Quella notte arrivarono tutti i parenti al castello. I Bretonneux, avvertiti da Casimiro ed i Paindavoine, chiamati " premurosamente " da Teodoro per le esequie del signor Edmondo.

Si erano affrettati ad arrivare. Bisognava essere presenti, farsi notare, non era forse in gioco l'eredità? Chi avrebbe ora ereditato tutta quella ricchezza, quel potere? Bisognava farsi sotto, agire finchè si era in tempo.

Forse era un bene che il signor Vulfran fosse cieco; non poteva vedere la chiesa rimasta quasi vuota durante la cerimonia dell'esequie, e le osterie piene dei suoi operai, i quali non prendevano parte al suo dolore, ma festeggiavano l'inaspettato riposo con birra e sidro.

Che pena tutto questo per Pierina! Ella se ne stava in disparte, ormai anche la signora Bretonneux pensava che non ci fosse più bisogno di lei. L'erede diretto non esisteva più e le speranze nel suo cuore si riaccendevano.

Al ritorno, fece la strada con la signorina Belluomo, l'unica che si preoccupasse della disgrazia in maniera umana.

­ Sapete, penso che la cecità gli abbia reso oggi un servizio ­ disse l'insegnante.

­ Credete? Ma egli si aiuta molto con l'udito, lo sapete. Pensate che non si sia accorto del rumore nelle bettole e del silenzio nella chiesa? Sarà un dolore di più, capire quanto poco gli altri partecipino al suo dramma ­ rispose amorosamente Pierina.

­ Ma come poteva essere diversamente, del resto? Egli non ha mai partecipato al dolore dei suoi operai: come volete che essi ora sentano il suo. Egli è sempre stato equo con loro, è vero; ma non si è interessato molto dei loro problemi di esseri umani, della loro vita. Non ha mai pensato di poter essere un padre per i suoi operai? Quanto bene avrebbe ricevuto, se ne avesse dato l'esempio: chi sta in alto ha il dovere di dare degli esempi ­ continuò calorosamente la signorina Belluomo.

Queste parole sorpresero penosamente Pierina. Le diceva una donna della quale aveva la massima stima, ma le facevano male.

Tornata al castello, constatò, che il signor Vulfran non voleva vedere nessuno e non pensava minimamente a lei.

­ Non vuole neppure far colazione con i suoi familiari ­ disse Bastiano.

­ Rimangono qui i parenti? ­ chiese Pierina.

­ No, se ne vanno dopo colazione. Il signor Vulfran non li vorrà neppure salutare. È accasciato, disfatto. Che accadrà ora?

­ Cosa potrei fare, mio Dio? ­ domandò angosciata Pierina.

­ Voi potete molto: egli ha fiducia in voi e vi vuol bene. So per certo quello che dico ­ aiutatelo in questo momento.

Poco prima di coricarsi, Pierina fu avvertita da Bastiano che la mattina seguente il signor Vulfran la desiderava in ufficio.

­ Vuol lavorare, ma ce la farà? Certo sarebbe un rimedio il lavoro, è sempre stato la sua vita ­ concluse Bastiano.

I timori di Bastiano non erano infondati. Pierina ne ebbe una prova quando il giorno dopo in ufficio, dopo lo spoglio della corrispondenza, si riunirono tutti i dirigenti delle fabbriche, per decidere insieme col padrone se vendere o acquistare le partite di Juta in India ed in Inghilterra, se tenere solo l'indispensabile o se fare nuovi acquisti.

Queste discussioni si svolgevano con un metodo rigoroso ognuno esprimeva il proprio parere e il padrone decideva di conseguenza.

Quando tutti aspettavano solo la sua parola egli, fra lo stupore generale, disse:

­ Non so che decisione prendere, ne riparleremo più tardi.

Era quello il capo sicuro di sè, l'uomo che pur non vedendoci, stava ore ed ore davanti alla finestra del suo ufficio come per controllare, dai rumori, l'andamento del lavoro. Era quello l'uomo potente, eletto da Dio, che per forza di volontà e di intelligenza era riuscito a creare quella specie di regno, sorretto da una forza eccezionale?

