  "Acqua!... acqua!... ho sete!... sete!... Pao! Pao!"
  Isa barcollava lungo l'ampio sentiero degli elefanti; procedeva aggrappandosi ai cespugli, alle liane, trascinandosi in terra. E gli pareva che tutta la foresta fischiasse, urlasse, schiamazzasse cos forte, tanto forte da trasformare ogni pi lieve cinguettio in un colpo sordo che si ripercuoteva centuplicato nel suo cervello.
  Quanti giorni erano trascorsi dal momento in cui, grazie all'intervento imprevisto di Amebais, era riuscito a fuggire dal villaggio, Isa non lo sapeva.
  Gli pareva trascorsa un'eternit dacch stava vagando per la foresta alla ricerca del fiume e del sentiero che lo riportasse dai bianchi. Spesso, esausto, s'era abbandonato in terra sfinito dalle ferite e dal sangue perduto. Ma un ruggito, un sibilo, o l'alito caldo degli sciacalli che impavidi gli si avvicinavano, come comprendendo la sua debolezza, gli avevano dato sempre la forza di rialzarsi e riprendere la marcia.
  Ora aveva raggiunto il fiume. Lo vedeva, laggi, scorrere lento, placido.
  Ma la febbre era aumentata.
  Il delirio si era impadronito di lui.
  Si trascinava avanti senza comprendere, senza vedere dove; lanciandosi contro nemici inesistenti; urlando, gemendo.
  Molte volte cadde. 
  Poi, spinto dalla febbre stessa e dagli incubi, si drizzava sghignazzando, ridendo; annaspava nell'aria, barcollava, arrancava per un tratto fino a cadere nuovamente.
  Di nuovo in piedi; di nuovo steso sul suolo felpato dal muschio o fra le spine d'un basso cespuglio.
  Due iene lo seguivano pazientemente, attendendo il momento propizio, per fare, di quel corpo stremato dalla febbre, loro facile preda.
  E i loro sghignazzamenti commentavano quel procedere pazzo.
  Finalmente il fiume.
  Si trascin fino a tuffare la testa nell'acqua. Questa gli ridon lucidit di pensiero.
  Non doveva essere molto distante dal villaggio dei bianchi, se non sbagliava; ma era certo che doveva attraversare il fiume.
  Strisci lentamente, con fatica, nell'acqua; al contatto di essa ebbe un lungo brivido per cui tent di ritirarsi.
  In quel momento una zagaglia gli sfior la spalla.
  Si volse e vide Msei corrergli incontro. Tre guerrieri lo seguivano.
  " l!  l!" urlava Msei.
  Raccogliendo, con uno sforzo disperato, tutte le energie, prese a nuotare seguendo la corrente. Non sapeva dove andava, n gli importava.
  Vedeva soltanto la faccia di Msei sghignazzante; Msei che ora lo stava per raggiungere.
  Infatti il giovane guerriero nuotava velocemente verso di lui, seguito dai compagni.
  Ma Isa non vedeva gli altri. Per lui c'era solo Msei.
  Sentiva un gran freddo. Un tremore convulso l'aveva invaso.
  Eppure le sue braccia fendevano con forza l'acqua, mentre i piedi ritmicamente davano velocit. 
  Ma lui non se ne accorgeva.
  Poi ud Msei gridare, ma non comprese le sue parole.
  Cerc di andare pi in fretta.
  Se si fosse voltato avrebbe veduto i suoi nemici raggiungere la riva ed inoltrarsi nella boscaglia.
  Qualcosa si mosse vicino a lui e ud lo scatto secco, caratteristico, delle mascelle che si chiudono a vuoto.
  Ma non ebbe un brivido.
  "Meglio i coccodrilli" pens "che Msei!"
  Quando per per la seconda volta sent battere le possenti mascelle degli abitanti dei fiumi cos vicine al suo corpo da credere, per un attimo, d'esser stato preso, allora tent disperatamente di raggiungere la riva.
  Gli alligatori gli sbarrarono la strada. Ed erano ovunque. Nel centro del fiume, dietro di lui; o sulle sponde crogiolandosi al sole, pronti per a tuffarsi appena lo avessero scorto.
  Se la febbre non lo avesse ingannato, egli non sarebbe mai venuto a nuotare in quel sito.
  Non per nulla quel tratto di fiume veniva chiamato "la fossa della morte".
  Nessuno era mai riuscito ad attraversarlo in quel punto ove regnavano incontrastati i coccodrilli.
  Il pericolo gli aveva ridato nuova energia.
  Ma non poteva durare a lungo.
  Lo sentiva.
  Ad ogni spinta in avanti le sue braccia divenivano sempre pi pesanti, tanto da obbedire con fatica al suo desiderio di fuga.
  Il cerchio si restringeva sempre pi.
  Fra poco il suo corpo sarebbe stato disputato dall'orda famelica.
  Egli non avrebbe contato pi nulla. 
  Fu allora che ud, vicinissimo, un colpo di fucile.
