Il sonno di Pierina era agitato; delirava, sentiva un buon odore di cioccolato al latte, vedeva la mamma che la chiamava anche lei la chiamava e correva, senza riuscire a raggiungerla. Si mise ad urlare perchè sua madre la sentisse, ma inutilmente; allora pianse, pianse fino a quando non si sentì sul suo viso una sensazione di caldo che la svegliò.

Vide indistintamente due grosse orecchie d'asino.

Guardò meglio ed una vigorosa leccata in viso la sveglio del tutto,

­ Palìcaro!? Sei proprio tu, non è possibile!

Si mise a baciarlo. L'asino lanciò due o tre ragli che attirarono l'attenzione di un " uomo " con un buffo camiciotto ed una pipa tra i denti.

­ Che fai, briccone di un asino? E tu chi sei, piccola?

Pierina riconobbe quell'uomo: era la Roquerie,

­ Signora, sono io che vi ho venduto Palìcaro... ­ Mi pareva di averti già veduta da qualche parte, ma che fai qui tutta sola? Non rispondi? Che hai?

Pierina era sbiancata in volto, non riusciva neppure a parlare, ma La Roquerie capì ugualmente: ne aveva vista tanta di miseria!

Capì che Pierina stava per morire di fame e, dopo essersi allontanata un momento, ritornò con una bottiglia di vino, del pane e del formaggio.

­ Ecco, bevine un sorso: ti farà bene. Hai fame, vero? Eccoti un pezzo di pane e del formaggio, ma adagio, mangiali adagio.

Pierina divorò tutto in un baleno.

­ Ne vuoi ancora? ­ chiese La Roquerie.

­ Sì rispose avidamente la bambina.

­ Eccotene, ma prima raccontami la tua storia. Perchè ti trovi qui, sola e mezza morta di fame e di fatica?

Quando la cenciaiola sentì ciò che le era successo a Saint Denis per la moneta, cominciò ad imprecare contro la fornaia.

­ Me la pagherà quell'imbrogliona, io non accetto danaro falso, ma me la dovrà rendere quella moneta o le sobillerò contro tutto il paese. Ma dimmi, ora dove stai andando, così malconcia? Solo una bimba come te poteva pensare di affrontare un viaggio in queste condizioni

­ Ma io devo andare a tutti i costi a Maraucourt. È una promessa ­ disse Pierina, quasi scusandosi.

­ Va bene, ora vedremo cosa si può fare. Tu verrai con me fino a Creil e mi aiuterai a vendere gli stracci. Lì, un pollivendolo che conosco, ti porterà fino ad Amiens dove prenderai il treno per la tua destinazione.

­ Ma i soldi per il biglietto io non li ho! ­ interruppe Pierina.

­ Li avrai: si guadagna abbastanza bene a vendere gli stracci. Poi, io ti devo cento soldi a risarcimento di quella moneta che ti hanno rubato ma che la riavrò, stanne pur certa ­ riprese minacciosa e burbera La Roquerie.

Per otto giorni Pierina vendette stracci e svolse il suo lavoro così bene che, arrivata a Creil, La Roquerie voleva che restasse con lei.

­ Hai una buona voce per richiamare la gente. Resta con me,

­ Non posso. Vi ringrazio di cuore; no, proprio non posso. Devo andare a Maraucourt, anche se mi spiace lasciarvi.

­ Ma che farai da sola? ­ domandò un po' risentita la cenciaiola.

­ Qualcosa farò. Disubbidirei alla mamma se non ci andassi. Grazie, voi siete stata gentile e vi ricorderò sempre.

­ Fa come vuoi, piccola incosciente. Andrò a cercare il pollivendolo ­ tagliò corto La Roquerie, dispiaciuta per il rifiuto.

Dopo un comodo viaggio sul carro del pollivendolo, arrivò ad Amiens di domenica; acquistò un biglietto per Picquinj e le rimasero in tasca due franchi e settanta centesimi.

Aveva potuto aggiustarsi l'abituccio ed era riposata, tranquilla; inoltre quei due franchi in tasca la rassicuravano un po'. Ma più di tutto, ciò che la faceva serena era il pensiero di essere riuscita a sopportare tante avventure. La speranza e la fiducia erano rinate nel suo cuore.

Giunse a Picquinj sotto un caldo sole che illuminava le torbiere, caratteristica della valle della Somme.

Conosceva già quei posti: gliene aveva tanto parlato suo padre.

Il primo villaggio che incontrò dopo Picquinj era Saint-Pipay, del quale vide i pioppi, il campanile della chiesa e i comignoli delle officine Paindavoine.

La bambina continuava a camminare tra i filari di salici in mezzo alle torbiere, quando vide dinnanzi a sè una ragazza, con un grosso cesto sulle spalle, alla quale rivolse timidamente la parola:

­ È questa la strada per Maraucourt, vero?

­ Sì, sempre diritto; anzi, se volete, possiamo fare la strada insieme. Anch'io vado là.