Come una vecchia quercia schiantata dal fulmine, egli ora se ne stava interte, la sua potenza fisica annientata, distrutta.

­ Mio Dio, mi avete dunque abbandonato? Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?

Questo gridò, suscitatogli dal petto, spaventò Pierina, che si sentiva impotente di fronte a quel dolore così atroce.

Ma il vecchio, chiuse nel suo cuore, aveva tante domande nuove, alle quali non sapeva dare risposta. Domande che non si era mai posto, nella sua superba volontà di potere, e che ora angosciose gli si ponevano. Perchè era successo a lui tutto questo? Chi aveva interrotto quell'equilibrio tra lui e il cielo? E chi era lui stesso, ormai, se quello che era stato o aveva creduto di essere per tanti anni, era crollato, sparito?

A lungo durò nel signor Vulfran, questo stato di abbattimento al quale si aggiunsero gli attacchi di bronchite; le sue condizioni non erano allarmanti, ma la depressione morale si lo era. Alle fabbriche Tolouel faceva da padrone incontrastato. Per il vecchio ci sarebbe voluta una scossa, ora. Forse avrebbe ripreso interesse al suo lavoro. Solo in questo modo avrebbe potuto guarire.

Un pomeriggio, mentre tornavamo dal giro negli stabilimenti, il signor Vulfran e Pierina udirono la sirena dei pompieri.

­ Sono i pompieri ­ osservò il vecchio. Vedi qualche cosa?

­ Mi sembra che si levi del fumo tra i tetti, là a sinistra vicino allo stabilimento. Devo frustare Cocò? ­ domandò Pierina.

­ No, cerca solo di farlo andare un po' più in fretta; dobbiamo andare a vedere cosa succede.

All'entrata del paese seppero la verità.

­ Non correte, signor Vulfran: non è lo stabilimento che brucia ma la casa della Tiburzia.

Era una vecchia ubriacona che custodiva i bambini ancora troppo piccoli per andare a scuola. Abitava una casupola misera e sporca. Era una cosa vergognosa che esistessero ancora case ridotte a quel modo.

­ Andiamo ­ comandò imperiosamente il vecchio, lasciando gli uomini presenti meravigliati per un simile ordine. Arrivati sul luogo Fabry che comandava la squadra dei pompieri, li informò sulla disgrazia.

­ Ormai il fuoco è domato ma la casa è bruciata e con essa cinque bambini. La vecchia era ubriaca come al solito: I più grandicelli avevano preso dei fiammiferi e si erano messi a giocare. Quando hanno visto che la casa prendeva fuoco, sono fuggiti. Altrettanto ha fatto la Tiburzia , dimenticando i piccoli in culla. ­ Il signor Vulfran volle andare nel cortile, dal quale provenivano le grida altissime delle madri dei piccoli.

­ Sono mie operaie? ­ domandò ­ Devo parlare con loro.

Entrarono, ma una delle donne, visto il padrone alzò un braccio minacciosamente gridando:

­ Venite avanti signore, guardate cosa fanno ai nostri bambini, mentre noi ci ammazziamo per voi. Guardate, potete rendermelo ora il mio piccolo? Era l'unica cosa preziosa che avessi e ora voi non riuscirete certo a ridarmela.

­ Andiamo via ­ ordinò laconicamente il vecchio ­ Avete ragione.

I funerali dei piccoli furono fissati per il giorno seguente.

­ Andrete ai funerali? ­ domandò esitante Pierina.

­ Perchè dovrei? Sono forse venuti i miei operai alle esequie di mio figlio? ­ rispose duro il vecchio.

