Tornai all'albergo con gli occhi rossi e col cuore gonfio; sulla soglia trovai il padrone che mi chiese come era andata. Gli raccontai tutto.

­ Uhm! Due mesi di prigione e cento franchi di multa! Cosa farai in questi due mesi?

­ Non lo so neppure io, signore.

­ Non lo sai? Hai denaro per mantenere le tue bestie?

­ No, non ne ho.

­ Per caso non conti su di me perchè ti alloggi?

­ Oh no, signore, non conto su nessuno.

­ Ebbene, ragazzo, mio, fai bene. Il tuo padrone mi deve già molto denaro e non posso farti credito per altri due mesi senza essere sicuro di essere pagato. Non ti resta che andartene.

­ Andarmene? E dove?

­ Questo non mi riguarda, non sono nè tuo padre nè il tuo padrone perchè dovrei tenerti?

Rimasi sbalordito: tentai di insistere perchè mi tenesse ancora per due mesi, ma tutto fu inutile.

Mi diressi alla stalla, staccai i cani e Belcore, chiusi il mio sacco, mi misi l'arpa a tracolla e uscii dall'albergo. L'oste stava sull'uscio per accertarsi ch'io me ne andassi.

­ Se arrivano delle lettere te le conserverò ­ mi gridò.

Non vedevo l'ora di uscire da quella città: avevo i cani senza museruola e temevo di incontrare un'altra guardia.

Camminammo per molto tempo senza trovare nulla, decisi di fermarmi in un bosco, interrotto da radure dove erano sparsi blocchi di macigno. Era un luogo triste e solitario, ma quei massi ci avrebbero riparati dalla rugiada: soprattutto me e Belcore, per i cani non c'era pericolo. Cosa sarebbe accaduto alla compagnia se uno di noi due si fosse ammalato? Lasciammo la strada maestra e trovai un enorme blocco di roccia, che formava una cavità, dove il vento aveva ammucchiato una gran quantità di foglie secche. Avevamo tutto meno la cena, ma non c'è un proverbio che dice « chi dorme mangia »?

Misi Capi a fare la guardia: potevo star tranquillo: nessuno si sarebbe avvicinato senza che io ne fossi avvisato. Tuttavia non riuscivo ad addormentarmi: ero affamato, assetato e con tre soldi in tasca. Come avrei fatto a mandare avanti la compagnia? Immerso in questi tristi pensieri guardavo le stelle che brillavano sul mio capo.

Quando mi svegliai era giorno fatto; Capi, seduto davanti a me, mi guardava.

Facemmo svelti la nostra toeletta del mattino e ci mettemmo in cammino dirigendoci verso il suono della campana; lì ci sarebbe stato di certo un villaggio e quindi una bottega di fornaio. Avevo deciso di spendere i tre soldi, poi qualcosa sarebbe accaduto. Giunti al paese non fu necessario chiedere indicazioni: il nostro naso ci guidò fin dal fornaio. Per tre soldi ci dettero tre microscopici pezzetti di pane che divorammo in un batter d'occhio. Ora bisognava guadagnare qualcosa a tutti i costi; mi misi perciò in cerca di un posto adatto per la rappresentazione e intanto scrutavo la gente per vedere se erano benevoli oppure ostili.

Ero immerso in questi pensieri quando sentii delle grida: mi voltai e vidi Zerbino venirmi incontro seguito da una vecchia. Capii subito il perchè di quelle grida: in un momento di mia distrazione Zerbino era entrato in una casa e aveva rubato il pezzo di carne che teneva in bocca.

­ Al ladro, al ladro! ­ gridava la vecchia ­ prendeteli tutti!

A quelle parole, sentendomi responsabile della mancanza del mio cane, cominciai a fuggire anch'io.

Mi fermai solo quando non ne potei più, cioè dopo circa due chilometri buoni. Voltandomi indietro vidi che non ci inseguivano più: Capi e Dolce erano vicini mentre Zerbino mi seguiva da lontano; forse si era fermato a mangiare la carne.

