  "Isa, ti cercano!"
  Il ragazzo salt gi dal letto ed entr nell'ampia cucina.
  "Sono fuori," disse Anna, "ma prima ti vesti."
  "Io... "
  "Metti i pantaloni e la camicia. Se no, non esci."
  Il ragazzo si vest in fretta.
  Seduto sul basso scalino del piccolo porticato c'era Filippo. Vicino saltellava il dix-dix.
  "Non hai portato l'arco?"
  "No. Se vuoi, lo prendo."
  "Mi piace vederlo. E... si pu tirare stando seduti? " " pi difficile, ma si pu."
  "Mi fai provare?"
  Isa accenn di s. Non riusciva a parlare.
  Quando Filippo ebbe l'arco tra le mani lo osserv attentamente chiedendo un'infinit di spiegazioni. Isa rispondeva su ci che sapeva.
  Poi cominci a spiegargli come s'usava; e come doveva essere la freccia; e come si doveva fare per colpire un oggetto che si muove; e come si sfrutta il vento.
  Ma non trovando sempre le parole nella nuova lingua, s'alz dicendo:
  "Vieni. Ti faccio vedere."
  "Isa, io... io non posso venire" mormor Filippo.
  Il ragazzo abbass il capo.
  Non aveva ricordato.
  Stava per dire qualcosa, quando un'idea gli balen nella mente.
  "Ti porto io. Andremo vicino al fiume."
  "Oh, si!"
  A Filippo ridevano gli occhi. Ma di colpo si fece serio e sussurro:
  "Io verrei volentieri, ma mio padre non mi lascia venire "
  "Perch?" chiese Isa rabbuiandosi. "Forse perch sono un 'orzowei'?"
  "No. Non mi lascia andare con nessuno."
  "Lo puoi portare con te" disse in quel mentre una voce.
  I ragazzi si voltarono.
  Anna era sulla soglia.
  "Lo dir io a suo padre. Pi tardi vi far chiamare da Stefano. Ma ricordati, Isa, ch'egli  come il tuo arco. Nessuno deve fargli del male."
  Isa annu sorridendo. Si chin e prese delicatamente il compagno fra le braccia.
  "Stai bene?" chiese.
  "Benissimo."
  Sorrisero ad Anna e si allontanarono verso il fiume.
  "Ti peso?" domand Filippo pi tardi.
  "No. Sei leggero."
  "Tu sei forte. Quando sto con te non ho paura."
  Isa mugugn.
  Era contento. Avrebbe cantato per la gioia.
  "Sai" prosegu Filippo "pap mi ha detto del cucciolo. M'ha detto anche che sei stato tu a non farlo uccidere. "
  "Era piccolo, mi faceva..."
  Non trovava le parole adatte per esprimere il sentimento provato quella notte. 
  "Ecco. Mi faceva male vederlo cos."
  "Quando pap t'ha frustato, io..."
  "Non ricordo che m'abbiano frustato."
  "Grazie, Isa. Sono contento d'essere tuo amico."
  "Anch'io. Ci fermiamo qui?"
  "S."
  Distante una trentina di passi dal sentiero, una breve radura interrompeva il susseguirsi delle grandi piante e dei cespugli che costeggiavano il fiume.
  I fischi, i cinguettii, i pigolii, i trilli, i gorgheggi, le strida, i canti, i suoni acuti e profondi d'ogni sorta d'uccelli si confondevano con gli urli incomposti delle scimmie e col gracidare delle rane, lo stridio delle cicale ed il ronzare degli innumerevoli insetti.
  Ma i ragazzi, seduti sul suolo felpato dai muschi, tutt'assorti a tirar d'arco, nulla sentivano.
  Vicino a loro, felice, il dix-dix ruzzava fra l'erba spensieratamente.

  Per molti giorni la piccola radura fu la meta delle loro passeggiate.
  Ed in quel luogo si consolid maggiormente fra i due ragazzi d'educazione diversa, dai diversi costumi, la loro amicizia. Ed Isa, proprio per Filippo, cominci a comprendere i bianchi; mentre Filippo impar a non disprezzare pi gli uomini delle foreste.