­ Ma in questo modo si forma una catena inestinguibile. Essi non si associano al vostro dolore, perchè voi non vi associate al loro e viceversa; ma non capite che solo l'amicizia fa nascere l'amicizia? È bello dare lavoro e danaro a chi se lo guadagna con il sudore della fronte, è bello alleviare la miseria, ma è ancor più bello partecipare al dolore del prossimo. Se voi amerete i vostri operai, essi vi ameranno. ­ Pierina aveva parlato con tanto calore, che si sentì esausta. Ma il signor Vulfran taceva e quel silenzio la spaventava. Era dunque morto anche il sentimento in quell'uomo? Attraversando la veranda, però, egli disse a Tolouel:

­ Dite al curato che i funerali saranno a mie spese e che io interverrò personalmente alle esequie. Inoltre affiggete un avviso per gli operai: Chiunque voglia recarsi ai funerali domani è libero di farlo. È una grave disgrazia questo incendio ­ concluse.

Tolouel sussultando obiettò:

­ Ma noi non ne siamo responsabili!

­ Indirettamente sì ­ replicò, al sempre più sorpreso Tolouel, il vecchio padrone.

Ma le sorprese non erano finite! Il giorno dopo Piandavoine chiamò Fabry e gli ordinò:

­ Andate a Rouen. Studiate da vicino l'asilo modello che vi hanno costruito e riferitemi. Voglio sapere tutto, ogni particolare tecnico, il prezzo, e a quali asili si sono ispirati gli ingegneri. Voglio che anche nelle vicinanze dei miei stabilimenti, entro tre mesi sorga un asilo. Non deve ripetersi un incidente come quello di ieri.

La sera chiamò la signorina Belluomo e le chiese se voleva assumersi la direzione dei cinque asili che aveva intenzione di far costruire.

­ Signore, per me l'insegnamento è tutto lo sapete. Ciò nonostante, la fiducia che mi accordate mi onora e mi assumo volentieri l'incarico Avrò molte cose da imparare, prima di poterlo fare, ma spero di riuscirvi. Sono a vostra disposizione ­ concluse la signorina Belluomo.

­ Sapevo di poter contare su di voi. Insegnare è meraviglioso, ma io penso che guidare i bambini nei primi passi della vita lo sia di più. Ad ogni modo, di tutto ciò dovete ringraziare la vostra allieva, Aurelia. È lei che con le sue parole mi ha spinto a pensare ed a fare cose alle quali non avevo mai pensato finora ­ concluse sorridendo per la prima volta dopo tanto tempo il vecchio.

Pierina, resa ardita dalla gioia, si azzardò a domandargli:

­ Signore, volete fare un altro passo avanti? Venite con me questa sera in un posto che conosco.

­ Dove mi vuoi condurre, piccina?

­ In un luogo dove la vostra presenza per pochi attimi può dare risultati straordinari? Venite? ­ chiese Pierina con ansia.

­ Mi fido di te, lo sai. Verrò senz'altro.

­ Voi potete tanto, signore: e tutto questo vi ha anche ridato l'energia del tempo passato e fiducia nel domani. Ora le cose miglioreranno veramente.

­ Che domani vuoi che ci sia per me, ormai?

­ Il domani che voi stesso avete cominciato a costruire: la missione di far felici tanti esseri umani, come un buon mago benefico. ­ La sera stessa attraversarono il villaggio ormai deserto ed arrivarono davanti alla casa di Francesca.

­ Ma cosa debbo vedere, se sono cieco?

­ Non occorre che vediate: basterà sentire venite.

Saliti che furono Pierina spinse una porta e subito un terribile odore, acre, soffocante li assalì

Il signor Vulfran, stringendo la mano a Pierina le fece capire che voleva andarsene.

­ Era la camera dove hai dormito la prima notte che sei arrivata vero? ­ chiese egli quando furono sulla strada.

­ Ho voluto farvi conoscere le condizioni nelle quali dormono i vostri operai in molte camerate, qui a Maraucourt. Sono condizioni malsane, nelle quali è facile ammalarsi gravemente. E voi potete impedire tutto questo! Sono certa, che lo farete.

Quante cose erano cambiate dalla sera in cui Pierina aveva dormito da Mamma Francesca! Era passato solo poco più di un anno, ma le trasformazioni erano tante. Dopo la visita compiuta quella sera dal signor Vulfran alla camerata, un vero e proprio rivoluzionamento era avvenuto nella fisionomia del paese.

