La mattina dopo ci ritrovammo tutti e tre seduti intorno al focolare dove stava bollendo il latte della mucca e tenemmo consiglio.

Che cosa dovevo fare?

­ Bisogna che tu vada subito a Parigi ­ disse mamma Barberin ­ i tuoi genitori ti cercano, non devi ritardare la loro gioia.

Decidemmo che saremmo partiti il giorno dopo: da Stefanina non saremmo andati: le avrei spiegato ogni cosa per lettera. Saremmo invece andati a trovare Lisa.

Ed eccoci di nuovo in cammino, col sacco sulle spalle e Capi che trotterellava davanti a noi.

Volevo portare un regalo anche a Lisa e quindi bisognava fare qualche buon incasso. Scegliemmo una bambola che per fortuna costava assai meno di una mucca.

Eravamo già in autunno inoltrato e facevamo tappe più corte di quelle d'estate: cercavamo di giungere nei villaggi in cui volevamo dormire, prima di notte; a Dreuzy invece giungemmo a buio.

­ Sono a cena ­ disse Mattia ­ è il momento migliore.

Senza parlare feci cenno a lui e a Capi di tacere, poi sfilai l'arpa e cominciai a suonare la mia canzone napoletana, senza cantarla perchè la voce non mi tradisse.

Lisa alzò subito la testa mentre un lampo di gioia le passava negli occhi; cominciai a cantare, allora si alzò dalla sedia e corse alla porta. Non feci in tempo a dare a Mattia la mia arpa che ella era già tra le mie braccia.

Se non avessi avuto tanta fretta di giungere a Parigi, sarei rimasto più a lungo con Lisa.

Lungo il cammino Mattia si faceva sempre più serio e spesso taceva per ore intere. Alla porta di Parigi ci fermammo per mangiare un po' di pane e finalmente seppi ciò che lo turbava.

­ Sai a chi penso entrando in città?

­ A chi pensi?

­ A Garofali. Se fosse già uscito di prigione?

­ Senti, non venire in via Mouffetard, ci andrò da solo e ci daremo un appuntamento per questa sera alle sette.

Ci separammo nella « Piazza d'Italia » e mentre Mattia con Capi si dirigeva verso il « Giardino Botanico », lo mi diressi in via Mouffetard. Senza i miei compagni mi sentivo triste e solo.

Avevo scritto su un pezzetto di carta i nomi dell'affittacamere presso i quali dovevo trovare Barberin, ma ormai li sapevo a memoria: Pajot, Barrabaud e Chopinet.

Trovai prima Pajot proprio in via Mouffetard: entrai in una bettola che occupava il pianterreno di un albergo e chiesi, con voce malsicura, di Barberin.

­ Chi è questo Barberin?

­ Barberin di Chavanon.

­ Non c'è qui, non l'abbiamo mai conosciuto.

Ringraziai e andai da Barrabaud che faceva l'affittacamere e gestiva un negozio di fruttivendolo.

Ripetei la domanda.

­ Oh, sì, Barberin è stato qui, ma molto tempo fa, saranno quattro anni.

­ Cinque, ­ disse la moglie ­ ci deve una settimana. Dov'è quel birbante?

Era proprio quello che mi stavo chiedendo.

Uscii un po' preoccupato perchè ormai non mi restava che Chopinet e se anche questo non ne avesse saputo niente, a chi mi sarei rivolto?

Chopinet era trattore e quando entrai i tavoli erano tutti occupati da avventori. Mi rivolsi allo stesso Chopinet che, col ramaiolo in mano , stava scodellando la minestra ai clienti.

­ Barberin non sta più qui. ­ mi disse.

­ E dov'è andato? ­ gli domandai tremante.

­ Questo non lo so davvero.

Mi prese come un capogiro, intorno a me tutto ballava: la mia faccia doveva avere una espressione così smarrita che un cliente seduto lì vicino mosso a compassione, mi chiese:

­ Cosa vuoi da Barberin?

­ Vengo dal suo paese e volevo portargli notizie di sua moglie.

­ Senti, ­ riprese l'uomo ­ tre settimane fa alloggiava all'albergo Cantal, in via Austerlitz.

Ringraziai e uscii, ma prima di andare in via Austerlitz volli andare a chiedere notizie di Garofali. Ero vicino a via Lourcine e dopo pochi passi trovai la casa dove ero stato con Vitali. Trovai lo stesso vecchio nel solito cortile, che stendeva stracci lungo il muro umido e verdastro.

­ È tornato Garofali? ­ chiesi.

Il vecchio mi guardò e si mise a tossire con aria sorniona. Pensai quindi di fargli capire che sapevo dove era Garofali.

­ È sempre laggiù? Dovrà annoiarsi...

Mattia poteva stare tranquillo. Senza perdere tempo mi avviai verso l'albergo del Cantal, era una miserabile locanda di una vecchia sorda, con la testa tremolante.