  "Vorrei poterti seguire nella foresta e percorrere con te ogni sentiero" disse un giorno Filippo.
  "Il grande albero" rispose Isa usando il figurato linguaggio dei busheman " sempre nello stesso posto. Eppure conosce ogni cosa e fa vivere molti animali; e n il vento, n l'uragano riescono ad abbatterlo."
  "Non ti capisco, Isa."
  "Ecco: nel villaggio Amaora, il mio villaggio, un vecchio Ring-kop non poteva pi cacciare. Era come te. Le zagaglie dei nemici lo avevano reso cos. Eppure il suo arco parlava sempre e il cerbiatto cadeva. Tu puoi essere sempre un grande guerriero."
  "Lo credi? "
  "S."
  "Allora lo sar."
  Erano giorni felici, quelli.
  Isa non era pi chiamato per lavorare e nessuno pi lo tormentava. Era lasciato libero d'andare quando voleva con Filippo.
  Passarono cos pi di venti giorni, quando Filippo not un cambiamento nell'atteggiamento del compagno. Come giungevano nella radura Isa gli dava l'arco e sedeva, assorto, al suo fianco. Non gridava pi per i colpi andati male, n gioiva per quelli centrati.
  Era l, indifferente.
  Filippo lo guardava senza avere il coraggio di chiamarlo.
  "Isa" gli chiese una mattina "non sei contento di venire con me?"
  "Chi lo ha detto? "
  "I tuoi occhi lo dicono."
  "I miei occhi non dicono quello che sente il mio cuore. "
  "Cosa c' allora?"
  "Non lo so."
  "Io s."
  "Dimmelo."
  "I tuoi occhi guardano sempre lontano."
  "E con questo? "
  "Tu vuoi ritornare nella foresta."
  "Forse."
  "Ed allora che aspetti? "
  "Non voglio lasciarti."
  "Ritornerai, no?"
  "Non lo so." 
  "Io non vorrei mandarti via" disse Filippo abbassando lo sguardo. "Vorrei tenerti sempre vicino a me."
  "Io non vado via."
  "Tu sei gi via. Sei gi solo."
  "Non  vero questo."
  "S, Isa. Tu sei con me, ma non ridi pi con me; non giochi pi con me. Non gridi pi che sono una femmina quando sbaglio a tirar d'arco. Sei via, perci."
  "Non volevo farti male."
  "Cos" prosegu Filippo senza badare all'interruzione " meglio che tu vada dove vuoi. Per..."
  Si tese tutto verso il compagno e gli sussurr all'orecchio:
  "... per ora giureremo di essere sempre amici. Tu ritornerai da me ogni tanto, cos parleremo e giocheremo insieme."
  "Cos' un giuramento?" chiese Isa.
  "Quando uno giura e poi non fa quello che ha detto, muore."
  "Una parola, allora. Una promessa fatta agli spiriti buoni."
  "S. Dammi la mano."
  Isa gliela tese. Filippo, stringendola con forza, disse:
  "Isa  il mio grande amico. Lo giuro per il cielo. Io non lo abbandoner mai, neppure quando mi sposer. Ecco, ora tocca a te."
  "Cosa devo dire? Le tue stesse parole?"
  "No. Occorrono parole tue."
  "Bene." Isa strinse la mano del compagno e mormor lentamente:
  "Il fiume si seccher e la foresta diventer deserto, prima che Isa dimentichi. Nel mio sangue scorre il suo sangue e Filippo  mio fratello. Il Gran Padre lo sa. 
  "Ma non  un giuramento questo!" esclam Filippo. "Devi dire: lo giuro."
  "Perch? Se il Gran Padre lo sa, basta. Isa non abbandoner il fratello. Pao ha detto che se si dice al Gran Padre, basta. E quando Pao dice che il fiume si seccher e la foresta diventer deserto prima che lui dimentichi, stai tranquillo che non dimenticher."
  "Se Pao l'ha detto, va bene. Ora riportami a casa, poi andrai."
  "Ritorner con Pao. E tu m'aspetterai."
  "Vieni presto, per."

  Per due giorni Isa vagabond per la foresta.
  Si sentiva libero, felice.