  Poi due, tre, quattro colpi.
  Vide alcuni coccodrilli contorcersi nello spasimo della morte, vibrando furiosi colpi di coda sull'acqua.
  Ma gli altri si avvicinavano sempre. Grid.
  E gli parve che lo facesse qualcuno che non era lui.
  I colpi si fecero sempre pi frequenti, sempre pi vicini.
  Sollev il capo e vide una barca. Su di essa, in piedi, alcuni uomini sparavano.
  Qualcuno lo afferr per le braccia. Si sent tirare fuori dall'acqua mentre una scarica di fucileria si abbatteva sul pi audace dei rettili che aveva tentato di trattenerlo per s.

  Quando riapr gli occhi non riusc, subito, a rendersi conto di dove si trovasse, poi riconobbe il lume appeso alla parete di fronte.
  Era nella casa di Anna.
  Chiam.
  "Hai sete?" chiese Irghin avvicinandosi.
  "No. Voglio vedere Anna."
  "Ora la chiamo. Mamma! Mamma... Isa si  svegliato! Corri!"
  Un attimo e la donna fu al suo fianco.
  "Come ti senti, ragazzo mio?"
  Isa la guard negli occhi. Allung una mano come per accarezzarla, ma si ferm.
  Anna gliela prese delicatamente e la strinse fra le sue.
  "Riposa" disse "sei stato molto male."
  "I coccodrilli non ci sono pi, vero?"
  "No. E neppure quel Msei che ti ha spaventato tanto."
  Isa sorrise. 
  "Devo essere stato molto male, se riusciva a spaventarmi. Chi m'ha preso sulla barca?"
  "Gente che non conosci. Ma ora riposa. Ti preparo qualcosa di caldo e poi mi racconterai."
  "E Filippo?"
  "Lo chiamer subito. Riposa, ora."
  "Non lasciare la mia mano. Mi piace addormentarmi cos."
  Si risvegli pi tardi.
  Anna non era vicino a lui.
  Nessun rumore si udiva per la casa.
  Ai piedi del letto vi era il suo arco e la pelle di leopardo intrisa ancora del suo sangue e di quello dei suoi nemici. Si sedette.
  Le fasce che gli ricoprivano il petto e le spalle gli davano un senso di sgomento. Gli parevano lacci messi per imprigionarlo.
  Tir via le coperte e tent di alzarsi.
  Le gambe gli tremavano, barcollando sotto il suo peso; la vista gli si annebbiava e lo stomaco gli si rivoltava dentro.
  Si trascin pian piano alla finestra. Schiuse le imposte e guard fuori.
  Per tutto il vasto piazzale non si vedeva una persona.
  Un carro era di fronte alla casa di George, ma i buoi erano stati staccati.
  Solo il sole, che dardeggiava con violenza, animava la piazza. Pareva che tutti avessero abbandonato il villaggio in fretta e in furia.
  Su qualche rozza sedia, all'ombra di un portico, era abbandonato un lavoro di cucito, un mestolo, uno scialle.
  Qualcosa stava accadendo.
  Ma non un rumore giungeva a lui, ad eccezione di un brusio lontano, come d'un tuono remoto, uno strascicar di bandoni di latta.
  Dovevano essere passate solo poche ore dall'alba.
  Pi tardi il brusio aument d'intensit. Pareva il lamento della foresta sotto i colpi violenti del vento.
  S'udiva ora, sempre pi chiaro, lo stridio di molti carri in movimento e le voci degli uomini che incitavano gli animali. E le grida, i richiami, le risa, i canti di una folla che si avvicinava.
  Poco dopo il terreno rimbomb sotto il calpestio di numerosi cavalli e le voci degli uomini risuonarono nella piazza.
  Al primo drappello, una cinquantina di cavalieri che erano gi intenti a toglier le selle alle bestie, s'un poco dopo un secondo e poi un terzo.
  Alcuni uomini, fra i quali Isa riconobbe gente del villaggio, guidarono i cavalli verso un vasto campo che altri gi stavano recintando.
  Isa osservava attento.
  Era la prima volta che vedeva un cos fitto stuolo di cavalieri. Erano tutti armati. Le lunghe carabine luccicavano sotto i raggi del sole.
  Riuniti in gruppi, sedettero in terra, all'ombra delle querce o delle case, in attesa del resto del convoglio.
  "Son venuti per difendere il villaggio dal kraal delle 'Pantere rosse'," pens Isa.
  Durante la sua assenza le "Pantere rosse" potevano aver fatto qualcosa che aveva costretto i bianchi a chiedere dei rinforzi.
  Lui non sapeva se ci era avvenuto.
  Ma, se non era cos, perch tutti quegli uomini armati?
  Ma allora perch non avevano chiamato i soldati?
  Come arriv il primo carro comprese di essersi sbagliato. 
  Gli uomini erano giunti con le loro famiglie.
  La piazza in breve si popol di donne.
