Varses era situata tra le Cevennes, a circa mille chilometri da Montargis. Lungo il cammino bisognava quindi cercare città e grossi villaggi in cui dare rappresentazioni fruttuose.
I mille chilometri li percorremmo in circa tre mesi e, giunti a Varses, avevamo centoventotto franchi: ne mancavano solo ventidue per l'acquisto della famosa mucca.
Arrivammo alle tre del pomeriggio con un bel sole, ma la città era annebbiata dal fumo delle fabbriche.
Non sapendo l'indirizzo dello zio Gaspare, chiesi della miniera Trujere, in cui egli lavorava e mi mandarono in una valletta sulla riva sinistra della Divonne.
Davanti alla casa c'era una donna che chiacchierava con una vicina; mi disse che sarebbe ritornato alle sei, dopo il lavoro.
Sei Remigio? mi chiese Alessio ci ha parlato molto di te: ti aspettava. E quello chi è?
È Mattia, il mio compagno.
Quella era la zia di Alessio. Ella mi ripetè che Alessio sarebbe tornato dalla miniera alle sei. Preferii andare ad aspettare Alessio all'uscita della miniera.
Saputo da quale galleria sarebbe uscito, mi misi all'imbocco insieme a Mattia e a Capi. Dopo le sei vedemmo vacillare lontano, nel buio, dei piccoli punti luminosi che s'ingrandivano lentamente. Erano i minatori che con le lanterne, risalivano alla luce.
Ma per quanto stessi attento non vidi Alessio; ad un tratto me lo trovai abbracciato al collo: era così nero che non lo avevo riconosciuto.
Questo è Remigio disse poi ad un uomo sulla quarantina che gli era accanto.
Ti aspettavamo da tempo mi disse con affabilità.
Capi intanto faceva festa ad Alessio. Lo zio Gaspare ci invitò a cena:
Finita la cena, lo zio disse:
Tu, Remigio, dormirai con Alessio e tu, Mattia vieni con me nel fienile, ti preparerò un buon letto.
A letto parlai a lungo con Alessio che già amava quel lavoro e vantava la sua miniera come la più bella del paese.
Mi descrisse le intricate gallerie della miniera dove il fango misto all'acqua, che filtra dalle pareti della roccia, forma talvolta un vero ruscello.
Ma il giorno prima della nostra partenza, Alessio si ferì ad una mano e dovette stare a casa.
Quando lo zio Gaspare sentì che Alessio doveva riposare per alcuni giorni, perdette la calma. Chi avrebbe condotta la sua benna? Per pochi giorni non si sarebbe trovato nessun ragazzo disponibile.
Così gli domandai se il mestiere di scaricatore era difficile.
No, affatto! Si tratta di spingere un vagone che scorre sulle rotaie.
Il vagone è pesante?
Non tanto: Alessio ce la faceva benissimo.
Allora se era capace Alessio, sarò capace anch'io.
Sei un bravo ragazzo! Domani scenderai con me nella miniera.
Giunti sul posto di lavoro, lo zio mi indicò quello che dovevo fare: quando la prima benna fu piena di carbone, mi aiutò a spingerla per farmi vedere fin dove dovevo portarla e come dovessi fare se mi fossi imbattuto in altri carretti.
Il lavoro non era difficile: per quel giorno tutto andò bene e lo zio Gaspare disse che in poco tempo sarei diventato un buon minatore.
La mattina dopo ci trovammo nella miniera.
Portavo la mia « benna » per la terza volta al pozzo, quando sentii un rumore terribile, come uno spaventoso boato. Ad un tratto una schiera di topi mi passò tra le gambe, poi mi parve di sentire un brusio strano, come un gorgoglio di acqua; presi la lampada per guardare: era proprio acqua. Quel terribile boato era prodotto da una cascata d'acqua che precipitava nella miniera.
Abbandonai la benna e mi precipitai nel cantiere dove lavorava lo zio Gaspare.
Zio Gaspare, la miniera è inondata.
Un'altra sciocchezza.
S'è aperto un buco sotto la Divonne, scappiamo!
Lasciami lavorare.
Ma ascoltate!
Ero così agitato che lo zio Gaspare si fermò col piccone in aria ad ascoltare: il rumore continuava sempre più forte e pauroso: non c'era alcun dubbio, era acqua che precipitava.
Via, corriamo, la miniera è inondata! e, continuando a gridare in questo modo, zio Gaspare prese la lampada e fuggì nella galleria.
L'acqua saliva rapidamente, per fortuna eravamo vicini alle scale, altrimenti non avremmo potuto raggiungerle.
A gran velocità percorremmo i quaranta metri che ci separavano dal primo piano, ma, prima di mettere i piedi sull'ultimo gradino, una cascata d'acqua ci sommerse e ci spense le lampade.
Tenete duro! gridò lo zio Gaspare.
Ci aggrappammo saldamente agli scalini, ma quelli che erano dietro furono travolti; se fossimo stati soltanto dodici gradini più giù, saremmo precipitati anche noi perchè la cascata era diventata una valanga.
Giunti al primo piano, non eravamo ancora in salvo, perchè dovevamo salire per altri quaranta metri e l'acqua era anche in quella galleria. Per di più eravamo al buio perchè le lampade si erano spente.
Proprio in quel momento vedemmo nell'oscurità sette od otto lampade che avanzavano verso di noi. L'acqua ci arrivava più su del ginocchio, non era tranquilla, era un torrente, un turbine che travolgeva e schiantava tutto ciò che incontrava.
Di là, di là; unico rifugio è la miniera vecchia!
La miniera vecchia era formata da gallerie abbandonate da parecchio tempo, dove nessuno andava mai
Dopo aver camminato nella galleria, non so se per pochi minuti o secondi, egli si fermò:
Non faremo in tempo disse l'acqua sale troppo in fretta.
Bisogna trovare una salita.
Ci internammo nella salita.
Ragazzi, non dobbiamo stancarci troppo. Se rimarremo cosi aggrappati con le mani e coi piedi, tra poco non ne potremo più. Bisogna che ci scaviamo dei gradini. Adoperate gli uncini delle lampade.
Ognuno si mise a scavare con l'uncino della propria lampada: non era cosa facile data la forte pendenza della salita. In pochi minuti ci eravamo scavati una nicchia per poterci appoggiare i piedi.
Ora dobbiamo fare in modo d'evitare il pericolo di cadere.
Abbiamo fatto i buchi per appoggiare i piedi.
Credi che non ti stancherai a rimanere sempre nella stessa posizione?
Verranno in nostro aiuto da fuori.
Sì ma quanto tempo impiegheranno per giungere fino a noi? Solo loro che sono sulla terra lo possono sapere; noi doppiamo sistemarci nel miglior modo, perchè se qualcuno scivola è perduto.
Io penso che sia meglio scavare dei ripiani, come in una scala. Siamo in sette: basteranno due pianerottoli, quattro staranno in uno e tre nell'altro.
Con che cosa scaviamo?
Siamo senza picconi.
Con gli uncini delle lampade sul polvericcio, i coltelli sulle parti dure.
Ci mettemmo subito all'opera; il lavoro non sarebbe stato difficile se avessimo avuto gli arnesi adatti, ma coi coltelli era un'operazione lunga e faticosa. Bisognava che fossero abbastanza larghi in modo da potervisi sistemare comodamente
Dopo circa tre ore di lavoro avevamo scavato un piano sul quale potevamo sederci.
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