Continuammo a correre dietro il « Cigno », fermandoci solo per dormire e guadagnare qualche soldo. Dalle informazioni raccolte avevamo la sicurezza che il « Cigno » era diretto in Svizzera. Giungemmo così a Seyssel, cittadina sul Rodano, e là mi parve di riconoscerlo da lontano. Ci mettemmo a correre: era proprio lui, ma tuttavia mi sembrava abbandonato. Era solidamente ancorato, tutto chiuso; sulla veranda non c'erano fiori; chiedemmo a un uomo che stava lì vicino ed egli ci rassicurò: la signora inglese partiva con i suoi due bambini per Vevey, sul lago di Ginevra, dove sarebbe rimasta per tutta l'estate; egli, però, non sapeva l'indirizzo esatto. Quattro giorni dopo aver lasciato Seyssel eravamo già nei dintorni di Vevey e stavamo facendo ricerche tra le belle villette che si stendono lungo il verde pendio che dalla montagna scende al lago.

Un giorno, mentre stavamo suonando per una stradina, con un muro alle spalle, sentii che una vocina continuava al di là del muro , la canzone napoletana.

Chi poteva essere?

La voce debole e velata non era quella di Arturo, tuttavia Capi guaiva, saltellava contro il muro. Non seppi più trattenermi, chiesi ad alta voce:

­ Chi canta?

La voce rispose:

­ Remigio!

Lisa cantava! Lisa parlava dunque! Avevo sentito dire spesso che Lisa avrebbe riacquistato la parola, ma non l'avevo mai creduto.

­ Dov'è la signora Milligan e Arturo? ­ chiesi.

Lisa mosse le labbra per parlare, ma dalla bocca uscirono dei suoni inarticolati. Allora ricorse al linguaggio delle mani e cominciò a spiegarmi. In quel momento vidi in fondo al giardino, ad una svolta di un viale, un carrozzino su cui era sdraiato Arturo; dietro di lui c'era sua madre e... Giacomo Milligan.

Immediatamente mi curvai dietro alla siepe, suggerendo a Mattia di fare altrettanto. Temendo che Lisa si impressionasse per quel nostro gesto improvviso e misterioso, mi sollevai un po' e le dissi piano:

­ Se il signor Giacomo Milligan mi vede, mi farà ritornare in Inghilterra. Ora non muoverti e non parlare con nessuno di noi. Domani mattina alle nove cerca di essere qui, sola.

Mattia ed io ci allontanammo rapidamente e solo quando fummo al sicuro ci consigliammo sul da farsi.

­ Giacomo Milligan non mi conosce ­ disse Mattia quindi andrò dalla mamma di Arturo per riferirle ciò che sappiamo: non voglio attendere fino a domani; la signora deciderà il da farsi.

L'attesa mi parve lunga: finalmente lo vidi tornare accompagnato dalla signora Milligan. Le corsi incontro e le baciai la mano che mi aveva teso, ma ella mi strinse tra le braccia e, chinandosi, mi baciò il viso.

­ Mio povero piccino! ­ disse. E con le sue belle mani mi scoprì la fronte per guardarmi a lungo.

­ Dobbiamo agire con somma prudenza e solo dopo aver consultato persone capaci di consigliarci. Fin da ora puoi considerarti come il compagno, l'amico, il fratello di Arturo. Intanto tu e il tuo amico lascerete questa miserabile esistenza: fra due ore andrete a Torriet, all'albergo delle Alpi, dove vi farò riservare una camera. Ci rivedremo là.

Il quinto giorno venne la cameriera e disse che una carrozza ci aspettava in basso per condurci alla villa.

Fummo introdotti in un salotto dove c'era la signora, Arturo e Lisa. Corsi a baciare Arturo e Lisa, poi la signora Milligan mi baciò dicendo:

­ Finalmente è giunto il momento di riprendere il posto che ti spetta.

Poichè la guardavo sbalordito, ella andò ad aprire un uscio e fece entrare mamma Barberin che portava fra le braccia dei vestitini da neonato di cui riconobbi la pelliccina bianca, la cuffietta di pizzo e le scarpine di lana.

Abbracciai mamma Barberin quasi piangendo, mentre la signora Milligan ordinava a un cameriere di far entrare suo cognato Giacomo Milligan.

Egli entrò sorridente, ma, appena mi vide, si fece serio. La signora Milligan non lo lasciò parlare.

­ Vi ho fatto chiamare ­ disse lentamente ­ per presentarvi mio figlio maggiore che Dio mi ha concesso di ritrovare. Eccolo qui. Ma voi lo conoscevate già perchè andaste a chiedere notizie della sua salute all'uomo che me lo aveva rapito.

­ Che significa ciò? ­ domandò il signor Milligan con il viso sconvolto.

­ L'uomo che oggi è in prigione per il furto in una chiesa, ha confessato tutto. Volete vedere la sua lettera? E questa è la biancheria in cui era avvolto mio figlio. Volete vederla?

Il signor Milligan stette un momento immobile, poi si avviò verso l'uscio; prima di uscire, si volse e disse:

­ Vedremo cosa penseranno i tribunali di questa sostituzione di persona.

­ Fate come credete. Io, per mio conto, rinuncio a portare davanti al tribunale colui che fu il fratello di mio marito.

Mio zio uscì. E per la prima volta potei gettarmi tra le braccia che mia madre mi tendeva.

­ Ho mantenuto bene il segreto? ­ disse Mattia quando ci fummo un po' calmati.

­ Allora tu sapevi tutto? ­ chiesi.

La mamma rispose:

­ Fui io a raccomandare a Mattia di tacere perchè, sebbene fossi convinta che Remigio era il mio piccino, volevo prima avere prove sicure. Ora abbiamo queste prove e nessuno ti separerà più dalla tua mamma, da tuo fratello e da tutti coloro che ti amarono negli anni tristi.

Così dicendo, accennò a Lisa e Mattia.

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