  Vecchie, giovani, ragazze; con i piccoli in braccio, attaccati alle sottane, stretti a loro s da impedire persino i movimenti.
  E parlavano tutte.
  Tutte insieme.
  Ridevano, sospiravano, gridavano.
  Pareva che tutti gli abitanti dell'aria si fossero dati convegno nel piazzale. Strida acute, sottili, cupe, gorgheggianti, profonde, trillanti, dolci, tenere, ranche, s'incrociavano con le grida dei ragazzi, col pianto dei piccoli, col muggir dei buoi, con le urla degli uomini.
  Isa vide Anna parlare agitatamente, ridendo, scherzando, con una decina di donne forestiere, mentre Irghin gesticolava, fra un gruppo di ragazze e Stefano correva qua e l, all'impazzata, con i compagni.
  Altri carri giunsero. Altre donne scesero.
  Il piazzale, bench molti degli arrivati fossero gi entrati nelle case, rigurgitava sempre di gente.
  Isa non vedeva altro che teste, teste e teste.
  "Saran venuti per costruire un nuovo villaggio" pens.
  E ansiosamente spi lungo i campi vicini, ma vide solo drizzare tende: gialle, marroni, rosse; fatte con pelli, con coperte, con frasche; ma tende, tende, solo tende.
  Per lungo tempo la confusione regn sovrana.
  Poi gli uomini portarono via i carri; i ragazzi seguirono gli uomini e, padrone del campo, rimasero le donne.
  Isa era stato preso in tal maniera da tutto ci che vedeva da non accorgersi che la casa s'era venuta animando Si riscosse solo quando ud un passo leggero avvicinarglisi. 
  Si volt e vide Anna raggiante in volto.
  "Che accade?" chiese.
  La donna tent di far gli occhi cattivi e cerc di brontolare:
  "Perch ti sei alzato? Non lo sai che non ti devi muovere?"
  Ma lo disse cos affrettatamente che Isa non comprese nulla.
  "A letto!" intim quando riusc a calmarsi.
  Prese il ragazzo sotto braccio e l'accompagn.
  "Non ti devi alzare, Isa. Non sei ancora guarito."
  "Cosa accade?" ripet il ragazzo: "Chi  tutta questa gente?"
  "Miei connazionali" rispose la donna.
  "Cosa?!"
  "Gente come me. Boeri."
  Un'idea le balen nella mente e soggiunse ridendo:
  "Sono della mia stessa trib, capisci?"
  Isa accenn di s.
  "E dove vanno?"
  "Si fermeranno qui per un po' di tempo. Poi proseguiremo."
  "Anche tu ?"
  "S. Tutti."
  "Perch?"
  "Che vuoi che ne sappia! N perch, n dove andremo. E anche gli uomini non lo sanno. O, almeno, non lo dicono."
  "Perch?"
  "Chetati ora, e riposa."
  "Sto bene. Voglio alzarmi."
  "Sei matto? Vuoi che prenda la frusta?"
  Isa sorrise.
  "Anna, son guarito grazie a te. Ma ora posso muovermi."
  "Ma se le tue ferite sono ancora aperte!"
  "Quando un leopardo caccia, vien sempre ferito. Ma non aspetta che le ferite si chiudano per cacciare nuovamente."
  "Non ti comprendo. Comunque, non ti muoverai."

  Per altri tre giorni Isa fu costretto a letto.
  La fuga gli fu impossibile.
  La stanza era sempre gremita di gente ch'egli non aveva mai veduta. Per lo pi donne.
  Si mettevano a chiacchierare con Anna ed intanto sbirciavano dalla sua parte facendo finta di niente.
  Mai nessuna si avvicin a lui.
  Solo Anna.
  Ogni tanto entrava qualche ragazzo e rimaneva a guardarlo con occhi cos stupiti che ad Isa veniva da ridere.
  Ma nessuno si avvicin a lui.
  Solo Anna.
  Poi venne il dottore.
  Lo visit ben bene e: "Puoi alzarti" gli disse, battendogli una mano sulla spalla.
  Irghin lo accompagnava.
  In mezzo ai campi centinaia di carri formavano un triplice cerchio. Entro il cerchio minore s'ergevano tende e capanne. Un grosso villaggio.
  "Quanti sono?" chiese Isa.
  "Pi di mille persone. Lo diceva ieri George che ha dovute contarle" rispose Irghin.
  "Perch non fanno le loro capanne di pietra?"
  "Devono andarsene. Tutti dobbiamo andar via, al di l del fiume."
  "Perch?"
  "Non lo so. La signora Grimsk dice che  per colpa degli Inglesi. Ma io non credo alla signora Grimsk. 
  Sai chi ? Quella donna piuttosto grassa che ha un figlio con una cicatrice sulla mano..."
  Isa non l'ascoltava pi.
  Irghin chiacchier un'ora ripetendo tutti i pettegolezzi del villaggio.
  Poi rientrarono.