Davanti alle fabbriche, agli asili con le allegre facciate bianche e azzurre rischiaravano le severe linee delle officine. Case nuove e graziose erano sorte per gli operai ognuna con un po' di giardino. Grandi costruzioni con albergo e ristorante sorgevano al posto delle camerate maleodoranti. Il vecchio Vulfran aveva espropriato in modo franco e sbrigativo le vecchie proprietà. Le aveva comperate e pagate con denaro sonante, non lasciando scelta ai proprietari. Ma tutto questo aveva naturalmente fatto sorgere del mal contento. Quando poi una parte del parco del castello fu messa a disposizione degli operai con ogni sorta di giuochi una sala di lettura, le ire degli albergatori e dei bettolieri non si tennero più. Se il signor Vulfran si metteva a far concorrenza a loro, dando le case a cento franchi l'anno, facendo dormire i suoi operai senza famiglia in belle stanzette per soli tre franchi al mese, essi che avrebbero fatto? E si misero a sputare veleno e malignità sul vecchio e su quella vagabonda che aveva avuto tanto parte in tutto questo. Quando il padrone e la fanciulla passavano per le vie del paese, un brusio non sempre benevolo li seguiva. Anche i parenti del vecchio erano allarmati per tutto ciò che essi consideravano un inutile spreco del " loro " denaro.

Non era forse prudente far interdire il vecchio? Certo, quella vagabonda gli faceva fare tutto ciò che voleva ma a lei poco importava di quel denaro. Non era mica suo!

Ma non tutti erano ostili. La piccola aveva delle care amicizie sulle quali poteva contare in ogni momento, soprattutto la signorina Belluomo, Fabry e degli operai fatti eleggere dal vecchio padrone a far parte della commissione di sorveglianza delle diverse fondazioni. Persino il medico, il dottor Ruchau ora riconosceva che quella bimba aveva fatto per la salute del vecchio, molto più di quanto qualsiasi medicina avrebbe potuto fare. Le volevano bene ormai.

Fabry, poi, era diventato uno strumento nelle mani di Pierina: egli andava in Belgio a studiare i circoli operai, in Inghilterra a informarsi sulle Unioni dei Lavoratori e sulle case operaie e andava, osservava, riferiva ed eseguiva.

Ma soprattutto gli operai erano orgogliosi di quella piccola e del posto che occupava, perchè ella era una di loro, una che aveva lavorato ai fusi, che sapeva cosa voleva dire la fatica e quindi poteva meglio di tutti comprendere i loro problemi.

­ Se non venisse dal lavoro, non potrebbe essere come è ­ ripetevano a chi era incredulo. E guai a chi avesse osato dirne male! La vita era dunque mutata in paese e al castello, ma una domenica portò il cambiamento maggiore. Si attendeva Fabry che il signor Vulfran aveva mandato in missione senza dire niente a Pierina. Il padrone aveva dato ordine di non ricevere nessuno cosa che stupì molto Pierina, poichè di domenica riceveva molte persone.

Finalmente, arrivò Fabry.

­ Eccolo ­ gridò con voce alterata ed ansiosa il vecchio.

­ Eccomi qui, finalmente. Un incidente alla macchina ha ritardato il mio arrivo, ma sono arrivato, sano e salvo.

­ Parlate dunque ­ disse sempre più ansioso il padrone.

­ Davanti alla signorina? ­ domandò Fabry.

­ Si, se le vostre informazioni sono come spero.

Pierina era in preda all'emozione più viva: quando mai Fabry aveva chiesto il permesso di parlare davanti a lei dopo una riunione? E poi, l'agitazione del vecchio, cosa significava?

­ Sono andato a Parigi: la tra gli atti di morte ho trovato quello relativo a Maria Doressany, vedova di Edmondo Vulfran Paindavoine. ­ Continuate, vi prego ­ disse il vecchio tenendo con mani tremanti il foglio che Fabry gli aveva posto.

