Mi trovai di nuovo in cammino per le strade polverose e fangose; sotto la pioggia e il sole, con la spalla indolenzita per il peso dell'arpa.

Spesso col pensiero tornavo al bei giorni passati sul « Cigno » e l'unica cosa che mi consolasse in un dolore così vivo e persistente era l'affabilità con la quale mi trattava il mio padrone. Egli era diventato più tenero, più affettuoso di quanto non era mai stato. Ciò mi impediva di piangere quando il ricordo di Arturo mi riempiva di nostalgia.

­ Volevi bene a quella signora? ­ mi chiedeva Vitali. ­ Lo capisco, è, stata molto buona con te e devi esserle grato.

Poi soggiungeva:

­ Era necessario...

Che cosa era necessario? In principio non capivo, ma a forza di riflettere compresi che voleva dire. Era stato necessario portarmi via da Arturo e da sua madre, ma perchè?

Non lo sapevo, ma forse un giorno motivi per tenermi lontano da loro non ci sarebbero stati più e mi abbandonavo a questa speranza.

Forse avremmo incontrato il « Cigno », sapevo che doveva risalire il Rodano e noi costeggiammo proprio quel fiume.

Restammo varie settimane a Lione ed io passai tutto il tempo libero a ispezionare le rive del Rodano e della Saona.

Ma tutto fu inutile.

Dopo aver lasciato le colline della Costa d'Oro, fummo presi da un freddo umido che penetrava fino alle ossa. Anche Belcore divenne più triste e imbronciato.

Tutto andò bene fino a Châtillon, malgrado il freddo e l'umidità; poi il tempo cambiò e cominciò a spirare la tramontana.

Giungemmo in un grosso villaggio, ma il mio padrone voleva raggiungere presto Trojes, una grande città, dove, in caso di brutto tempo, avremmo potuto dare qualche rappresentazione.

La mattina dopo mi alzai che non era ancora giorno: il cielo era coperto, senza una stella; tirava un vento gelido.

Partimmo. Vitali teneva Belcore sotto la giacca perchè non prendesse freddo. I cani, contenti di quel tempo asciutto, ci correvano innanzi. Il padrone, a Digione, mi aveva comperato una pelle di montone uguale alla sua ed io mi ci avvolsi:

L'ora dell'alba era già passata da un pezzo, ma il cielo era sempre nero.

Poco dopo cominciarono a volteggiare nell'aria i primi fiocchi di neve: cadevano, risalivano, volteggiavano senza toccar terra.

A poco a poco la neve si infittì e fummo travolti come da un turbine.

­ Non raggiungeremo Trojes ­ disse Vitali. ­ Bisognerà che ci ricoveriamo nella prima casa che incontreremo.

La neve intanto cadeva sempre più fitta e in pochi momenti aveva coperto tutta la strada, imbiancato tutto il paesaggio, insinuandosi in tutto le aperture per poi fondersi.

Ad un tratto Vitali tese una mano a sinistra per indicarmi qualcosa. In mezzo ad una radura mi parve di scorgere una capanna di rami, coperta di neve. A stento trovammo il sentiero per raggiungerla. Era costruita con fascine e dei lunghi rami formavano il tetto, un tetto abbastanza compatto che non lasciava passare la neve.

I cani entrarono prima di noi e cominciarono a rotolarsi sul terreno asciutto latrando contenti.

In breve un bel fuoco sfavillò crepitando allegramente; ci scaldammo, avvolti nel fumo, poichè mancava il camino.

Ora eravamo al caldo: non mancava che risolvere il problema del vitto. Il mio padrone, che era molto prudente, prima di partire aveva fatto le provviste per il viaggio: una pagnotta e un pezzetto di formaggio. Egli però ne divise soltanto la metà e ripose ciò che era rimasto in previsione di una lunga sosta.

Quando mi svegliai non nevicava più: lo strato di neve che si era ammucchiato all'entrata della capanna era aumentato, tanto che se avessi dovuto mettermi in cammino, mi sarebbe arrivato più su del ginocchio.