  All'alba del nono giorno dall'arrivo della numerosa carovana, si videro avanzare, lontani ancora, un folto gruppo di cavalieri seguiti da una sessantina di carri.
  Tutti erano ad attenderli.
  Il giorno prima una staffetta li aveva preannunciati.
  Molti andavano loro incontro; altri li attendevano lungo la strada.
  Isa stava crogiolandosi al sole in un luogo appartato.
  Nei giorni precedenti aveva cercato Filippo, ma gli era mancato il coraggio d'entrare nella sua casa. Fuori non l'aveva pi incontrato. Era andato due volte verso il fiume, ma aveva dovuto rinunciarci.
  Uno stuolo di ragazzi lo aveva seguito osservandolo in quella stessa maniera con cui si guarda un mostro da baraccone. Non lo deridevano solo per le ferite ancora vive che gli segnavano il corpo.
  I suoi salvatori avevano raccontato come l'avevan trovato. E la voce s'era sparsa tra i nuovi venuti e ritorn a galla anche la faccenda del leopardo. Il "cafro" venne dipinto come un selvaggio pericoloso, amico della foresta e dei suoi abitanti.
  Molti lo dissero persino uno stregone invaso dal demonio.
  Ragioni queste pi che sufficienti per allontanarlo da loro, ma ottime per per destare la curiosit dei ragazzi.
  Il "cafro" era trattato come un animale strano.
  Ma Isa non vi faceva pi caso. Era abituato.
  I Swazi lo avevano trattato sempre cos.
  Ora, sdraiato sul muschio, per nulla interessato al fatto che nuova gente stesse per arrivare, pensava a Pao. Doveva rimettersi alla ricerca del suo amico. Ma era ancor debole per partire. Nella foresta le "Pantere rosse" stavano esercitandosi; un nuovo re guidava la grande trib. Ed i tamburi non avevano pi parlato. Segno di guerra o di pace?
  Assorto nelle sue riflessioni, non ud le grida di gioia dei nuovi arrivati e il trambusto che dovunque s'era acceso.
  Se avesse soltanto sollevato il capo avrebbe visto gente abbracciarsi (quanti anni eran trascorsi dacch s'eran visti l'ultima volta?), piangere di gioia, scambiarsi reciprocamente notizie.
  Avrebbe visto un uomo scendere da cavallo e salutare, con un cenno, i vecchi abitanti del villaggio.
  Lo avrebbe visto avviarsi, con passo svelto, alla casa di Anna e uscirne poco dopo guardando qua e l, mentre a tutti chiedeva informazioni.
  L'avrebbe visto percorrere l'ampio sentiero verso il fiume; intrufolarsi fra le piste della foresta mentre gridava forte il suo nome.
  Poi l'uomo torn al villaggio. Entrato nella casa di "Fior di granturco" s'affacci all'ampia finestra di centro ed emise un urlo cos bestiale da far rabbrividire chiunque l'udisse.
  Un silenzio profondo si fece tra tutta quella moltitudine.
  Chi non poteva vedere chi urlasse cos, imbracci il fucile, pronto a far fuoco. Le donne, angosciate, s'erano strette i figli al grembo.
  L'urlo, il ruggito d'una belva ferita che si slancia all'assalto, ruppe nuovamente il silenzio; poi si tronc a met tramutandosi subito in un lamento lungo, sommesso.
  Isa era balzato in piedi con l'arco teso; ma quando ud il lamento della gazzella morente, corse verso il luogo del richiamo rispondendo col grido acuto, sgraziato della civetta.
  Era "Fior di granturco" che chiamava.
  Aveva riconosciuto il suo modo imperfetto d'imitare il lamento della gazzella. Paul non era mai riuscito a dargli l'inflessione giusta.
  Si trovarono sul piazzale.
  I loro sguardi s'incontrarono; rimasero a fissarsi, cos.
  Poi Paul allung la mano ed Isa la strinse a lungo.
  Allora l'uomo l'attir a s, in un affettuoso abbraccio
  "Parlami, piccolo selvaggio," disse scompigliandogli i capelli. "Ti sei fatto un uomo. Ehi, cosa sono queste cicatrici ancor fresche?... No, non rispondere. Voglio indovinare. Sei fuggito e sei ritornato nella foresta, no?"
  Isa abbass il capo.
  " cos, no?"
  "S, son ritornato al villaggio."
  "Non dovevi farlo. Se ti fosse accaduto qualcosa avrei sentito la tua mancanza... Non vedevo l'ora d'essere nuovamente con te."
  Isa guard l'uomo negli occhi.
  Non mentiva.
  Gli si strinse; felice.
  "Andiamo nella nostra casa. Parleremo meglio" disse Paul.
  Un cerchio di curiosi s'era formato intorno a loro; Isa, per, non vedeva nessuno.
  Era tanta la sua gioia che tutto gli pareva luminoso d'attorno; pi bello.
  Gli altri? ma lui era solo in quel momento. C'era Paul. Lui e Paul. Nessun altro.
  Nella stanza parlarono a lungo.
