Eravamo molto lontani da Parigi. Riprendemmo perciò subito il cammino per quelle strade coperte di neve e battute dalla tramontana.
I chilometri si succedevano ai chilometri, le tappe alle tappe; così ci avvicinammo a Parigi.
Eravamo partiti all'alba e, dopo aver attraversato il villaggio, dall'alto di una collina avevamo veduto un gran nube che copriva una immensa città. Io guardavo con gli occhi spalancati, quel mare di tetti, di campanili, di torri e di camini. Vitali mi si avvicinò e disse
La nostra vita sta per cambiare. Fra quattro ore saremo a Parigi.
In quello stesso momento un raggio di sole si sprigionò dal cielo e vidi un luccichio dorato. Vitali disse:
A Parigi ci separeremo.
Mi volsi a guardarlo, anch'egli mi guardò: il mio viso pallido e le mie labbra tremanti gli rivelarono ciò che sentivo.
Ti dispiace, vero? mi disse. Povero piccino!
Le parole affettuose e il tono con cui le disse mi fecero venire le lacrime agli occhi: da molto tempo non avevo inteso una parola di simpatia.
Siete tanto buono dissi.
No, sei tu buono; sei un ragazzo di cuore.
Ma dissi timidamente non mi lascerete solo a Parigi?
Sta' tranquillo, non ti abbandonerò. Cosa faresti a Parigi da solo? Ci separeremo soltanto per questi ultimi mesi di cattiva stagione. Cosa potremmo combinare in una città come quella col solo Capi? Come potremmo vivere in tre senza guadagnare?
Ho dunque pensato di cederti un altro padrone che ti manderà a suonar l'arpa con altri bambini.
Io darò lezioni d'arpa, di piva e di violino ai ragazzi italiani che lavorano a Parigi. Le lezioni non mi mancheranno, perchè a Parigi ho molte conoscenze. Intanto ammaestrerò due cani che possano sostituire Zerbino e Dolce e in primavera ricominceremo la nostra vita, sperando di non doverci più separare. Ti porterò in Germania, in Inghilterra e farò di te un uomo. La sorte non ci sarà sempre contraria e alla fine tornerà il sereno.
Stavamo per giungere in città.
Dall'uno e dall'altro lato vi erano delle case povere e sporche; sulla neve ammucchiata avevano gettato cenere, verdura guasta, ed altre cose del genere. L'aria era impregnata di odori sgradevoli, i bambini che giocavano sulle soglie erano pallidi e patiti.
Ero deluso, ma anche curioso di quanto mi vedevo intorno. Dopo aver percorso una strada larga e un po' meno miserabile delle altre, dove le botteghe apparivano sempre più grandi e più belle Vitali voltò a destra ed entrammo in una viuzza lurida.
In un angolo lessi il nome: Via Lourcine. Dopo aver attraversato un cortiletto soffocato, giungemmo in una specie di pozzo verdastro dove la luce pareva verde e il sole non arrivava mai: non avevo mai visto un luogo più orribile.
Garofali è in casa? chiese Vitali a un uomo che ammucchiava degli stracci.
Non so, andate a vedere in cima alle scale.
Giunti all'ultimo pianerottolo, Vitali spinse la porta e ci trovammo in una vasta soffitta dove su ogni parete stavano allineati una dozzina di letti. Le pareti e il soffitto erano di una tinta indefinibile per la polvere e la sporcizia.
Garofali chiamò Vitali dove siete nascosto
Il signor Garofali è fuori; tornerà tra due ore
Nello stesso istante si fece avanti un ragazzo di circa dodici anni, dall'aspetto molto strano. Aveva la testa grossa, troppo grossa per quel corpo gracile, ma sul viso era un'espressione di dolcezza, di dolore e negli occhi tanta rassegnazione e malinconia.
Se torna prima, gli dirai che Vitali sarà qui tra due ore poi, rivolgendosi a me, disse:
Resta qui, ti riposerai un po'. Sta' tranquillo; tornerò.
Nonostante la stanchezza, avrei preferito andare con lui, ma non osai ribellarmi.