­ Volentieri, volete che vi aiuti? ­ si offrì Pierina. Presero un manico per ciascuna e si incamminarono.

­ Siete di Maraucourt voi ? ­ domandò la ragazza.

­ No, vengo da Parigi. Sono sola al mondo e vorrei lavorare.

­ Siete sola? Anch'io non ho più nè babbo nè mamma, ma vivo con la nonna. Se volete lavorare a Maraucourt troverete senz'altro. Ci vogliono settemila operai per le officine Paindavoine! Anch'io lavoro lì, alle incannatrici.

­ Che cosa sono? ­ domandò subito Pierina.

­ Sono macchine con le quali si prepara il filo; non è un lavoro difficile e potreste imparare facilmente.

Pierina tacque.

Erano tante le domande che avrebbero voluto fare, ma aveva paura di sembrare troppo curiosa.

Dopo un po' prese coraggio e timidamente disse:

­ Avete detto che vivete con la nonna?

­ Sì, la signora Francesca. È molto conosciuta perchè era stata la balia del signor Edmondo Paindavoine e la gente si rivolge a lei quando deve chiedere qualche cosa al signor Vulfran.

­ Ma perchè non si rivolgono direttamente al signor Edmondo? ­ proseguì Pierina.

­ Perchè è scomparso. Andò in India tanti anni fa e non è più ritornato. Ma voi, come vi chiamate?

­ Mi chiamo Aurelia ­ disse Pierina dopo un po' di esitazione ­ e voi?

­ Io sono Rosalia. Vi parlavo del signor Edmondo, vero? Sapete, egli in India sposò una donna e suo padre si arrabbiò molto perchè voleva per lui un partito migliore, una certa signorina appartenente alla più grande famiglia della Piccardia.

Proprio per questo padre e figlio ruppero ogni rapporto da allora. Del signor Edmondo non si è più saputo nulla.

­ Ha dei parenti il signor Vulfran? ­ chiese Pierina.

­ Sì, due nipoti: il signor Teodoro, figlio di suo fratello, e il signor Casimiro Bretoneux, figlio di sua sorella. Sono loro che erediteranno tutto, se il signor Edmondo non tornasse più. Sarebbe stata una cosa ben triste, perchè le officine danno da mangiare a tutto il paese, e chissà che cosa accadrebbe dopo la morte del signor Vulfran.

Pierina non volle domandare altro, per non apparire troppo curiosa; ma fu Rosalia che ruppe il silenzio, questa volta:

­ Ma siete proprio sola?

­ Sì, sola del tutto ­ rispose Pierina.

­ Avete danaro con voi?

­ Un poco.

­ Allora venite ad alloggiare dalla signora Francesca. Con ventotto soldi la settimana potrete avere una stanza. Non sarete sola, ci saranno altre sei ragazze con voi, ma un letto per dormire l'avrete.

­ Accetto volentieri e vi ringrazio.

­ Abbiamo anche sette stanze per gli impiegati delle officine, sapete: il signor Fabry, ingegnere, il signor Mombleux, contabile e il signor Bendit, corrispondente di lingue straniere. E' un inglese e ci tiene molto a che il suo nome sia pronunciato all'inglese. Perciò se dovete rivolgergli la parola, state attenta ­ concluse Rosalia.

­ Oh, ma io conosco quella lingua: anche mio padre era inglese ­ esclamò Pierina.

­ Bene! Sarà contento il signor Bendit di poter parlare con voi. Sapete, di domenica, legge sempre il Pater in un libro in cui è stampato in venticinque lingue. È il suo divertimento!

Le due ragazze camminavano tra i filari degli alberi, attraverso i quali occhieggiavano ogni tanto comignoli di case.

Giunte ad una svolta apparì loro, quasi balzato fuori dal nucleo, il castello del Signor Vulfran Paindavoine; una grande costruzione, con la facciata in pietra bianca e mattoni rossi con gli alti comignoli svettanti verso il cielo, circondato da prati.

Pierina rimase abbagliata da ciò che vide.

­ È bellissimo ­ mormorò.

­ Che cosa? Ah, il castello ­ disse Rosalia ­ È splendido vero? E pensare che il Signor Vulfran vi abita tutto solo. I nipoti vorrebbero stare lì, ma il vecchio non li vuole: preferisce stare solo piuttosto che con quei fannulloni. Lui invece ­ continuò Rosalia ­ pur avendo sessantacinque anni è sempre là, in officina. Solo la domenica si riposa.

Così parlando le due ragazze erano arrivate a Maraucourt.

Una gran confusione di fabbricati vecchi e nuovi, alcuni miseri, altri con qualche pretesa di eleganza. Ciò che impressionò Pierina fu tutta la gente che girava per le strade, gente vestita a festa che beveva nei caffè e nelle osterie.

­ Ma beve sempre tanto, questa gente? domandò stupita.

­ Bè, soprattutto la domenica, dopo la paga ­ rispose allegramente Rosalia.

Arrivarono davanti ad un fabbricato di mattoni.