  Di Pao, di Filippo, della gente bianca. 
  "No," l'interruppe ad un certo punto Paul, "non ti disprezzano. Essi non ti hanno ancora compreso; questo  tutto. Per loro sei ancora un selvaggio. Vedrai che quando ti conosceranno meglio, ti stimeranno.
  Poi Isa parl di Msei, di Amnai, del sacrificio della vecchia Amebais, delle "Pantere rosse" e di ci che i tam-tam avevano detto.
  Paul volle conoscere molti particolari sui guerrieri del Gran Re. Le loro abitudini, le loro cacce.
  "No, non ci attaccheranno" rispose ad una domanda di Isa. "Ciaka era un amico dei bianchi. Un patto correva tra noi e lui. Cos sar per il nuovo re."
  "Andrai nuovamente via?"
  "Verrai con me, questa volta. Ma non con quella pelle, brigante! Vestito da bianco" e sorrise.
  Il giorno seguente attraversarono il fiume insieme per cacciare.
  Una ventina di uomini erano con loro.
  Occorreva molta carne per nutrire quel migliaio di persone raggruppate nel villaggio.
  Isa aveva avuto il permesso di mettere, sui corti calzoni, la pelle di leopardo, lasciando a casa la stretta camicia che gli impacciava i movimenti; cos affermava.
  Ora guidava i cacciatori verso il gruppo degli gn dei quali seguivano la pista.
  Paul era dietro di lui.
  Gli altri li seguivano alla distanza d'un cento passi.
  Mentre attraversavano una piccola radura, Isa si ferm improvvisamente.
  Paul, pur non comprendendone il motivo, imit il suo esempio. Aveva fiducia nel ragazzo e fece cenno agli altri di fermarsi.
  Passarono alcuni attimi, poi Isa, con uno scatto felino, si gett in avanti scomparendo fra i bassi cespugli.
  Se Paul non l'avesse veduto muoversi, avrebbe giurato che il ragazzo era ancora al suo fianco. Non il pi leggero rumore si era udito.
  Pass una buona mezz'ora, poi Isa ricomparve, silenziosamente, come se ne era andato.
  "Che c'?" sussurr Paul.
  "Busheman."
  "Dove sono?"
  "Qui. Ovunque."
  "Cosa facciamo?"
  "Di' ai tuoi amici di non sparare."
  "C' pericolo, Isa?"
  Il ragazzo sorrise.
  "No. Il piccolo popolo  mio amico. Ma i tuoi uomini non debbono sparare, se non vuoi che muoiano."
  "Lo dir."
  "Fai presto. I piccoli uomini sono in guerra. Devono aver saputo del villaggio di Pao. Ne ho visto uno; porta i segni della grande lotta. Sono pronti ad uccidere. Vai di' le cose con calma. E che gli altri non si agitino. Tengano le armi abbassate. Una sola mossa, e le frecce parleranno."
  Paul s'avvicin agli uomini.
  Parl sottovoce.
  Isa li vide stringersi in cerchio ed osservare attentamente gli alberi.
  Sorrise.
  I busheman erano vicinissimi a loro, ma nei cespugli.
  "'Fior di granturco'," disse "ora lancer il segnale dell'amicizia. Qualunque cosa avvenga, rimani immobile."
  Poco dopo l'abbaiar dello sciacallo, ripetuto tre volte, e la risata sghignazzante della iena, si diffusero sotto la volta cupa della foresta.
  Due frecce si conficcarono nel terreno ad un palmo dal ragazzo; un cespuglio ondeggi lievemente e un uomo ne sbuc fuori.
  Il suo piccolo corpo era rigato di nero.
  S'avvicin ad Isa.
  "Chi sei?" chiese.
  "Fratello del tuo popolo."
  "Chi sei?" ripet l'altro.
  "Isa, figlio di Pao. Lui lo ha detto."
  "E loro, chi sono?"
  "Miei fratelli."
  "Cosa vogliono?"
  "Seguono le piste dello gn. I loro piccoli hanno fame."
  "Gli gn saranno molto lontani fra poco. Quando udranno i lamenti delle pantere, fuggiranno come le nubi spinte dal vento."
  "Le 'Pantere rosse' son qui?"
  "Che ne sai tu delle 'Pantere rosse'?"
  "Ho promesso al Gran Padre che le mie frecce si dovranno lavare nel sangue dei guerrieri del Gran Re, fino a che non saranno cancellate le macchie di sangue lasciate dagli uomini del villaggio di Pao."
  "Sai molte cose, tu. Chi sei?"
  "Tuo fratello; l'ho detto."
  "Io non ho mai bevuto alla tua tazza e non ho diviso con te l'antilope. Ma se tu lo dici, lo sei."
  "Ecco" disse Isa mostrando l'amuleto che Pao gli aveva dato. "Lui parla per me."
  Il busheman si prostr ai suoi piedi.
  "Mio fratello ha nobile sangue. Ritorni indietro con i suoi amici. Fra poco le frecce oscureranno il sole e queste potrebbero colpirlo."
