Poco dopo giungemmo in una piazza ingombra di carrozze: il vecchietto ne fermò una e salimmo

Andammo per vie larghe e strette senza mai poter distinguere nulla a causa della nebbia. Finalmente ci fermammo e scendemmo: eravamo in una via lurida, in mezzo alla nebbia. Cominciai a impensierirmi, anche Mattia mi guardò senza domandarmi nulla.

Non potevo credere che i miei abitassero in quella specie di capannone, ma, proprio mentre mi domandavo questo, la porta si apri e noi entrammo in uno stanzone rischiarato da una lampada e dal fuoco di un caminetto. Lì vicino era seduto un vecchio dalla lunga barba bianca con un berretto nero sul capo. Ai lati opposti della tavola un uomo e una donna. C'erano poi quattro ragazzi, due maschi e due femmine. Vidi tutto in un solo sguardo mentre la nostra guida ci presentava.

Gli occhi di tutti si rivolsero verso di me e Mattia, anche quelli del vecchio.

­ Chi è Remigio? ­ chiese in francese l'uomo con l'abito grigio.

­ Io ­ risposi avanzando di un passo.

­ Allora, bacia tuo padre, ragazzo mio!

Lo abbracciai.

­ Quello è tuo nonno, quella è la mamma, i tuoi fratelli, le tue sorelle! ­ aggiunse.

Mi accostai a mia madre che abbracciai e baciai senza che lei ricambiasse la stretta.

Quell'indifferenza generale mi turbò: sentivo che non dovevo essere accolto così, ma non ebbi tempo di riflettere perchè mio padre mi chiese:

­ Quell'altro chi è?

Gli dissi chi era Mattia, che cosa fosse per me e la riconoscenza che gli dovevo.

­ Ho capito, ­ disse mio padre ­ ha voluto conoscere paesi nuovi.

Stavo per rispondere, ma Mattia mi interruppe:

­ Appunto.

Avrete fame, ragazzi ­ disse mio padre. ­ Andiamo a cena.

Finita la cena ci accompagnarono a letto.

­ Buona notte, Remigio ­ disse Mattia.

­ Buona notte, Mattia.

Non riuscivo ad addormentarmi e sentivo che anche Mattia si voltava e si rivoltava.

Ad un tratto sentii bussare forte ad una porta e poco dopo una luce illuminò debolmente la stanza.

Mi guardai stupito intorno e vidi che quella luce penetrava da un finestrino aperto sulla parete. Una metà del finestrino dava sul letto di Mattia, una metà sul mio.

Anche Capi si era svegliato: gli misi una mano sul muso perchè non ringhiasse, poi guardai fuori.

Mio padre aveva aperto senza rumore la porta per far entrare due uomini che avevano due sacchi sulle spalle. Portò un dito alle labbra, poi cominciò a parlare a voce bassa. In quella conversazione potei udire più volte la parola « polizia ». I due uomini aprirono i sacchi: uno era pieno di pezze di stoffa, l'altro di oggetti di maglieria: mutande, maglie, calze e guanti.

Pensai che fossero rivenditori venuti a consegnare la merce a mio padre il quale, me lo aveva detto poco prima, faceva il venditore ambulante.

Intanto era entrata anche mia madre che con un palo di forbici si era messa a tagliare le etichette dagli indumenti.

Questo mi sembrò strano, come mi era sembrato strano il luogo e l'ora per quella vendita.

Quando i pacchi furono completamente disfatti, mio padre accompagnò i due uomini all'uscita e intorno a noi tornò completamente il buio. Dopo non molto rividi la luce. Questa volta erano soltanto i miei genitori. Mio padre si mise a spazzare in un angolo della rimessa e scoprì una botola, l'aprì, e vi lasciò cadere i due pacchi che gli uomini avevano portato e che mia madre aveva rifatti con molta cura. Dopo aver rinchiuso, mascherò la botola con sabbia e pagliuzze: nessuno la avrebbe più scoperta. Uscirono di nuovo.

Finalmente capii che cosa significavano i colpi alla porta, i cenni rivolti da mio padre ai due uomini e le etichette staccate.

Dov'ero capitato?

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