evidente che i due ragazzi erano stati condotti in quel punto del giardino per essere mostrati, né più né meno che due cuccioli di tigre in gabbia. Il reggente nel vederli impallidì.

- Questa è un'infamia - disse tra i denti.

Brooke scosse la testa.

- Mi dispiace doverle forzare la mano in questo modo. Ma la Compagnia delle Indie vuole quel contratto a qualsiasi costo. E lo voglio lo pure.... Lei capisce bene, non è solo una questione di percentuali....

Il reggente annuì, senza guardare l'avventuriero che si faceva chiamare rajah di Sarawak. Continuava a fissare i due ragazzi che, tristi e impauriti, parlavano sommessamente tra loro, circondati dalle guardie. Lord Brooke, dalla finestra, fece un cenno al comandante dei soldati: s'udì un breve comando e tutto il gruppo si mise in movimento.

Nysa afferrò la mano della sorellina con un gesto rassicurante e, senza, alzare gli occhi, ignaro di essere stato una pedina nelle mani di un giocatore senza scrupoli, parlando con la bimba, cercava di tranquillizzarla con un sorriso che non riusciva ad esser lieto, si avviò verso il grande padiglione che sorgeva in un angolo del giardino.

Il reggente rimase alla finestra finché il gruppo non fu scomparso. Quando egli si voltò, Brooke si rese conto di aver vinto: il viso del nobile malese era teso e duro ma non mostrava più la grande decisione che lo aveva caratterizzato fino a pochi momenti prima. L'uomo si allontanò dalla finestra lentamente, si fermò in mezzo alla sala.

- Vorrei andarmene - disse. - Debbo pensarci.

- Certo - rispose Brooke. E con minacciosa cortesia, accompagnandolo alla porta, soggiunse: - Ha tutto il tempo che vuole. Io posso aspettare.

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