Da tre anni il banchiere del signor Vulfran ad Amiens aveva l'incarico di ricevere e di trasmettere tutte le notizie che potevano venire dai giornali di Dakka, Calcutta, Dhera, Bombay, Alessandria, Istambul, sui quali egli ogni settimana faceva pubblicare un annuncio promettendo una grossa ricompensa a chiunque fosse in grado di fornire anche minimi particolari riguardanti Edmondo Paindavoine e la sua vita.

Ma anche questo sistema dava ben pochi frutti: il banchiere riceveva lunghi romanzi pieni di fantastiche notizie, assolutamente prive di fondamento, o qualche lettera poco seria nella quale si chiedeva danaro, ma di notizie utili nemmeno l'ombra. Tutto sembrava diventato inutile.

Pierina leggeva e traduceva tutto al signor Vulfran che, nonostante gli scarsi risultati, non si perdeva di animo e continuava a sperare un giorno o l'altro di avere buone notizie. E forse aveva ragione, perchè un giorno arrivò da Sarajevo, in Bosnia, una lettera, scritta in pessimo inglese. Dietro compenso depositato presso un banchiere di tale città, gli informatori si sarebbero impegnati a fornire notizie esatte e documentate sul signor Edmondo, notizie riguardanti il novembre precedente.

Il signor Vulfran esultava:

­ Avevo ragione ad insistere, Aurelia, vedi? ­ gridò ­ Novembre non è molto lontano nel tempo. Ci siamo riusciti.

Per la prima volta parlò dei figlio a Tolouel ed ai nipoti, annunciando che questi era stato in Bosnia in novembre.

La notizia si divulgò in un baleno, naturalmente: e se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sulle notizie, bastava guardasse il viso dei nipoti del signor Vulfran per capire tutto quanto stava occorrendo.

I commenti si intrecciavano in paese.

­ Il signor Edmondo sta per tornare!

­ Ma chissà. Essere in Bosnia non vuol mica dire essere sulla strada di casa. Poteva essere diretto chissà dove! ­ Era il signor Bendit che parlava così.

­ Anch'io vorrei tanto che tornasse quel figliolo: darebbe agli stabilimenti quella solidità che ora manca, ma non basta desiderare una cosa, per averla; io non sono sentimentale, quindi, prima di illudermi troppo...

Ma per il signor Vulfran non vi erano più dubbi.

È solo questione di tempo ­ diceva a Pierina ­ La Bosnia non è l'India: se abbiamo notizie dal novembre, la pista non si perderà così facilmente.

­ Poteva essere là di passaggio ­ osservò Pierina.

­ Tanto meglio: vuoi dire che stava per tornare. E sarà solo, la Bosnia non è un paese ospitale. Certo si è separato da quelle due donne, risolvendo da solo il mio problema.

Pierina taceva pensierosa e, incitata a parlare, disse:

­ Signore, non vorrei irritarvi, parlandovi ancora di quell'argomento che non volete sia toccato, ma io non sono d'accordo con voi!

­ Parla dunque, spiegamene le ragioni!

­ Se le due donne hanno attraversato le montagne indiane, perchè non avrebbero potuto, essere in Bosnia che in fin dei conti non è poi un paese così aspro e duro. E poi, se il signor Edmondo era di passaggio, certo saranno state con lui; le lettere dall'India indicano chiaramente l'affetto che li legava...

­ Dimmi, dunque ­ la incitò il vecchio.

­ Perdonatemi, signore: ma io penso soprattutto alla Vostra salute. Voi pensate davvero che, per il fatto che egli era a Sarajevo in novembre, torni qui presto?

­ Ne sono sicuro ­ rispose spavaldamente il vecchio.

­ Si potrebbe anche rintracciare, potrebbe essere tornato in India. E se fosse scomparso di nuovo?

­ I " se " non portano a nulla, Pierina. Lasciami illudere.

­ Sì, signore: ma voi soffrite di impazienza. Da quando è giunta quella lettera dalla Bosnia siete insofferente di tutto. Avete frequenti attacchi di tosse, arrossite di continuo si gonfiano le vene del collo. Se la risposta si facesse attendere, o se non fosse quella desiderata? È duro accettare il peggio, quando si aspetta il meglio. Io lo so per esperienza. Ho visto morire il mio papà proprio quando sembrava che stesse meglio e la mamma... ­ Pierina non potè continuare per i singhiozzi che le mozzavano le parole. I ricordi le impedirono di parlare.

­ Non pensare a queste tristi cose, piccola ­ le disse teneramente il signor Vulfran. ­ So che tu sei stata duramente provata ma non possono esistere solo i dolori a questo mondo. Devi sperare con me e domani, forse, aiutarmi a sopportare il dolore.

Pierina capì che nulla avrebbe smosso il vecchio dalla sua fiducia nelle notizie che dovevano arrivare. Venne il banchiere di Amiens, in persona. Quando egli giunse negli uffici, fu subito bloccato dal curioso Tolouel.

­ Le notizie non sono buone?

­ Cattive ­ tagliò corto il banchiere ­ Il signor

Vulfran è in ufficio? Lo devo vedere immediatamente.

Il banchiere entrò risoluto nell'ufficio del signor Vulfran ­ Buongiorno, signore. Dovevo sbrigare alcuni affari a Picquigny qui vicino ed ho pensato di venire a darvi personalmente le ultime notizie giunte da Sarajevo.

Pierina restò muta, quasi pietrificata al suo posto, prevedendo la scena.

­ Ebbene?

­ Le notizie non sono quelle che voi speravate.

­ Il nostro informatore non è attendibile?

­ Al contrario: anche troppo, disgraziatamente...

­ Che volete dire? Non ci sono più notizie di Edmondo?

­ No, signore.

­ E allora ditemi ciò che sapete ­ incalzò impaziente il vecchio.

­ Ecco; in novembre il signor Edmondo, con un carrozzone da fotografo era a Sarajevo. Vi restò per poco. La lasciò per Travnik, ma qui si ammalò e...

­ Mio Dio ­ Il signor Vulfran giunse le mani spasmodicamente ­ Mio figlio dunque... No, non posso crederlo. Ripetete, per favore.

­ Signore dovete farvi forza. Edmondo è morto il 7 novembre di polmonite.

­ Non è vero! ­ gridò il vecchio.

­ Anch'io ho sperato che fosse una falsa notizia. Ma ho qui il certificato di morte, vistato dal Console di Francia sentite ve lo leggo...

Ma il vecchio non ascoltava più. Si era accasciato su di una poltrona e restava muto, senza che le lacrime potessero sgorgare dai suoi occhi. Un dolore cupo, terribile, gli segnava il volto quando chiamò i nipoti e Tolouel con voce rotta dal dolore, ma imperiosa come sempre.

­ Siete qui? Bene. Ho appreso ora che mio figlio è morto. Senza dubbi. Tolouel sospendete il lavoro nelle fabbriche. Sarà ripreso dopodomani. Domani in tutti i villaggi saranno celebrate le esequie. Ora andatevene. Voglio restare solo. Aurelia?

­ Sì, signore sono qui ­ rispose piangendo Pierina.

­ Torniamo al castello.

Che impressione suscitò la vista di quel vecchio che si appoggiava alla spalla di Pierina! Tutto il paese aveva già saputo e guardava ammutolito quell'uomo, per loro simbolo di forza, di vita, di potenza, ridotto ad un povero vecchio curvo triste ed infelice. Avrebbe sopportato quel dolore enorme? Come avrebbe reagito il suo fisico ormai malato?

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