­ Ho voluto sapere di più e sono andato dal proprietario della casa dove la signora è morta: un certo Grano di sale. Là c'erano anche le persone che hanno assistito alla sua morte: una strana vecchietta detta la Marchesa e un vecchio calzolaio di nome Carpa. Essi mi hanno detto che la povera signora è morta di stenti, di sfinimento: il medico che l'ha curata la voleva mandare all'ospedale, ma lei non volle separarsi dalla sua bambina. Presso una cenciaiola, una certa La Rouquerie, ho trovato anche un altro indizio. Signorina, Palicaro sta bene ­ disse dopo una breve pausa, rivolto a Pierina.

Pierina era smarrita confusa e tremante. Cosa succedeva? Fabry continuò:

­ Ho chiesto a lei se sapeva qualche cosa della figlia ed ella mi ha detto di averla salvata nel bosco di Chautilly, quasi morta di fame.

Il vecchio si volse verso Pierina, che aveva gli occhi pieni di lacrime, ed esclamò:

­ Perchè questa bambina non si è fatta conoscere? Dimmelo tu che puoi capire il cuore di una ragazza; perchè quella bimba non si getta nelle braccia di questo povero vecchio, che è il suo...

­ Nonno, nonno caro ­ gridò Pierina buttandosi tra le braccia del vecchio che la strinse a sè teneramente.

­ Nonno, come sono felice ­ ripeteva Pierina altrettanto commossa.

Quando si furono un po' calmati, accomiatato Fabry, commosso anch'egli da quella patetica scena, poterono parlare e spiegare tante cose.

­ Perchè non ti sei fatta conoscere prima? Ti volevo tanto bene!

­ Nonno mi avevi proibito di parlare di " quelle due sciagurate ", ricordi?

­ Ma come potevo sapere che tu, proprio tu, eri mia nipote?

­ Io decisi di presentarmi a te, come avevo promesso alla mamma, solo il giorno in cui fossi riuscita a farmi amare per me stessa.

­ Ma io ti avevo dimostrato il mio affetto.

­ Ma era quello di un padre? Come potevo saperlo? Temevo che mi avresti odiata ma la nostra gioia ora compensa tutto il resto, vero? Ti voglio tanto bene . . .

­ Sì, ma raccontami di te ora, voglio conoscere tutto. Racconta.

­ Sì, e ti farò conoscere ed amare la mia dolce mamma. Avevamo lasciato l'India per tornare in Francia, quando il babbo a Suez perdette il suo danaro, non so come. Allora partimmo per la Grecia perchè il viaggio costava meno. Ad Atene il babbo, con le sue fotografie, riuscì a guadagnare qualche cosa e comperò Palicaro ed il carrozzone per riuscire ad andare avanti. La vita era molto dura, sulle montagne, e si guadagnava poco. A Busovatcha il babbo si ammalò e morì. Ora non posso spiegarti i particolari: sarebbero troppo dolorosi per entrambi. Dopo fu ancora peggio, per noi. Non si lavorava più. Fu un periodo terribile. Hai saputo da Fabry come morì la mamma. Non me lo fare ricordare...

Mentre Pierina parlava giungevano dei rumori vaghi dal giardino.

Pierina andò alla finestra e vide i viali gremiti di bambini, donne ed operai vestiti a festa.

­ Che cosa succede, dunque? ­ disse il vecchio.

­ È il tuo compleanno e gli operai hanno deciso di farti festa, per ringraziarti di quanto hai fatto per loro.

Egli si affacciò alla finestra e, sentendo il clamore, intuì la folla che doveva esserci.

­ Essi mi amano, allora! ­ E questo lo devo a te a te, piccola mia.

­ Ora io ti accompagnerò sulla scalinata e di là potrai essere visto da tutti. Il vecchio Gothoye ti parlerà a nome di tutti.

Appena apparvero sulla scalinata papà Gothoye si avvicinò:

­ Signor Vulfran, siamo qui per felicitarci... ecco, poi .... Beh, io dovevo fare un discorso, ma ho dimenticato tutto! Io voglio dirvi che vi ringraziamo, di tutto cuore, parola di Gothoye!

