Mi svegliai in un letto, mentre un gran fuoco riscaldava la stanza in cui mi trovavo. Mi guardai intorno: era una camera sconosciuta e sconosciuti erano i volti delle persone che mi stavano vicino: c'erano un uomo vestito di grigio, con zoccoli gialli, tre o quattro ragazzetti tra i quali uno di cinque o sei anni che mi guardava con occhi strani che parevano parlare.
Mi sollevai e tutti mi si avvicinarono.
E Vitali? chiesi.
Domanda di suo padre. disse una ragazzina che sembrava la maggiore.
Non è mio padre, è il padrone; dov'è? Dov'è Capi?
Se Vitali fosse stato mio padre, forse non avrebbero parlato, ma in seguito alla mia precisazione ecco cosa mi raccontarono:
La porta nella quale ci eravamo rifugiati la notte era quella della loro abitazione. Verso le due del mattino il padre, che era giardiniere, uscendo per andare al mercato ci aveva trovati distesi sotto la paglia. In principio ci aveva invitato ad alzarci per lasciar passare il carro, poi, siccome non fiatavamo e solo Capi abbaiava per difenderci, ci aveva preso per un braccio e aveva cominciato a scuoterci. Ma neppure così ci eravamo mossi; sospettando che fosse successo qualcosa, andò a prendere una lanterna. Vide subito che Vitali era morto e che io non stavo molto meglio di lui. Se respiravo ancora dovevo ringraziare Capi che mia aveva conservato un po' di calore. Mi avevano trasportato in casa e adagiato su un letto dei ragazzi. Ero rimasto sei ore come morto, poi la circolazione del sangue si era riattivata e mi ero riavuto.
Per quanto la mia mente fosse annebbiata, capii perfettamente il significato di quelle due parole: Vitali era morto!
Quando mi lasciarono solo, senza sapere quello che avrei fatto, mi alzai.
L'arpa era ai piedi del letto, me la misi a tracolla e seguii la famiglia nell'altra stanza. Dovevo salutarli e andarmene, ma dove?
Dopo un momento d'esitazione spinsi l'uscio e fui davanti al giardiniere e alla tavola, vicino ad un bel fuoco. La famiglia era pronta per mangiare una bella minestra di cavoli.
Il profumo della minestra mi ricordò che il giorno prima non avevo mangiato; mi sentii svenire. La mia sofferenza si leggeva sul viso, infatti il giardiniere mi chiese se stavo male.
Risposi che non stavo tanto bene e che, se permettevano, mi sarei seduto vicino al fuoco.
La piccina, che avevo sentito chiamare Lisetta dal padre, mi guardava senza mai volgere altrove lo sguardo. Ad un tratto si alzò, prese la sua scodella piena di minestra e me la portò. Volevo rifiutare, ma il padre non me ne dette il tempo:
Prendi, piccino, quello che ti dà Lisa e, se vuoi, dopo ce n'è un'altra scodella.
Se ne volevo! In un attimo divorai tutto; quando posai il cucchiaio, Lisa, che era rimasta a guardarmi, dette un'esclamazione di contentezza. Poi porse il mio piatto al padre perchè lo riempisse e me lo riportò con un sorriso tanto dolce e incoraggiante che, nonostante la fame, rimasi un momento a contemplarla.
Anche questa volta feci sparire la minestra in un attimo mentre i ragazzi ridevano.
La minestra mi aveva ridato le forze e cosi mi alzai per andarmene.
Dove vuoi andare?
Mi guadagnerò la vita suonando l'arpa e cantando.
Così dicendo mi ero diretto alla porta, ma Lisa, che mi seguiva, mi prese per la mano e mi indicò l'arpa.
Vuoi che suoni? chiesi.
Ella accennò di sì col capo e battè le mani per la contentezza.
Benchè non fossi molto allegro, per far piacere a quella bambina tanto affettuosa, intonai un valzer. Ella stette ad ascoltare guardandomi fissa, poi, trascinata dalla musica si mise a ballare per la cucina. Quando il valzer finì, intonai una canzone napoletana che Vitali mi aveva insegnato. Era un motivo assai commovente.
La casa dove mi aveva condotto la fortuna si chiamava « La Ghiacciaia » ed apparteneva al padre, il giardiniere Pietro Acquin. Egli aveva quattro figli: Alessio, Beniamino, Stefanina e Lisa.
Lisa era muta, non dalla nascita e perciò sentiva. A due anni, improvvisamente, aveva perduta la favella, ma l'intelligenza non ne aveva sofferto, anzi si era sviluppata con straordinaria precocità.
La madre era morta un anno dopo la nascita di Lisa e Stefanina aveva preso il suo posto.
Non erano cinque minuti che avevo attaccato il mio strumento al chiodo e stavo per narrare l'avventura della notte precedente, quando sentii raspare alla porta e guaire sommessamente.
È Capi, esclamai alzandomi ma Lisa corse ad aprire la porta.
Capi si slanciò verso di me e quando lo presi in braccio cominciò a leccarmi il viso, tremando per tutto il corpo.
Vuole che io esca.
Forse per condurti dal tuo padrone.
Vedendo la mia inquietudine, babbo Acquin mi condusse al Commissariato dove, dopo avermi assicurato che Vitali era morto, mi fecero domande su domande.
Raccontai ciò che sapevo del mio padrone e perchè mi trovavo con lui al commissario.
Bisogna condurlo da questo Garofali. disse a un agente in via Lourcine: riconoscerà la casa, salirete con lui e lo interrogherete.
Quando entrai nella soffitta, Garofali nel vedermi impallidì: evidentemente aveva paura, ma quando udì dall'agente il motivo della nostra visita si rassicurò subito.
Oh, è morto, quel povero vecchio! esclamò.
Allora diteci quel che sapete.
È molto semplice. Il suo nome non è Vitali, ma Carlo Balzani e trentacinque o quarant'anni fa era uno dei migliori cantanti italiani. Ma poi ha perduta la voce e, non volendo diminuire la sua gloria, rinunciò al suo vero nome facendosi chiamare Vitali ed evitò tutti coloro che lo avevano conosciuto nei bei tempi. Per un caso ho saputo il suo segreto.
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