Bisognava però stringere la cintola e fu proprio ciò che facemmo quando Vitali divise in sei parti il resto della pagnotta.

Al calar della sera riprese a nevicare.

­ Ora dormi ­ disse Vitali ­ ti sveglierò quando avrò sonno. Uno di noi deve vegliare per mantenere acceso il fuoco:

Mi addormentai e quando il padrone mi svegliò doveva essere notte inoltrata.

­ Ora tocca a te ­ mi disse Vitali ­ non devi far altro che mettere un po' di legna sul fuoco.

Vitali si addormentò subito e io mi feci sulla porta, ancora insonnolito e senza aver nulla da fare.

Alimentai il fuoco e sedetti su una pietra: tutti dormivano e a poco a poco mi appisolai anch'io. Mi svegliò un abbaiare furioso:

Chi abbaiava era Capi, ma nè Zerbino nè Dolce spondevano al compagno.

­ Che c'è? ­ chiese Vitali destandosi di soprassalto

­ Non lo so ­ risposi.

­ Ti sei addormentato e hai lasciato spegnere fuoco.

Capi continuava ad abbaiare sulla soglia, ma non usciva. Ad un tratto agli abbai di Capi risposero due o tre guaiti lamentevoli, molto vicini, dietro la capanna era Dolce.

­ Andiamo a vedere, stammi dietro. Avanti, Capi.

Mentre stavamo uscendo, udimmo un formidabile urlo;

­ Sono lupi. Dove sono Zerbino e Dolce?

Non lo sapevo; forse erano usciti dalla capanna durante il mio sonno, Zerbino ne aveva già l'intenzione Dolce l'aveva seguito.

­ Prendi un tizzone anche tu e andiamo in loro aiuto.

­ Cerca, Capi, cerca, Capi, ­ diceva il padrone mentre io fischiavo per richiamare Zerbino e Dolce.

Vitali tornò a fischiare e chiamò forte i cani, ma tutto fu inutile: il silenzio era assoluto. Mi sentii stringere il cuore.

Era veramente doloroso dover abbandonare quelle povere bestie specialmente per me che mi sentivo responsabile della loro sorte; se non mi fossi addormentato, non sarebbero uscite.

Nella capanna ci attendeva una nuova sorpresa; fuoco era ben acceso, ma Belcore era sparito. Cercammo dappertutto, lo chiamammo a lungo, ma nessuno rispose.

­ Bisogna attendere che faccia giorno ­ disse Vitali.

- Quanto tempo mancherà ancora?

­ Due o tre ore, credo. ­ E sedette accanto al fuoco con la testa fra le mani.

Avrei preferito che mi avesse sgridato: quel silenzio mi pesava terribilmente.

Le ore non passavano mai: finalmente le stelle cominciarono a impallidire e il cielo a farsi più chiaro. Quando gli alberi e i cespugli cominciarono a delinearsi chiaramente, armati di bastoni, uscimmo dalla capanna.

Capi non aveva più paura, ma con gli occhi fissi in quelli dei padrone aspettava un cenno per slanciarsi nelle ricerche. Ad un tratto alzò il muso verso un albero e cominciò ad abbaiare. Seguimmo il suo sguardo e su un'alta quercia, in una biforcazione di un ramo, scorgemmo una forma scura. Era proprio Belcore. Evidentemente la povera bestia, spaventata dagli urli e dai latrati, era fuggita per rifugiarsi lassù.

Vitali la chiamò con dolcezza, di lì andò ad accucciarsi sotto la giacchetta di montone.

Ora bisognava cercare i cani. Arrivammo fino allo spiazzo dove avevamo visto tante orme confuse: qui comprendemmo subito ciò che era accaduto.

Uscendo dalla capanna. i cani l'avevano costeggiata fino allo spiazzo dove i lupi, in pochi e lunghi salti, li avevano afferrati e sgozzati: da qui una lunga striscia rossa indicava il cammino percorso dai lupi per andare a divorare, in qualche antro del bosco, le povere bestie.

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