Sei del mio paese? mi chiese in italiano.
No risposi in francese; stando con Vitali avevo imparato a capire l'italiano ma non lo parlavo ancora.
Peccato! mi rispose con tristezza avrei preferito che tu fossi del mio paese; avresti potuto darmi notizie.
Di che paese sei?
Di Lucca.
Io sono francese.
Se tu fossi italiano entreresti a servizio del signor Garofali, ma non sono fortunati quelli che restano qui.
E' cattivo? chiesi.
Il ragazzo non rispose, ma mi fissò con uno sguardo assai eloquente.
Si diresse verso il focolare dove ardeva un bel fuoco e bolliva una bella pentola di ferro.
Mi avvicinai al fuoco per scaldarmi e osservai che quella pentola aveva qualcosa di strano: il coperchio, sormontato da un tubo sottile dal quale usciva il vapore, era fissato da un lato con la cerniera e dall'altra con un lucchetto. Avevo capito che non dovevo fare domande indiscrete su Garofali, ma sulla pentola...
Perchè è chiusa col lucchetto?
Perchè io non possa prendere una tazza di brodo. Sono io che faccio la minestra e il padrone non si fida.
Così dicendo cominciò a darsi da fare intorno alla tavola, mettendo i piatti e le posate. Contai venti piatti; i letti erano dodici, e che letti! Senza lenzuola e con delle coperte da far spavento.
Mentre pensavo a queste cose cominciarono a rientrare i ragazzi. Ciascuno andava ad attaccare il suo strumento ad un chiodo vicino al proprio letto.
Infine arrivò Garofali: un uomo dal viso giallastro e il passo esitante. Il suo primo sguardo fu per me, uno sguardo che mi fece gelare di paura.
Chi è quel ragazzo? chiese.
Mattia rispose molto gentilmente, riferendogli le parole di Vitali.
Ora disse Garofali facciamo i conti, angeli biondi. Mattia, il registro.
Tu mi devi un soldo di ieri, hai promesso di pagarlo oggi: quanto mi porti?
Mi manca un soldo.
Ah, ti manca un soldo e lo dici così?
Non è il soldo di ieri, è uno di oggi.
Basta con le chiacchiere. Sai qual'è la regola: giù la giacca, Riccardo, bello mio, prendi la frusta.
Riccardo tolse la frusta da un chiodo mentre il ragazzo si levava la camicia rimanendo nudo fino alla cintola.
Aspetta, disse Garotali con un sorriso crudele può darsi che tu non sia solo. E' sempre una consolazione avere dei compagni e Riccardo perderà meno tempo.
Tutti a turno andarono a presentare i loro conti: ne furono condannati altri tre.
Ecco qui quattro briganti che mi derubano, mi saccheggiano gemette Garotali come volete che io possa pagare tutta la carne e le patate che vi divorate, se non volete lavorare? Giù le giacchette.
Riccardo stava con la frusta in mano e i cinque condannati erano disposti al suo fianco.
Al secondo colpo mandarono un gemito, al terzo un grido straziante.
In quel momento la porta si aprì ed entrò Vitali.
Un'occhiata gli confermò ciò che aveva sospettato sentendo le grida per le scale: corse su Riccardo, gli tolse la frusta e a braccia conserte si piantò davanti a Garofali.
Questo rimase un momento interdetto ma si riprese subito e disse:
In che vi immischiate, vecchio scemo?
In quello che riguarda la polizia.
Mi minacciate di polizia, voi? urlò Garofali alzandosi in piedi.
Sì, io. rispose Vitali senza lasciarsi intimidire.
Sentite, Vitali, gli disse Garofali non fate il cattivo, non minacciate, perchè potrei farlo anch'io. Se soltanto pronunciassi un nome, chi di noi due dovrebbe andare a nascondere la sua vergogna?
Il mio padrone non rispose ed io rimasi stupito da queste strane parole. Prima che mi fossi ripreso, egli mi prese per mano e mi condusse verso la porta.
E senza aggiungere una parola, senza voltarsi, scese le scale tenendomi per mano.
|
|
|
|
|||||||
|
|