Lo chiamai, ma lui fuggì. Dovevo punire Zerbino e perciò dissi a Capi di andarlo a cercare. Ora bisognava aspettare il ritorno di Capi e di Zerbino.

Passò più di un'ora senza che nessuno dei due cani tornasse; cominciavo già a preoccuparmi quando vidi comparire Capi da solo, a testa bassa.

­ Dov'è Zerbino?

La bestiola si accucciò mesta e mi accorsi che aveva le orecchie insanguinate. Capii subito che c'era stata battaglia. Ora dovevo restar lì ad aspettare il ritorno di Zerbino.

E Zerbino non si vedeva.

Risolvetti di rimanere fino a sera. Ma non potevamo starcene oziosi ad ascoltare i morsi della fame, bisognava trovar qualcosa che ci distraesse.

Presi l'arpa, voltai le spalle al canale e cominciai a suonare. In principio le povere bestie non erano troppo propense al ballo, ma lentamente s'andarono rianimando e in breve dimenticammo la fame. Ad un tratto sentii ma voce squillante dl bimbo gridare:

­ Bravo! Bene!

Mi voltai sorpreso: un battello era fermo sul canale, con la prua rivolta verso noi, mentre i cavalli che lo tiravano stavano fermi sull'altra riva. Scorsi due persone: una signora dall'aspetto malinconico, che stava in piedi, e un bambino, forse della mia età, che mi sembrò coricato. Era il bambino che aveva applaudito. Mi tolsi il cappello.

­ Suoni per divertimento? ­ mi chiese la signora con accento straniero.

­ No, lo faccio per far lavorare i miei attori e... per distrarmi.

­ Vuoi suonare ancora? ­ mi chiese dopo essersi sollevata.

Ripresi l'arpa e comincia a suonare un valzer. Capi cinse Dolce alla vita e cominciarono a ballare. Poi Belcore si esibì da solo, infine eseguimmo tutto il nostro repertorio.

Non sentivamo più la stanchezza perchè speravamo che in fondo alle nostre fatiche ci sarebbe stato un bel pranzo. Ad un tratto vidi Zerbino sbucare da un cespuglio e quando i compagni gli passarono accanto, si unì a loro come se niente fosse stato.

­ Arturo vorrebbe vedere da vicino i tuoi attori ­ disse la signora.

Così salimmo tutti sulla strana imbarcazione.

­ Hai un padrone, piccino? ­ mi chiese la signora.

­ Si, Ma ora sono solo.

Le raccontai come avessi dovuto separarmi dal signor Vitali, condannato a due mesi di prigione per avermi difeso e come non mi era stato possibile guadagnare un centesimo da quando avevo lasciato Tolosa.

­ Chissà che fame avrete! ­ esclamò Arturo.

La signora disse qualche parola a una donna che faceva capolino dietro un uscio socchiuso e subito questa portò una tavola imbandita.

­ Siediti, piccino.

­ I cani mangiano il pane? ­ chiese Arturo.

­ Altro se mangiano il pane!

­ E la scimmia?

Per Belcore non c'era da preoccuparsi: mentre spezzavo il pane per i cani, aveva preso un pezzo di torta ed era andato a mangiarlo sotto la tavola.

Finalmente presi una fetta di pane e la divorai con la stessa abilità di Belcore.

­ Povero piccolo! ­ esclamò la signora riempiendomi il bicchiere.

Arturo si volse alla madre e si mise a parlare con lei nella solita lingua che non conoscevo. Sembrava che il bambino chiedesse qualcosa che la madre non era disposta a concedere. Finalmente il ragazzo si volse verso me girando la testa, senza muovere il corpo.

­ Vuoi restare con me?

Lo guardai troppo sbalordito per dire qualcosa.

Ci farai piacere e noi potremmo esserti utili. Potrai fare a meno di andare in cerca di un pubblico, il che, per un ragazzo della tua età, non è tanto facile.

In barca non ci ero mai stato: mi pareva tutto un sogno. Capii quanta gratitudine dovevo avere per quella signora e senza pensarci un attimo le presi la mano e gliela baciai.

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