­ Siamo arrivate ­ disse Rosalia. La dietro ci sono le stanze da affittare.

Fecero pochi passi lungo il vialetto di entrata, quando una voce sgraziata apostrofò Rosalia:

­ Vuoi muoverti? Ti sarai gingillata per strada, vero?

­ Ma, zia Zenobia, se non mi avessero aiutato con questo paniere sarei ancora a Picquinj ­ si difese Rosalia.

­ Basta, chiacchierona!

­ Su, che c'è? Ah, Rosalia, ti ho tenuto in caldo lo stufato.

­ Questa è la nonna ­ spiegò a mezza voce Rosalia

­ Grazie, nonna.

­ Amelia, andate a comperare il pane; io vi attendo in cortile: mangeremo insieme ­ disse Rosalia a Pierina.

Si misero a mangiare in cortile. Poco lontano da loro era seduto un signore che leggeva.

È il signor Bendit ­ sussurrò Rosalia ­ È il suo Pater che sta leggendo. Signor Bendit ­ continuò più forte ­ qui c'è qualcuno che parla inglese.

II signor Bendit non si scompose. Dopo qualche minuto domandò, in inglese: Siete inglese, voi?

­ No, lo era mia madre ­ rispose Pierina nella stessa lingua.

Stavano finendo di mangiare quando arrivò nella Corte una carrozza, guidata da un giovanotto: ne scese un vecchio canuto con un viso stanco e pallido, molto alto.

È il signor Paindavoine ­ sussurrò Rosalia a Pierina.

­ Avete bisogno, signore? ­ domandò.

­ Chi sei? Rosalia? ­ chiese il vecchio ­ Vai a chiamare la nonna.

Arrivò la signora Francesca, affannata:

­ Ditemi, signor Vulfran.

­ Francesca, vostro fratello Omero vuole affittare la sala che io gli ho dato a gente che non mi piace. Ditegli che non voglio.

­ Ma forse ha già preso l'impegno...

­ Fa lo stesso. Esigo che non si faccia. È la mia volontà. Addio Francesca. Rosalia, dove sei?

­ Sono qui, signore,

­ Eccoti dieci soldi.

­ Grazie mille, signor Vulfran!

Pierina aveva osservato ogni cosa silenziosamente, senza perdere una sillaba di ciò che si diceva. Che impressione le aveva fatto la voce così ferma del vecchio!

­ Mi ha dato dieci soldi ­ disse, tornandole accanto, Rosalia.

­ Credevo che il signor Vulfran non vi conoscesse?

­ Lui? Ma è stato il mio padrino ­ disse ridendo Rosalia.

­ Ha chiesto dove eravate e gli stavate vicino! ­ riprese stupita Pierina.

­ Ma è cieco!

Pierina ripete fra sè questa parola come se volesse convincersene.

­ Ha perduto l'uso a poco a poco; è stato tanto malato per il dolore. Ciò nonostante egli continua sempre a lavorare, quelli che speravano di mettere le mani sulle officine ci restarono male. Ora vado.

Rimasta sola Pierina se ne andò, camminando lentamente, un po' in giro per riuscire a trovare un po' di solitudine. Era abituata alla calma, alla quiete della natura, e il frastuono di tutta quella gente festaiola l'aveva già infastidita, stordita.

Eccolo dunque quel Maraucourt tanto sognato, la terra promessa che tante volte ella aveva invocato nei suoi sogni.

Ecco le officine, dalle più vecchie alle più nuove. E le case, anch'esse sviluppatesi allo stesso modo, parallelamente alle officine, dalle ciminiere rose dal vento e dalle intemperie.

Pierina, guardando tutto questo, vide, tra le vecchie case, una più grande, dall'aspetto più solido delle altre: la casa del signor Vulfran. Su quel giardino aveva giocato suo padre, presso quel lavatoio egli aveva ascoltato le leggende che poi avrebbe raccontato a sua figlia. Al pensiero del padre, si aggiunse quello della madre, che l'avrebbe consigliata così bene, ora, se ci fosse stata. Ella aveva bisogno di consigli, perchè questo era solo il principio: ora aveva il pane, il lavoro ed un tetto, ma il difficile doveva ancora venire.

­ Ah, Mamma, cara Mamma, come vorrei che tu fossi qui, con me ad aiutarmi.

Ormai era sera, la luce del sole si attardava sulle foglie degli alberi disegnando arabeschi fantastici sull'erba. La dolcezza del giorno che moriva lentamente, rese ancor più acuta la nostalgia di Pierina, le lacrime le sgorgarono copiose dagli occhi e tra le lacrime invocava i suoi genitori, che di lassù la aiutassero.

­ Mamma, prima di morire mi hai detto. " Ti vedo felice, si tu sarai felice ". Lo sarò, mamma, se tu veglierai su di me, e riuscirò nel mio compito, solo se tu mi proteggerai, come un angelo custode.

Mentre pronunciava queste parole, sentì tra i capelli un soffio lieve come una carezza, quasi che la mamma la baciasse.


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