Il discorso, che non era certo un capolavoro di oratoria, commosse vivamente il signor Vulfran.

­ Cari amici ­ disse con voce forte e sicura ­ la vostra amicizia mi è ancor più cara oggi, in uno dei più bei giorni della mia vita: ho ritrovato mia nipote, la figlia del mio Edmondo: voi la conoscete, l'avete vista tra voi, prodigarsi per voi. State certi, ella continuerà l'opera cominciata: il vostro avvenire è in buone mani! Sono molto felice, grazie a voi e a Pierina.

E, sollevata Pierina tra le braccia, la baciò teneramente.

A questa vista, una enorme esclamazione si alzò da quella folla dai visi bonari, provati dalle fatiche.

Si intuisce facilmente che la felicità del vecchio e della nipotina, la soddisfazione degli operai non erano condivise da tutti: i cugini Teodoro e Casimiro erano quasi verdastri, quando alla fine della cerimonia si congratularono con la cugina. Quanto a Tolouel, naturalmente disse che egli... l'aveva supposto!

Tante emozioni non giovavano alla salute del vecchio, che ricominciò a tossire ed ad avere le palpitazioni tra lo spavento di tutti. Il dottor Ruchau, subito chiamato gli ordinò:

­ Se volete operarvi, cura rigorosa: dieta lattea, attenzione ai colpi di freddo e calma soprattutto calma. Se alla buona stagione i vostri disturbi saranno spariti, potrete operarvi e vedere finalmente la vostra nipotina. Auguri di cuore!

Dopo un mese di amorose cure da parte di Pierina e di scrupolosa attenzione da parte del vecchio, si potè procedere all'operazione. E dopo l'operazione ci furono lunghe ore di attesa, lunghi giorni di ansia, prima che il nonno e la nipotina potessero sapere il risultato. Se fossero sopravvenute complicazioni? No, no, non bisognava neppure pensarle certe cose. Infine anche il periodo della snervante attesa terminò ed, in una camera semibuia, il nonno potè finalmente vedere per pochi attimi la sua nipotina.

­ Come non riconoscere in te una Paindavoine! Sei somigliantissima a tuo padre: solo gli occhi sono diversi, forse come quelli della tua mamma! Se assomigliava a te, avrei potuto amarla.

Dopo quindici giorni le bende furono sostituite da una pezzuola; dopo un lungo mese, finalmente il vecchio potè vedere completamente e perfettamente, con gli occhi protetti da un paio di lenti, che gli servivano per leggere.

Ora il signor Vulfran voleva vedere il suo dominio, vedere tutto ciò che per anni aveva solo potuto intuire ed immaginare. Una bella giornata senza vento, egli potè finalmente uscire con il calesse accanto alla sua nipotina, affinchè tutti potessero vederli. E a Pierina toccò allora una gioiosa sorpresa. Uscita con la convinzione di dover guidare, come al solito, Cocò, vide con stupore che al suo posto c'era Palicaro.

­ Oh, nonno caro, come ti ringrazio! Il mio Palicaro!

­ Piccola mia, devi ringraziare Fabry e gli impiegati che l'hanno ricomprato dalla Rouquerie per fartene dono: un ricordo alla loro antica compagna di lavoro.

Se ne andarono per tutto il paese, visitarono tutti i luoghi che Pierina gli aveva descritto: la sua isoletta selvaggia al limite dei mondo civile, le nuove costruzioni per gli operai, il bellissimo asilo quasi tutto di vetro dove i bimbi crescevano felici e sani e tutte le altre splendide opere compiute.

­ Tutto questo è opera tua, piccola ­ disse il vecchio, guardando il panorama delle nuove costruzioni. ­ Se quei piccoli nell'asilo crescono sani è merito tuo, ed è merito tuo se gli operai mi amano ora come un padre. Sei tu la mia gioia; in te finalmente ho ritrovato la mia famiglia.

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