  Il terzo giorno si diresse verso la "Citt morta" per incontrare Pao. Al limite della radura, ove sorgeva il villaggio del piccolo popolo, grid il richiamo convenuto.
  Ma nessuno rispose.
  Prov ancora mentre avanzava lentamente.
  I busheman non dovevano essere lontani.
  Possibile che nessuno lo sentisse?
  S'appoggi ad un tronco e rimase in ascolto.
  Ma, ad eccezione dei mille e mille rumori della foresta, nessun altro segno di vita.
  Proprio per questo Isa non si mosse.
  Ci non era normale. Appena trenta passi pi avanti, proprio dietro i grandi alberi che lo nascondevano, c'era il villaggio di Pao. Perch nessuno rispondeva ai suoi richiami? Possibile che nessuno lo udisse?
  Improvvisamente l'abbaiar d'uno sciacallo ed il vento che cambi direzione, gli fecero chiaramente comprendere ci che era accaduto.
  Balz in avanti correndo senza rumore.
  Prima d'entrare nel villaggio, si ferm.
  Il suo corpo pareva quello d'una statua, tant'era immobile. Ma le narici dilatate, frementi, e gli occhi che scrutavano in ogni dove, indicavano con quanta attenzione osservasse ogni cosa.
  Gli arbusti spezzati, le capanne scoperchiate, gli oggetti dei busheman gettati cos, alla rinfusa, mostravano chiaramente che in quel luogo si era duramente combattuto. Qua e l delle frecce erano conficcate nel terreno.
  Sorpassato l'ultimo cespuglio, vide il primo morto.
  L'osserv bene.
  Doveva essere stato uno dei pi giovani guerrieri di Pao. Dodici colpi di zagaglia gli avevano squarciato il petto. La mano stringeva ancora l'arco.
  Ma dal corpo era stata staccata con un colpo netto, la testa.
  Isa osserv il taglio.
  Un bianco non ci avrebbe visto nulla.
  Lui vi lesse, invece, il nome della trib che aveva compiuto l'eccidio.
  "I guerrieri del Gran Re!" esclam.

  Erano, gli zul, il ceppo pi numeroso e pi forte della grande razza Bant alla quale appartenevano anche i Swazi, i Pondo, i Temb, i Mascona, i Shangaans, i Matabele, i Barotse.
  I bianchi confondendo chiamavano zul anche le altre trib bant.
  Ma per Isa zul erano solo quegli uomini appartenenti alla grande, numerosa trib cos chiamata e che aveva un solo capo: il Gran Re. Anche fisicamente gli zul differivano dai loro cugini: naso aquilino, occhi obliqui; e molto, molto alti.
  Ma tutti, Swazi, Fondo e cos via, erano nemici acerrimi degli zul. O meglio, lo erano stati fin quando Ciaka, il Gran Re, portando lo sterminio in tutti i villaggi delle varie trib bant, non aveva ottenuto la loro sottomissione.
  Questo era accaduto molti anni prima.
  Isa ricordava quando i vecchi raccontavano le leggendarie imprese dei terribili guerrieri. Ricordava che essi concludevano invariabilmente i loro racconti dicendo:
  "Se loro sono i guerrieri del Gran Re, noi siamo le 'antilopi' della foresta. Nessuno pu gareggiare con un Swazi in battaglia; nessuno riesce a fermarlo. Egli  tanto agile e veloce che le zagaglie nemiche non riescono a colpirlo."
  Cos dicevano.
  Ma ricordava pure che un giorno anche i loro villaggi furono rasi al suolo; ricordava l'ingresso di Ciaka nel suo villaggio, di Ciaka che con la sua potenza e con la sua crudelt, era diventato veramente il "Grande Re".
  Era storia accaduta molti anni prima, quando lui non aveva ancora nove primavere. Ma ricordava sempre i venti guerrieri uccisi con un colpo alla nuca ed il capo del villaggio fatto divorare dalle formiche, solo perch avevano osato dichiarare che le "antilopi della foresta" potevano fare sempre ci che volevano. Anche se Ciaka non lo permetteva.
  Malgrado tutto ci, Isa ammirava i guerrieri del re. Nel suo intimo, aveva sognato di appartenere un giorno a quelle schiere. Come ogni essere della giungla, ammirava la forza ed il coraggio.
