La mamma di Arturo, la Signora Milligan, era inglese: era vedova e Arturo era il suo unico figlio vivente. Ella però aveva avuto un altro figlio che era scomparso misteriosamente.
Le ricerche furono affidate al cognato della signora, Giacomo Milligan, che però aveva interesse a non trovare il nipote perchè, essendo suo fratello morto senza figli, egli restava unico erede.
Tuttavia Giacomo Milligan non potè aver nulla della eredità perchè sette mesi dopo la morte del marito, la signora Milligan ebbe un altro bambino, il piccolo Arturo, gracile e malaticcio.
Doveva essere curato con bagni solforosi e perciò la signora Milligan lo aveva portato nei Pirenei.
La cura si rivelò inutile e i medici ordinarono al bambino di restare immobile.
Per questo la signora Milligan aveva fatto costruire a Bordeaux il battello sul quale ora mi trovavo.
Arturo trascorreva le giornate nel salotto o nella veranda mentre i paesi gli sfilavano davanti ed egli non doveva fare che la fatica di aprire bene gli occhi.
La barca si chiamava « Cigno »; il primo giorno feci la conoscenza con la mia cabina, che, per un povero ragazzo come me, era una meraviglia.
Era molto piccola. con un finestrino rotondo per far entrare l'aria e la luce; le pareti erano rivestite di legno e il pavimento tutto coperto di tela cerata a quadri bianchi e neri. Il letto era morbido, con lenzuola fini e profumate.
Dormii bene e senza preoccupazioni, ma all'alba fui in piedi; volevo sapere come avevano trascorso lo notte le mie bestie. Le trovai tutte accucciate dove le avevo sistemate la sera prima.
Non appena mi avvicinai si svegliarono e mi vennero incontro per la prima carezza mattutina.
Che piacere viaggiare su un battello! I cavalli trottavano sul sentiero mentre noi filavamo senza scosse, tra due rive boscose e tranquille.
Chino sul parapetto della barca, guardavo le rive fuggire. Ai lati e sotto di me l'acqua sembrava nera, come se nascondesse abissi senza fondo.
Stavo contemplando questo spettacolo, quando Arturo mi chiamò:
Hai dormito bene? Meglio che in aperta campagna? chiese.
Mi avvicinai e cercai di augurare il buongiorno al bambino e alla signora con le parole più gentili che conoscevo.
E i cani?
Li chiamai; anch'essi salutarono e Belcore cominciò a fare un mucchio di smorfie come se prevedesse una rappresentazione. Ma quella mattina di rappresentazioni non se ne parlò. Arturo era sdraiato all'ombra.
I suoi occhi, che guardavano qua e là, incontrarono i miei ed io lo incoraggiai a parlare. Egli sorrise con riconoscenza e poco dopo ricominciò a guardare le rive del canale.
Alcuni minuti dopo, un martin-pescatore attraversò veloce come una freccia il canale all'altezza della prua lasciando dietro di sè una striscia azzurra. Arturo lo seguì con lo sguardo poi, rivolgendosi a me, disse:
Vedi? Vorrei volare anch'io anzichè studiare questa lezione
Mi avvicinai e dissi:
Ma questa favola non è difficile!
Oh no, è molto difficile!
A me non sembra: ascoltando tua madre mi sembra di averla già imparata.
Sorrise con aria dubbiosa.
Vuoi che provi a ripeterla?
Gli ripetei la favola tanto bene, che dovette correggermi soltanto due o tre volte.
Ma come hai fatto ad impararla?
Sono stato attento. Mentre la tua mamma la leggeva, l'ho ascoltata attentamente senza mai guardarmi intorno.
Ho capito, cercherò di farlo anch'io, ma come hai fatto ad imparare a memoria tante parole che nella mia testa fanno una gran confusione?
Neppure io lo sapevo, ma cercai di rispondere alla sua domanda meglio che potei. Gli dimostrai che con un po' di applicazione si potevano imparare anche le cose più difficili.
Arturo rimase un po' esitante, ma poi cominciò a ripetere le parole mettendoci molto impegno e in breve non fece più errori. In meno di un quarto d'ora aveva imparato tutta la favola. Quando la sua mamma tornò e ci vide insieme, si fece seria: certamente pensava che ci fossimo uniti per divertirci. Arturo gridò:
La so, la so, me l'ha insegnata lui.
La signora mi guardò meravigliata, ma dovette convincersene quando Arturo le ripetè tutta la favola da cima a fondo, senza errori.
La signora Milligan sorrise e mi parve che nei suoi occhi brillasse una lacrima. Non potei accertarmene perchè si chinò ad abbracciare il bambino. Poi mi venne vicino posandomi una mano sulla spalla mi disse:
Sei un bravo ragazzo.
Ero stato chiamato su quel battello come un saltimbanco, cioè unicamente per divertire un bambino ammalato, ora ero divenuto compagno e forse l'amico di quel bimbo. Ero riuscito ad ottenere da lui ciò che
nessuno era riuscito a fargli fare, nè con le preghiere, nè con la severità.
Ripensando ai giorni trascorsi su quel battello con Arturo e la madre, sento che sono stati i migliori della mia fanciullezza.
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