  "Alzati. Perch t'inginocchi?"
  "Io non posso obbligarti ad andare," rispose il busheman, rimanendo genuflesso, "ma ascoltami. Pao non vorrebbe che il sangue della sua pupilla macchiasse il muschio."
  "Vorrei vedere Pao."
  "Egli batte la pista da molti giorni. Il suo cuore  straziato. Quando lui parler, le frecce colpiranno. Vai, ora."
  "Il mio arco  tuo. Fammi rimanere."
  "Io non posso comandare chi  il mio capo. Ma ti prego d'andare e di portare con te i tuoi amici. I miei fratelli potrebbero stancarsi."
  "Buona caccia, allora. Ci rivedremo."
  "L'hai detto. Buona caccia anche a te."
  Il busheman ritorn sui suoi passi e scomparve.
  "Che ha detto, Isa?" domand Paul.
  "La pista non porta agli gn. Dobbiamo ritornare."
  "Ma se fino ad ora seguivamo..."
  "Andremo altrove. Qui ci sar un'altra caccia, fra poco."
  "Non possiamo proseguire?"
  "No. Dillo agli altri."
  Ritornarono molto tardi al villaggio con soli quattro dix-dix ma con molte storie da raccontare.
  Cos, seduti attorno ai fuochi dei rispettivi gruppi, parlarono del ragazzo che vedeva le cose che loro non vedevano ed era amico del piccolo popolo.
  E che "sentiva" gli animali quando loro non ne avevano scoperto neppure le tracce, e che li colpiva quando loro non li avevano neppure veduti.
  Cosi aument fra i bianchi la certezza che Isa era veramente un selvaggio e che Paul aveva sbagliato a giudicarlo un bianco.

  "A cosa pensi?"
  "Niente. Aspetto."
  Paul s'avvicin alla finestra alla quale Isa era appoggiato. 
  "Credi che i busheman abbiano incontrato gli zul?" chiese.
  "Non lo so."
  "Da quando siamo tornati sei l, immobile. Siedi e mangia!"
  "Non ho fame."
  Paul osserv il ragazzo.
  "Andiamo!" disse poi.
  "Dove?"
  "Verso il fiume."
  "Ma... non eri stanco?"
  "Ho voglia di fare due passi."
  "Grazie, 'Fior di granturco'."
  "Non ti facclo un favore. Ho bisogno di muovermi." Isa sorrise. Poco prima Paul s'era gettato sui letto con un sospiro di sollievo.
  Uscirono.
  Molta gente chiacchierava ancora intorno al fuochi. Pi avanti, al limiti dei campo, alcuni uomini montavano di guardia.
  Quando furono vicini al fiume, Isa si ferm.
  "Paul!"
  "No, non ti lascio andare. Anche se mi hai chiamato per la prima volta con il mio nome."
  Il ragazzo abbass il capo.
  "Cosa aspetti ora?" esclam Paul.
  "Ma, hai detto che..."
  " ...che non ti lascio andar solo. Ma non voglio star qui in eterno. Andiamo."
  Seguirono il flume fin che non raggiunsero il guado, poi, ripercorrendo la stessa via del mattino, s'inoltrarono nella foresta. Ogni tanto il ruggito di qualche carnivoro rompeva il silenzio; oppure erano le grida degli uccelli svegliati dai rumori improvvisi; o l'abbaiar degli sciacalli lontani. 
  "Siamo giunti" disse Isa fermandosi vicino ad un grosso albero.
  "Non ci capisco nulla" rispose Paul "ma se lo dici tu, va bene. Non vedo segni di lotta qua attorno, per."
  "Qui non hanno combattuto."
  "Allora?"
  "Non so. Andiamo avanti."
  "Sar prudente?"
  "La foresta  grande e molte sono le sue insidie. Ma 'Fior dl granturco'  un bravo guerriero."
  "Ho capito. Se dico di ritornare non sono pi un guerriero. Avanti, allora."

  All'alba ritornarono al villaggio.
  "Buon giorno, Paul" salut l'uomo di guardia. "Gi a passeggio?"
  Paul lo guard torvamente.
  "Ritorno" brontol.
  "Nottataccia d'inferno, questa. Iene e sciacalli avevano preso di mira il campo. Hanno abbaiato per tutto il tempo!" disse l'uomo.
  "Potevi gettar loro qualche ramo infuocato."
  "Macch! Neppur uno si  avvicinato. Eppure giurerei che erano vicini. Ma non si son fatti vedere."
  "Isa, hai inteso?"
  "Gi."
  "Cosa ne dici? Io credo che..."
  "Lo penso anch'io" rispose Isa. Gli occhi gli brillavano. "Noi andavamo a loro e loro venivano a noi!"
  "Cos abbiamo camminato tutta la notte inutilmente."
  "Ma di che cosa parlate? Siete impazziti, forse?" chiese l'uomo di guardia scrutandoli attentamente.