  E quei guerrieri ne avevano in tal misura che anche i bianchi, malgrado le loro armi possenti, erano stati spesso sconfitti. E la fama di queste imprese era stata divulgata in tutta la giungla a tutti i villaggi, dai tamburi del Gran Re.
  Isa scavalc il morto e si guard d'attorno.
  Qua e l giacevano i piccoli uomini. Le loro membra avevano gi sentito i denti degli sciacalli.
  Li osservo uno per uno.
  Cercava su di essi un segno che gli facesse riconoscere il suo amico.
  In un angolo erano le donne e i bambini.
  Una massa informe che giaceva brutalmente accatastata.
  "Del nemico non deve rimanere traccia," questo era il motto di Ciaka. Ed era rigorosamente applicato.
  Quando ebbe cercato per ogni dove, entr nella grotta.
  Quattro guerrieri del piccolo popolo giacevano nell'interno. I loro corpi erano crivellati di colpi.
  In quell'angusto spazio si dovevano essere battuti da leoni.
  Li osserv.
  No. Pao non era fra loro.
  Sedette fuori.
  Era sconvolto per quello che i suoi occhi vedevano. Avrebbe voluto gridare, fuggire. Avrebbe voluto trovare i guerrieri del Gran Re e vendicare i suoi amici.
  Ma era vissuto molti anni con Pao e il suo popolo.
  Era cresciuto e nato nella foresta.
  Non inutilmente.
  La foresta, la sua trib e Pao gli avevano insegnato che la prudenza era la migliore arma.
  Se voleva colpire e vendicare, doveva attendere il momento giusto.
  Rimase seduto.
  Ma se il suo corpo poteva apparire quello d'un morto, tant'era la rigidit delle membra, il cervello lavorava alacremente.
  Aveva notato che i morti del piccolo popolo, senza tener conto delle donne e dei bambini, non erano numerosi. Nel villaggio lui aveva visto almeno un numero triplo di uomini validi a tirar d'arco.
  Potevano essere fuggiti. Impulsivamente volt il capo verso il luogo dell'eccidio.
  No, un busheman, come qualsiasi altro essere della foresta, sarebbe morto tre volte, prima di far uccidere i suoi cari.
  Pao ed i suoi uomini non dovevano essere nel villaggio quando gli zul avevano attaccato. Gli uomini del Gran Re non usavano prendere prigionieri. Doveva essere andata proprio cos: Pao e gli altri erano andati a caccia ed il villaggio era stato assalito durante la loro assenza.
  Non pens neppure di cercare il luogo ove i nemici avevano bruciato i loro morti, e non si chiese neppure perch non si trovava neanche una zagaglia degli assalitori.
  Era una cosa questa che persino Amebais, la stolta, sapeva a memoria.
  Lo zul che perdeva la zagaglia in combattimento, veniva ucciso dai compagni.
  Ciaka l'aveva insegnato.
  E tutti avevano subito imparato.
  Era bastato un solo esempio.
  Pi di mille guerrieri furono fatti uccidere da Ciaka in una sola mattinata, perch avevano perduto le loro armi.
  Ma perch i guerrieri del Gran Re si erano mossi?
  A questo Isa non sapeva rispondere. Molto tempo prima c'erano state lunghe lotte. I vecchi dicevano che Ciaka voleva la distruzione d'ogni ramo della grande famiglia Bant. Allora non era difficile incontrare un villaggio raso completamente. Ma si sapeva il perch.
  Poi tutti si erano sottomessi a Ciaka e i Bant si trovarono sotto un unico capo. 
  Le lotte pi recenti erano state dirette contro gruppi di rivoltosi e contro i villaggi degli Ottentotti.
  Ma nei territori pi a Sud; non in questi.
  "La foresta parla ed il sole fa sempre luce" disse Isa. "E si sapr perch il Gran Re ha fatto parlare le sue zagaglie."
  S'alz.
  Aveva deciso.
  Avrebbe cercato Pao. E sarebbe rimasto con lui.  Il piccolo popolo l'aveva aiutato e salvato. Ora egli avrebbe data la sua zagaglia e il suo braccio per loro.