Forse fu proprio il mio stato d'animo a spingermi ad andare a trovare babbo Acquin, nel carcere.

Fui introdotto in un parlatorio e poco dopo giunse Acquin che non era carico di catene come avevo immaginato.

­ Ti aspettavo, caro Remigio ­ mi disse ­ e ho sgridato Caterina perchè non ti ha condotto con gli altri ragazzi.

Queste parole mi rianimarono.

­ Allora non volete che vi porti notizie dei vostri figli? ­ dissi.

­ Sei un bravo ragazzo, hai un cuore generoso!

Mi gettai fra le sue braccia.

­ Ti dico una sola cosa, ragazzo mio: Dio ti aiuti!

Restammo silenziosi qualche momento; era già ora di separarci, quando babbo Acquin si frugò in tasca e tirò fuori il suo orologio d'argento.

­ Non voglio che ci separiamo senza averti dato un ricordo: ti regalo il mio orologio, d'argento, non ha un gran valore e non è troppo esatto, ma è l'unica cosa che mi rimane.

Prima di lasciare Parigi, m'era indispensabile una Carta della Francia, perciò mi diressi verso le botteghe dove le vendevano. Dopo molte ricerche riuscii a trovarne una usata, montata su tela.

Mi diressi verso Fontainebleau; mentre passavo per via Mouffettard, davanti ad una chiesa, mi parve riconoscere in un ragazzo il povero Mattia. Era proprio lui con la testa grossa, gli occhi umidi, la bocca espressiva e la sua aria di dolcezza e di rassegnazione. Non era affatto cresciuto. Mi accostai, egli mi riconobbe e disse:

­ Tu sei il ragazzo che venne da Garofali con quel vecchio il giorno prima che io andassi all'ospedale.

­ Sei sempre da Garofali?

­ No, ­ rispose sottovoce ­ Garofali è in prigione perchè ha fatto morire Orlando per le troppe busse.

Questa notizia mi fece molto piacere e per la prima volta la prigione non mi parve troppo orribile.

­ E adesso che farai? ­ gli chiesi.

­ Non so.

­ Qualcosa dovrai pur fare.

­ Quando ti ho incontrato, stavo pensando di vendere il violino, ma mi dispiace troppo separarmene. È l'unico svago che ho: quando suono, vedo delle bellissime cose, più belle che nei sogni.

­ Perchè non suoni per la strada?

­ Ho provato, ma nessuno mi dà nulla. E tu che fai?

­ Sono capo della compagnia ­ risposi con infantile orgoglio.

­ Oh, se tu volessi ingaggiarmi nella tua compagnia! ­ esclamò Mattia.

­ Ma questa è tutta la mia compagnia ­ dissi indicando Capi.

­ Che importa? Saremo in due. Ti prego, non lasciarmi morire di fame...

Morir di fame! Non tutti sanno cosa significhi questa espressione ma io avevo conosciuto anche questa esperienza.

­ No ­ disse ­ in due non si muore mai di fame; ci si aiuta, ci si sostiene. Quello che ha aiuta chi non ha.

Mattia mi prese la mano e la baciò: mi vennero le lacrime agli occhi.

­ Verrai con me, ma non come servo, come compagno ­ e mettendomi l'arpa a tracolla dissi: ­ Andiamo.

Stesi la carta e dopo un po' riuscii ad orientarmi: Corbeil, Fontainebleau, Montargis, Gien, Bourges, Saint Armand, Montluçon.

Potevamo arrivare a Chavanon, con la sicurezza di non morire di fame lungo il cammino.

­ Cos'è questa? ­ chiese Mattia indicandomi la carta.

Cercai di spiegargli che cosa era una carta e a che cosa serviva. Mi ascoltò con attenzione e poi disse:

­ Allora bisogna saper leggere?

­ Sì; tu non sai leggere?

­ No.

­ Vuoi imparare?

­ Oh, sì, mi piacerebbe.

­ Bene, t'insegnerò.

Poi sfibbiai il mio sacco e feci vedere a Mattia ciò che possedevo: tre camicie, tre paia di calze, cinque fazzoletti e un paio di scarpe un po' usate.

A Mattia, che sgranò tanto d'occhi, chiesi:

­ Tu che hai?

­ Il violino e quello che mi vedi indosso ­ rispose mortificato.

­ Allora ­ dissi ­ divideremo ogni cosa da buoni camerati e porteremo il sacco un'ora per uno.

Mattia non voleva accettare, ma ormai riuscivo a farmi ubbidire.

­ Fammi sentire come suoni il violino ­ gli chiesi. Cominciò a suonare: era bravo quanto Vitali.

­ Chi ti ha insegnato? ­ gli chiesi.

­ Un po' tutti, specialmente da solo ho imparato, studiando.

­ E chi ti ha insegnato la musica?

­ Non la conosco; suono a orecchio.

­ Te la insegnerò io.

­ Sai dunque tutto?

­ Certamente: sono il capo della compagnia.

Sulla strada che portava al villaggio di Villejnif, passammo davanti ad una fattoria dove vedemmo una quantità di gente vestita a festa. Era uno sposalizio: pensai che forse avrebbero gradito un po' di musica, perciò entrai nel cortile seguito da Mattia e da Capi.

­ Ohè, dissi ­ volete un po' di musica?

­ Musica, musica! ­ risposero in coro.

In breve tutti furono pronti.

­ Chi di voi sa suonare la cornetta? ­ ci chiese il solito giovanottone.

­ Io, rispose Mattia ­ ma non ce l'ho.

­ Te ne vado a prendere una. Il violino è bello, ma insipido.

­ Suoni anche la cornetta? ­ chiesi a Mattia in italiano.

­ Sì, anche la tromba e il flauto.

Arrivò il corno e suonammo valzer, polche e quadriglie fino a notte senza prendere fiato. Ogni tanto vedevo Mattia impallidire: era stanco per la lunga camminata e sfinito per le privazioni. Ma continuava a suonare, soffiando con tutte le sue forze. Fortunatamente la sposa si accorse di quel pallore e disse:

­ Basta; quel povero ragazzo non ne può più. Ora mano alla borsa per i piccoli suonatori.

Tutti furono generosi. Lo sposo fu l'ultimo e lasciò cadere una moneta da cinque franchi.

E non fu tutto: ci tennero a cena e ci misero a dormire nel fienile.

La mattina seguente, partendo, avevamo con noi ventotto franchi.

Con ventotto franchi eravamo signori, perciò alla prima cittadina facemmo alcune spese indispensabili. Una cornetta per Mattia, un altro sacco militare, così avremmo diviso il peso dei nostro bagaglio.

Eravamo sempre diretti a Chavanon, da mamma Barberin; ora che ero ricco, desideravo farle un regalo. La cosa che le avrebbe fatto più piacere e che le sarebbe stata più utile, era un'altra mucca, un'altra Rossina.

Ma un sogno così bello non era tanto facile da attuare; bisognava avere molto, molto denaro. Quanto costava una mucca? Non ne avevo neppure un'idea. Informarmi dei prezzo non mi era difficile. Ma la prima volta che feci la domanda ad un bovaro, per risposta ebbi una gran risata.

Dopo avermi preso in giro, si decise a rispondermi sul serio e ad entrare in trattative.

Aveva una mucca che faceva proprio per me: una buona mucca con molto latte, buono come una crema, e che mangiava pochissimo. Il prezzo era di trenta scudi.

Mi venne un'idea: per guadagnar tempo avremmo potuto andare a Varses e forse al ritorno avrei avuti i centocinquanta franchi necessari.


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