Pierina arrivò in paese un po' trafelata, temendo di essere in ritardo, e incontrò Rosalia per strada.
Buon giorno, Amelia. Dove eravate? Vi ho cercata.
Mi sono alzata presto e sono uscita in giro.
Andiamo allora . Si incamminarono verso i cancelli delle officine, verso i quali sciamavano dalle case, donne, ragazzi, uomini.
È lo Smilzo, quello le disse Rosalia, indicando il Signor Tolouel ritto davanti ai cancelli, con l'aria di chi controlla tutto.
Signore, questa ragazza vorrebbe lavorare.
Aspetta disse Tolouel, squadrando Pierina.
In quell'attimo arrivo il calesse del signor Vulfran e dopo di lui gli impiegati che Pierina aveva visto da mamma Francesca.
Ultimi, quando stavano chiudendosi i cancelli, arrivarono i nipoti del signor Vulfran.
Ve lo dicevo che arrivavano in ritardo sussurrò Rosalia a Pierina.
I due giovani erano assai diversi: Teodoro alto ed elegante, Casimiro piccolo magro, con gli occhiali sul naso.
Dopo averli salutati Tolouel si rivolse alle due ragazze.
Che sai fare tu?
Non ho mai lavorato in una fabbrica, signore rispose timidamente Pierina.
Ai vagoncini ordinò perentoriamente Talouel. Rosalia prese per mano Pierina, spiegandole che ai vagoncini il lavoro era facile.
Arrivarono ad una fila di costruzioni nuove e, aperta una porta, Pierina si trovò nel fragore di un migliaio di spole.
Poltrona, le tue spole sono ferme! gridò una voce riuscendo a sovrastare il rumore.
Non ho colpa, vi porto questa ragazza da mettere ai vagoncini per ordine dello Smilzo, Papa Birillo gridò a sua volta Rosalia.
Bene, ma tu fila al lavoro, adesso. E tu vieni qui. Come ti chiami? chiese il vecchio a Pierina.
Dopo un po' di esitazione, Pierina riuscì a ricordare le generalità false date anche a Rosalia e le ripetè ancora una volta.
Papa Birillo, chiamato così, come le fu spiegato in seguito perchè gli mancava una gamba, perduta in un incidente sul lavoro, la condusse ai vagoncini e le spiegò ciò che le aveva detto Rosalia. II lavoro era semplice e le permetteva di guardarsi intorno e di lasciar volare i suoi pensieri lontano.
Bastava spingere all'inizio il vagoncino poi, andava da solo. Birillo ogni tanto la incitava ma più per abitudine che per necessità.
Durante l'interruzione per il pranzo, Pierina si comperò mezza libbra di pane e la mangiò piano piano. Non le bastava certo, e il suo giovane stomaco era stuzzicato dagli odori di zuppa che venivano dalle cucine: da tempo ella era abituata ad accontentarsi di ciò che aveva.
Rientrò all'officina con Rosalia, ma il lavoro che al mattino le era sembrato così semplice, ora, con quei movimenti sempre ripetuti, le dava una grande stanchezza. Ora gli ammonimenti di Papa Birillo erano giustificati. Ce l'avrebbe fatta ad arrivare alla chiusura? Si sentiva le ossa rotte.
Ad un certo punto un urlo sovrastò il rumore dei fusi e Pierina udì Rosalia cadere a terra. Immediatamente si fece un silenzio impressionante: tutte le spole tacevano e le ragazze si erano fatte intorno a Rosalia.
Che è accaduto?
Mi sono schiacciata la mano.
Ai vostri posti, fannullone! Via! gridò Papa Birillo, prontamente accorso.
E tu che hai fatto? Vediamo: una mano. Sarai stata distratta. Ehi tu, nuova urlò rivolto a Pierina accompagna questa pigrona.
Le due ragazze si diressero verso gli uffici. Per via, gli operai si informarono dell'accaduto imprecando contro le macchine che un giorno o l'altro li avrebbero storpiati tutti.
Arrivarono da Tolouel che stava diritto sulla veranda del suo ufficio, come un capitano sulla tolda della nave.
Che c'è? Fasciati quella mano! urlò quando vide il sangue che sgorgava dalla mano di Rosalia.
Vuotati le tasche, ora! ordinò. Rosalia timidamente eseguì.
Ecco: ti guardavi nello specchio, vero? disse quasi trionfante, avendo trovato tra le cianfrusaglie un piccolo specchietto.
Non è vero protestò Rosalia.
Siete tutte uguali. Che cosa hai alla mano?
Ho due dita schiacciate.
E io che posso farci?
Mi ha mandato Papa Birillo con Aurelia, per accompagnarmi.
Hai bisogno di compagnia? Ma io farò l'inchiesta e se sei colpevole guai a te.
In quella, appare il signor Vulfran, richiamato dagli urli di Tolouel.
Che c'è?
Nulla, signore. Una ragazza dei fusi si e schiacciata una mimo.
Chi è? chiese il padrone.
Sono io, Rosalia disse questa mettendosi a piangere.
Perchè piangi, piccola, non sarà nulla vedrai. Vai a casa e chiama il dottor Rauchen da parte mia. Vuoi che ti faccia accompagnare?
No, grazie, signore: c'è qui la mia compagna.
Come è buono il signor Vulfran disse Pierina quasi con le lacrime agli occhi.
Lui si, ma c'è quello Smilzo! E il Signor Vulfran ha tante cose a cui pensare!
Pensa a suo figlio? chiese commossa Pierina.
Oh, sempre, forse troppo. Spera sempre che egli torni.
Arrivarono a casa tra la gente, che alla compassione univa la collera per quel che poteva succedere anche a loro, domani.
Tutti a Maraucourt vivevano col lavoro delle officine! E quelle macchine quando la stanchezza li distraeva, diventavano terribili.
Nonna Francesca, appena la vide prese in braccio, dolcemente, la nipotina.
Ti fa male? Bisogna chiamare il dottor Rauchen.
L'ha fatto chiamare il signor Vulfran disse debolmente Rosalia e rivolta a Pierina, che non sapeva che fare davanti allo sguardo ostile di zia Zenobia, le disse
Grazie, Aurelia, di avermi aiutato.
Pierina si avvio agli stabilimenti, ma la sirena le annunciò l'uscita degli operai. Per quel giorno il suo lavoro era finito.
|
|
|
|
|||||||
|
|