GIARDINIERE


  La mattina dopo dovevo andare con babbo Acquin al trasporto del mio padrone ma, sfortunatamente, non potei alzarmi perch durante la notte mi era venuta una gran febbre preceduta da brividi e vampe di calore.
  Era veramente polmonite; babbo Acquin, invece di mandarmi all'ospedale , mi tenne in casa, Stefanina si prodig con una pazienza e dolcezza veramente esemplari.
  La malattia fu lunga e dolorosa, con molte ricadute che non stancarono l'operosa ragazza. Gli stessi Beniamino e Alessio mi vegliarono per molte, lunghe notti, quando mi sembrava di dover soffocare.
  Finalmente fui giudicato convalescente, ma prima di uscire dovetti attendere la primavera. Allora Lisa, che non doveva lavorare per la casa, prese il posto di Stefanina. Nelle belle giornate passeggiavamo insieme lungo le rive di un piccolo fiume, seguiti da Capi.
  Finalmente le forze mi tornarono e potei cos cominciare ad occuparmi del giardino.
  Il lavoro assegnatomi era proporzionato alle mie deboli forze e consisteva nel togliere le vetrate la mattina quando il gelo era passato e di rimetterle la sera prima che esso tornasse. Durante il giorno dovevo, con la paglia, difendere i fiori dal caldo eccessivo. Non era un lavoro faticoso ma molto lungo, perch dovevo muovere due volte al giorno centinala di vetrate. 
  Cos passarono due anni e, poich babbo Acquin mi portava con s al mercato o nelle botteghe dei fiorai alla moda, a poco a poco imparai a conoscere Parigi.
  Babbo Acquin aveva una biblioteca, per lo pi composta di libri di botanica e di storia; nelle lunghe serate d'inverno quei libri erano stati distribuiti fra noi. Io, appena avevo un momento libero, mi immergevo nella lettura, destando la curiosit di Lisa che voleva sapere cos'era che mi teneva cos occupato. In un primo momento cerc di togliermi i libri, che mi impedivano di giocare con lei, ma poi cominci ad interessarsi della cosa e con un po' di pazienza le insegnai a leggere.
  Non fu facile, ma ci riuscii perch era una bimba intelligente e desiderosa d'imparare.
  Babbo Acquin coltivava le violacciocche e, quando la stagione di questi fiori era terminata, preparava altre piante.
  Avevamo lavorato molto senza mai prenderci una vacanza, decidemmo dunque di andare quella stessa domenica, cinque agosto, tutti quanti, compreso Capi, a cena da un giardiniere amico d'Acquin.
  Partimmo poco dopo le quattro del pomeriggio. Eravamo tutti vestiti a festa e ci sentivamo felici per la nostra bella vacanza. Tutto and bene fin verso la fine del pranzo, quando cio ci accorgemmo che il cielo andava coprendosi di nuvoloni neri e che stava per scoppiare un temporale.
   Ragazzi,  disse Acquin  bisogna tornar subito a casa: se si alza il vento cadranno le vetrate. Andiamo.
   Io vado avanti con Alessio e Beniamino, tu, Remigio, ci seguirai con Stefanina e Lisa  e partimmo di corsa.
  Il cielo era completamente coperto da nuvoloni neri, sembrava notte; improvvisamente, tra il rumoreggiare del tuono, cominci a grandinare. Dapprima chicchi radi ci colpirono in faccia, poi una valanga. Dovemmo ripararci in un portone. Che spettacolo!
  In breve la strada si fece tutta bianca: i chicchi erano grossi come uova di piccione frantumavano e spezzavano tutto. Cadevano accompagnati da vetri rotti, da pezzi di tegole, calcinacci e lastre di ardesia.
  Quel pauroso diluvio non dur che cinque minuti, poi il temporale gir su Parigi e noi potemmo metterci in cammino.
  Quando arrivammo a casa, entrando in giardino, ci accolse un terribile spettacolo: vetri, fiori e chicchi di grandine formavano una massa informe.
  Andammo nella serra grande dove non un vetro era rimasto intatto; su uno sgabello era seduto Acquin con Alessio e Beniamino accanto, muti ed immobili.
