Alla giornata di tempesta ne seguì una piena di sole. La foresta non era più triste e livida, ma di un bagliore accecante.

­ Bisogna raggiungere subito il paese ­ disse Vitali ­ altrimenti Belcore morirà qui.

Dopo un'ora di duro cammino incontrammo un grosso villaggio. Generalmente preferivamo alloggiare negli alberghi della periferia o posti all'entrata della città dove eravamo sicuri di non essere respinti. Questa volta invece, Vitali si spinse al centro del paese e si fermò davanti a una locanda dove brillava un'insegna dorata.

Prese la sua aria da « gran signore » ed entrò impettito e col cappello in testa; chiese all'oste una camera ben riscaldata. L'albergatore rimase interdetto, poi, intimidito dall'aspetto signorile del mio padrone, ordinò a una cameriera d'accompagnarci.

­ Va' subito a letto ­ mi ordinò Vitali mentre la donna accendeva il fuoco.

A letto? Avrei preferito mettermi a tavola, ma dovetti obbedire. Sul letto c'era un piumino e Vitali mi copri fino al mento.

­ Cerca di star più caldo che puoi ­ mi disse.

Mi sembrava che Belcore avesse più bisogno di caldo di me, ma tuttavia stavo imobile a guardare Vitali che, con gran stupore della fantesca, voltava e rivoltava Belcore davanti al fuoco come se volesse arrostirlo.

- Hai caldo? ­ mi chiese dopo un po'.

­ Soffoco.

- E' quello che ci vuole.

Mise Belcore a letto con me, raccomandandomi di tenerlo ben stretto. La povera bestiolina, di solito sempre pronta a disubbidire, era buona buona. Si stringeva a me senza fare un movimento e finì coi diventare caldissima.

Vitali andò subito in cerca di un medico. Tornò presto, accompagnato da un signore con gli occhiali d'oro.

Il povero braccino fu salassato e Belcore non emise un sol gemito.

Dopo il salasso vennero i senapismi, i cataplasmi, i decotti. Io ero l'infermiere e Belcore apprezzava le mie cure e mi ricompensava sorridendomi affettuosamente, con uno sguardo quasi umano.

Se ne stava tranquillo a letto e ci voleva tutti intorno come un bimbo viziato; la sua malattia aveva un decorso normale: quello che lo tormentava di più era la tosse.

Una mattina Vitali, tornando nella camera dove restavo sempre a far compagnia a Belcore, mi disse che l'oste voleva essere pagato e che, dopo aver saldato il conto, gli sarebbero rimasti cinquanta soldi.

Che fare? Io non seppi cosa dire, ma lui pensava che era necessaria una rappresentazione quella sera stessa.

Il mio padrone si dette subito da fare; mentre curavo il malato, trovò una sala per lo spettacolo vicino al mercato: preparò e affisse i manifesti, dispose le panche e spese i suoi ultimi cinquanta soldi in tante candele che divise a metà per raddoppiarne la luce.

Dalla mia finestra lo vedevo andare e venir nella neve e mi domandavo quale sarebbe stato il programma della nostra rappresentazione.

Per la strada il padrone mi spiegò quello che dovevo fare: Capi ed io dovevamo compiere miracoli: bisognava a tutti i costi incassar quaranta franchi. Mentre, preparavamo, il banditore percorreva per l'ultima volta le strade del villaggio.

Quando ebbi abbigliato Capi, mi nascosi dietro un pilastro per vedere giungere il pubblico; il tamburir suonava con tutta la sua forza, ma la sala non si riempiva. I monelli erano tutti seduti, ma non sarebbero stati loro a darci quaranta franchi.

Eravamo giunti al momento decisivo: mentre io ballavo una danza spagnola accompagnato da Vitali, Capi con la ciotola in bocca, faceva il giro del pubblico. Avrebbe raccolto quaranta franchi?

Finalmente tornò: diedi un'occhiata alla ciotola vidi che era tutt'altro che piena.

Vitali, che aveva calcolato l'incasso, s'alzò e disse.

­ Il nostro programma è terminato, ma poichè le candele ardono ancora, se il pubblico lo gradisce, canterò qualche arietta. Capi farà un altro giro e se qualcuno ha dimenticato di essere generoso, forse lo ricorderà ora.

Gli applausi furono pochi; una signora giovane e impellicciata, che sedeva in prima fila con suo figlio, mi fece un cenno; io mi avvicinai.

­ Vorrei parlare al tuo padrone ­ mi disse.

Vitali si mosse a malincuore prendendo Capi con sè.

­ Mi scusi se l'ho incomodato ­ disse la signora ­ ma volevo congratularmi con lei. Sono musicista e non capita spesso di incontrare un talento come il suo.

­ Non c'è nessun talento in un vecchio come me ­ rispose Vitali piuttosto imbarazzato.

­ Arrivederci, signore ­ disse ella, calcando sulla parola « signore ». Poi, chinatasi su Capi, mise nella ciotola un luigi d'oro.

In quattro salti feci la scala; nella camera il fuoco era quasi spento e c'era un gran silenzio.

Accesi una candela: Belcore era disteso sul letto, vestito con la sua bella divisa e sembrava che dormisse; gli presi una zampina e sentii che era fredda. Mi volsi e dissi a Vitali che entrava: ­ Belcore è freddo. Il mio padrone si chinò su di lui. ­ E' morto, ­ disse ­ doveva accadere. Vedi, ho voluto toglierti alla signora Milligan e ne sono stato punito: Zerbino, Dolce... oggi Belcore. E non è ancora finita!

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