  "Non abbiamo dormito" rise Paul "ed il sonno ci ha dato alla testa. Cosa pensi di fare, Isa?" 
  Il ragazzo non rispose. Port le mani alla bocca e abbai tre volte.
  "Se non lo vedessi" disse l'uomo a Paul "crederei d'avere uno sciacallo entro i pantaloni."
  Isa aveva appena terminato, che un altro abbaiare rispose al suo richiamo.
  Il segnale veniva dal fiume.
  "Attendimi, 'Fior di granturco"' grid correndo verso il bosco.
  "Ed ora dove va?" chiese l'uomo.
  "A trovare i suoi amici sciacalli" disse Paul. "E fai attenzione che potresti trovarteli fra i piedi in un amen."
  Isa intanto s'era inoltrato nel folto sottobosco che costeggiava il fiume.
  Il richiamo era venuto da l. Ora doveva fare attenzione. I piccoli uomini avrebbero riso di lui se non fosse riuscito a vederli.
  Avanz incerto per un tratto, poi si mise a correre.
  Vicino ad un grosso cespuglio si ferm.
  "Pao!" chiam.
  Il busheman comparve. Il suo corpo era dipinto di nero, traversato da strisce orizzontali rosse.
  "M'han detto che mi cercavi."
  "Temevo per te, Pao. "
  "L'albero vecchio non ha paura del fulmine."
  "Ma se il fulmine lo schianta, che cosa far l'uccello che fra le sue fronde si ripara durante le tempeste o si riposa nelle notti stellate?"
  "Sei un caro figlio, Isa!"
  "Non saprei vivere senza di te."
  Si sedettero uno di fronte all'altro.
  Per lungo tempo rimasero entrambi assorti nei loro pensieri. Isa aveva imparato questa immobilit, e la lentezza stessa del parlare, da Pao.
  " inutile sprecar parole quando il pensiero non  chiaro nella mente" aveva detto una volta Pao. "Nella foresta pochi chiacchierano, molti agiscono. Un leopardo che urlasse tutta la notte non troverebbe pi un cerbiatto per miglia e miglia d'attorno. Ma egli urla solo quando l'ha trovato e non pu pi scappare. Cos devi fare tu. Parlare solo quando il pensiero  ben chiaro in te e quando  necessario che quel pensiero altri lo conoscano."
  "Ho veduto il villaggio" disse Isa troncando il silenzio. "Ti cercai e fui contento di vedere che tu non eri caduto."
  "Io no," rispose Pao, "avrei voluto essere l."
  "M'han detto che segui la pista."
  "Gi."
  "Ma il tuo corpo  ancora dipinto. Perch le tue frecce non hanno parlato per le donne e i bambini?"
  "Le 'Pantere rosse' hanno deviato dal loro cammino ed il laccio non si  potuto stringere."
  "Dove sono dirette?"
  "Si sono unite ad altre 'Pantere': 'nere', 'silenziose', 'astute'; se i segni non mi hanno ingannato."
  "No; non ti hanno ingannato. Sono il miglior reggimento del Gran Re."
  "Lo sappiamo. Le 'Pantere nere' hanno portato schiave le donne del gruppo di Hoomai. Pi di trecento uomini son ritornati al Gran Padre. Le 'astute' hanno fatto subire ugual sorte al gruppo di Muser. Le 'rosse'... sai quel che hanno fatto!"
  "Le mie frecce son tue; tuo  il mio arco; tua  la mia vita. Se mi ritieni degno, permettimi di battermi al tuo fianco."
  "Tu devi diventare un uomo fra la tua gente."
  "Chi mi salv dall'aj? Chi mi salv dalla foresta insegnandomi i suoi tranelli e come vincerla? Ho un debito di sangue. E pagher il mio debito. Ma, soprattutto, ho un debito d'amore. Ho anch'io qualcosa da dire al guerrieri del Gran Re."
  "Grazie, figlio. Il piccolo popolo sar contento d'averti con s. Ed io sono lieto."
  "Quando riprenderai la pista?"
  "Le 'Pantere' sono numerose e forti. Molti del mio popolo hanno raggiunto il Gran Padre. Dobbiamo riunirci tutti. I villaggi sono molti e lontani. Occorreranno giorni e giorni affinch siano avvertiti. E molte altre volte il sole dovr sorgere prima che tutti giungano."
  "Quando pensi che ci si muover?"
  "Alla prossima luna, credo."
  "Molto tempo, allora. E i tuoi, adesso, cosa fanno? Cosa ha deciso il tuo capo?"
  "Di attendere. Alcuni seguono la pista senza far rumore. Gli altri, e sono i pi, attendono alla 'citt morta'."
  "In quanti siete qui?"
  "Quante sono le dita della tua mano."
  "Cosa farai?"
  "Batter i sentieri."
  "Posso venire con te?"
  "Puoi."
  Stettero alquanto in silenzio; poi Isa disse:
  "C' 'Fior di granturco' che mi attende. Vuoi conoscerlo?"