  Quando sent i vetri infranti scricchiolare sotto i nostri passi, il babbo si mise a gemere:
   Poveri figli, poveri figli miei!  e, presa Lisa tra le braccia, cominci a piangere.
  Le conseguenze di un tale disastro erano irrimediabili. Stefanina mi narr come dieci anni prima babbo Acquin avesse comperato il terreno e costruita la casetta; il proprietario di quell'appezzamento gli aveva prestato il denaro per comperare le attrezzature necessarie ad un fioraio. Babbo Acquin si era impegnato a restituire quel denaro a rate in quindici anni e con la clausola che, se per un solo anno non avesse negato, restava tutto al creditore: terra, casa e 
materiali. Per dieci anni il giardiniere era stato puntualissimo, ma questa volta non avrebbe potuto far fronte ai suoi impegni.
  Da quel giorno il babbo non stette pi in casa; correva per la citt, negli uffici e nei tribunali. Una sera torn pi stanco e depresso del solito:
   Figli miei,  finita  esclam.  Sono stato condannato a pagare e poich non abbiamo denaro, venderemo tutto quel che  rimasto qui. Poi, siccome il ricavato non sar sufficiente, mi metteranno in prigione per cinque anni. Pagher con la mia libert...
  Ci mettemmo tutti a piangere.
   Non voglio abbandonarvi: Remigio scriver a mia sorella Caterina, con lei sarete al sicuro.  una donna pratica degli affari.
  La zia Caterina per non giunse tanto presto, arrivarono prima le guardie incaricate di arrestare Acquin. Il padre, quando se le trov davanti, impallid, ma non cerc di scappare: chiese soltanto di poter riabbracciare i suoi figli.
  Restammo immobili nella cucina, guardandoci l'un l'altro e piangendo.
  Un'ora dopo arriv la zia Caterina. Chiese consiglio a un notaio e in base a questa consultazione la nostra sorte fu decisa. Troppo giovani per vivere da soli, ognuno di noi sarebbe andato presso uno zio o una zia.
  Ascoltavo quelle disposizioni aspettando che venisse il mio turno, ma vedendo che mi aveva dimenticato, dissi:
   Ed io?
   Tu? Ma tu non appartieni alla famiglia.
  A nulla valsero le mie suppliche e l'assicurazione che avrei lavorato n le preghiere dei ragazzi, specialmente di Lisa. La zia Caterina non volle occuparsi di me e addusse ragioni assai giuste: gli zii non erano ricchi e non potevano prendere un altro ragazzo che, oltre tutto, non faceva parte della famiglia.
  Quando fummo in camera, tutti mi circondarono e Lisa mi abbracci piangendo. Mi sentii commosso.
  Alle sette Stefanina mi chiam in giardino.
   Stiamo per separarci,  mi disse  voglio darti un mio ricordo. Prendi questo astuccio da lavoro, ti sar utile. Per la strada non ci sar io a rammendarti gli abiti e a ricucirti i bottoni. Quando userai le forbici ricordati di me.
  Poi fu la volta di Alessio: quando vide che ero solo, mi si avvicin e disse commosso:
   Ho due monete da cinque franchi, prendine una, mi farai piacere.
  Anche Beniamino volle farmi un regalo: mi diede il suo temperino.
  Quando arriv la carrozza Lisa usc dalla camera della zia Caterina e mi condusse in giardino.
  Nel giardino c'era un rosaio del Bengala, Lisa ne colse un rametto con due boccioli semiaperti. Lo divise in due e me ne diede uno con uno sguardo assai pi eloquente di qualsiasi parola.
   Lisa! Lisa!  grid la zia.
  Era giunto il momento degli addii, ma zia Caterina fece salire sulla carrozza Stefanina, Alessio, Beniamino e mi preg di metterle sulle ginocchia Lisa. Poi, mentre stavo l, senza parole, mi diede un'amichevole spinta e chiuse lo sportello.
   Andiamo  disse; e la vettura part.
  Tra le lacrime vidi Lisa che mi mandava un bacio con la mano.
   Andiamo, Capi!  mormorai e mi avviai verso un nuovo destino.