Ormai i due mesi erano trascorsi e il giorno della scarcerazione di Vitali si avvicinava. Questo pensiero mi tormentava sempre più man mano che ci allontanavamo da Tolosa.
Un giorno decisi di parlarne con la signora Milligan per chiederle quanto mi sarebbe occorso per raggiungere Tolosa. Sentendo parlar di partenza, Arturo cominciò a protestare.
Risposi che non ero libero, che avevo un padrone al quale i miei genitori mi avevano affidato. Parlai dei miei come se fossero veramente mio padre e mia madre: non volevo confessare che ero un trovatello.
Dopo una lunga discussione la signora propose di scrivere a Vitali, mandandogli il denaro per raggiungerci a Cette. Se avesse accettato di rinunciare a me, non restava che chiedere il consenso dei miei genitori.
Queste ultime parole mi richiamarono alla realtà. Senza dubbio se si fossero rivolti ai miei genitori avrebbero saputo che ero un trovatello e allora nè la signora nè Arturo avrebbero più voluto saperne di me.
Tre giorni dopo giunse una lettera di Vitali nella quale diceva che sarebbe arrivato il sabato seguente. Chiesi il permesso di andarlo a prendere alla stazione e mi ci recai portando con me i cani e Belcore.
Quando il treno arrivò, i cani sentirono la presenza del padrone: tirando il guinzaglio, mi trascinarono in avanti finchè mi sfuggirono di mano.
Correvano abbaiando e finalmente apparì Vitali vestito nel solito modo.
Avanzai verso di lui ed egli mi abbracciò e baciò.
Gli raccontai ogni cosa mentre andavamo all'albergo dove mi disse di aspettarlo coi cani mentre sarebbe andato a parlare alla signora Milligan.
Restai ad aspettarlo fuori, sulla porta, attorniato dai cani e pochi minuti dopo lo vidi ritornare.
Va' a salutare la signora mi disse tra dieci minuti si parte.
Salii i gradini macchinalmente ed entrai nelle stanze della signora Milligan, dove trovai Arturo che piangeva e sua madre china su di lui a consolarlo.
Vero, Remigio, che non partirai? gridò il bambino.
La signora rispose per me, spiegandogli che dovevo ubbidire.
Il tuo padrone è un uomo cattivo esclamò Arturo.
Non è cattivo soggiunse la signora anzi, credo che voglia molto bene a Remigio. Egli ha parlato da galantuomo e mi ha detto: « voglio bene al ragazzo ed anche lui a me ne vuole; lei gli darebbe una buona educazione e istruzione, ma sarebbe sempre il passatempo di un bambino ammalato. La dura vita che condurrà con me gli sarà utile, gli formerà un carattere. D'altra parte lo istruirò e lo terrò con me come se fosse mio figlio ».
Ed io non voglio che Remigio parta! gridò Arturo.
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