  "Aspettavo le tue parole. Son venuto per questo."
  Isa trov Paul che dormiva vicino all'uomo di guardia.
  "'Fior di granturco'!"
  "Che c'?" sbadigli Paul.
  "Pao t'attende."
  "E non poteva venire lui?" borbott alzandosi.
  Il busheman era ancora immobile ove Isa lo aveva lasciato. 
  "Pao" disse il ragazzo "questo  'Fior di granturco', il mio amico."
  Pao osserv bene l'uomo bianco, poi disse:
  "So che sei coraggioso ed abile."
  "Non quanto Pao" rispose Paul guardando negli occhi l'uomo che gli parlava. "La fama del suo coraggio ha valicato la foresta ed  giunta fino alle capanne di pietra."
  "Le prime case conobbero il mio passo quando ero ancora giovane. "
  "E molti bianchi conobbero le frecce del tuo popolo."
  " la storia d'ogni popolo che deve cedere le sue terre ai nuovi venuti."
  "S, molti si credettero padroni dispotici e trattarono il tuo popolo come belve. Io allora ero un ragazzo, ma ricordo bene quanti busheman furono uccisi, cos, senza motivo. Solo perch non erano bianchi."
  "Sei leale ad ammetterlo."
  " la verit e non pu essere nascosta."
  "Cosa pensano ora i bianchi del mio popolo?"
  Paul tacque pensieroso, poi rispose:
  "Non dovrei dirtelo, forse; ma tu lo hai chiesto. Essi dicono che siete un popolo capace solo di stendersi al sole dopo aver mangiato fino a farsi gonfiare il ventre. Sempre che riusciate a trovare il cibo."
  "Altro ancora?"
  "S. Che nessun pensiero pu nascere nelle vostre teste, perch il vostro cervello s' fermato ai primordi del tempo. Ecco: siete una razza inferiore."
  Isa scatt.
  "Il popolo bianco non conosce il piccolo popolo, per questo parla cos. Essi sono migliori dei bianchi e dei Swazi e di tutti. Non ti permetto, 'Fior di granturco', di proseguire oltre. Un'altra parola ancora e dimenticher che sei mio amico." 
  "No," disse Pao sorridendo. "Che l'uomo bianco parli."
  "Io non volevo offenderti, Pao. Ti chiedo scusa se le mie parole t'hanno dato dolore. Ma volevi conoscere la verit, no?"
  "Le tue parole m'erano gi note. Un solo dolore esse mi danno: il sapere che in parte sono vere. Sapevo gi, Isa, cosa dicevano i bianchi."
  "Perch, allora, hai voluto mandarmi fra loro?" chiese il ragazzo.
  "Perch quella  la tua gente. E son lieto che tu sia amico di questo uomo che non mente. Fra la tua gente potrai fare una cosa in nostro favore. E sar una grande, nobile battaglia, Isa. Far capire al tuo popolo che siamo tutti uguali, affinch non ci sia disprezzo, n odio. Perch, pur cambiando il colore della pelle, ed il taglio degli occhi, e la statura, abbiamo per un cuore che  uguale per tutti. Noi non siamo inferiori o migliori degli altri, bianchi o neri. Come gli altri non sono inferiori o migliori di noi. C' chi ha saputo camminare di pi, chi di meno. Chi combatte col fucile, chi ancora con l'arco; chi vive in capanne di pietra, chi in cespugli. Ma per il Grande Padre siamo tutti uguali."
  "Ora capisco" disse Paul "perch il tuo popolo ti ha eletto suo capo. Non avrebbero potuto trovare neppure tra i bianchi un saggio come te."
  "Sei cortese a dir ci."
  "Sono giusto, non cortese. Questa  la verit."
  Isa, colpito dalle parole di 'Fior di granturco', fissava attonito Pao.
  "Io" disse quando riusc a parlare "io non sapevo. Perdonami, o Pao, per tutte le volte che ho osato avvicinarmi a te senza rispetto. Ma credimi, nessuno mi aveva mai detto che tu eri il Gran Re del piccolo popolo."
  Cos parlando si prostr in terra. Era stato molto tempo al fianco di un Gran Re senza saperlo. Ora tremava tutto.
  "Che la tua vendetta sia mite!" supplic.
  "Alzati! L'amuleto che porti t'ha fatto figlio del re. Il piccolo popolo conosce i segni. L'uomo che ti si inginocchi dinanzi aveva letto giusto sul dente del leopardo. Ma il figlio non ha timore del padre, solo rispetto. E tu sei stato un ottimo figlio. Tu, 'Fior di granturco', abbi cura di lui quando io lo lascer per sempre. Perch egli  un bianco, ma soprattutto perch egli ha un cuore nobile e generoso."
  "Lo far" rispose Paul. "Ma avr ben poco da insegnargli. La tua scuola  stata la migliore. Ne hai fatto un ragazzo che sar un uomo saggio e coraggioso. Un uomo in gamba, diciamo noi."