Quando le feci la domanda che mi interessava, portò la mano a imbuto all'orecchio e mi pregò di ripetere.

­ Vorrei vedere Barberin, Barberin di Chavanon. È alloggiato qui?

Senza rispondere sollevò le braccia al cielo.

­ Oh Dio, oh Dio! ­ gemette; poi, scrutandomi attentamente mentre la testa le tremava più del solito, disse:

­ Voi siete per caso quel ragazzo?...

­ Che ragazzo?

­ Quello che cercava.

­ Insomma, dov'è Barberin?

­ Barberin è morto!

Mi sentii mancare.

­ Ma quando è morto? ­ esclamai con voce rauca per la commozione.

­ Otto giorni fa all'ospedale di S. Antonio.

Restai fulminato: morto Barberin, come avrei fatto per ritrovare la mia famiglia?

La mattina dopo scrissi a mamma Barberin per comunicarle ciò che avevo saputo. Passarono tre giorni senza che accadesse qualche novità. Il quarto giorno la padrona mi dette una lettera; era la risposta di mamma Barberin. Qualcuno mi doveva aver scritto per lei perchè essa era analfabeta. Mi diceva che aveva saputo della morte del marito e che, poco prima di morire, questi le aveva mandato una lettera che essa mi allegava perchè conteneva informazioni che mi potevano essere utili.

Con le mani che mi tremavano e il cuore che mi batteva forte, cominciai a leggere:

« Mia cara moglie,

mi trovo all'ospedale e sono così grave che non credo di farcela. Se ne avessi le forze ti scriverei come mi sono ammalato, ma tanto non servirebbe a nulla e quindi preferisco dirti ciò che importa.

Se non guarisco scrivi a « Greth and Galley, Green Square Lincoln's Inn, London, Inghilterra ». È l'indirizzo degli avvocati che hanno l'incarico di trovare Remigio. Dirai che tu sola puoi dare notizie del ragazzo e cerca di fartele pagare bene: è denaro che servirà per la tua vecchiaia. Fatti scrivere tutte le lettere dal prelato, non fidarti di nessun'altro. Ti abbraccia per l'ultima volta il tuo
GEROLAMO ».

Non avevo ancora finito di leggere che Mattia si alzò di scatto gridando:

­ Partenza per Londra!

Ero rimasto così colpito da quello che avevo letto che guardai Mattia senza capire ciò che voleva dire.

­ Tu sei mai stato a Londra?

­ No, ma ho conosciuto due « clowns » inglesi e spesso mi hanno parlato di Londra, anzi mi hanno insegnato anche un po' di inglese.

­ Partiamo subito ­ dissi. ­ E in due minuti fummo pronti.

Impiegammo otto giorni per andare da Parigi a Boulogne perchè ci fermavamo nei centri maggiori per dare qualche rappresentazione e arrotondare così il nostro gruzzoletto. Giunti a Boulogne avevamo molto di più di quello che ci occorresse per fare la traversata.

Il battello partiva la mattina dopo alle quattro; alle tre e mezza eravamo già a bordo.

Quando fece giorno, un giorno nebbioso e senza sole, si potevano già vedere le bianche scogliere e qua e là bei bastimenti immobili e senza vele.

Sbarcammo e camminammo per un po' tra la folla.

E Mattia, senza esitare, si avvicinò ad un uomo con la barba rossa per chiedergli la via per Green Square.

Dopo una lunga conversazione tornò dicendomi:

­ La strada è facile, basta costeggiare il Tamigi.

Camminammo ancora un po' finchè non fummo davanti ad un portone dove su una targa lucida spiccavano le parole: « Greth and Galley »,

Entrammo in una stanza piena di libri e carte: un signore seduto ad una scrivania stava parlando con un altro in toga nera e parrucca bianca da avvocato.

I due signori si guardarono un momento poi quello con la parrucca uscì.

­ Come hai fatto ad arrivare fin qui? ­ mi chiese.

­ Siamo andati a piedi da Parigi a Boulogne e da Boulogne a Londra in battello. Siamo appena sbarcati. ­ Poi dovetti raccontargli tutta la mia storia.

Al termine feci anch'io una domanda:

­ La mia famiglia abita in Inghilterra, signore?

­ Per ora sì, qui a Londra.

­ Allora la vedrò presto

­ Tra pochi istanti ti farò accompagnare.

Suonò un campanello.

La porta si aprì mentre con gli occhi pieni di lacrime guardavo Mattia.

Il signore che era dietro alla scrivania parlò in inglese a quello che era entrato. Mi parve di capire che dicesse di accompagnarci.

Mi alzai.

­ A proposito ­ disse rivolgendosi a me ­ il tuo cognome è Driscoll: è il cognome di tuo padre.

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