Isa si strinse a Pao, lieto di rivederlo incolume.
"Le 'Pantere rosse' non sono più, o figlio!" disse il busheman. "Ma tu non vedrai più neppure Cim-ao e molti altri. Essi ora cacciano nelle foreste eterne, ove la preda è facile ed abbondante."
"Che la loro caccia sia serena. Erano dei bravi guerrieri" mormorò Isa.
Avevano preso il sentiero delle colline.
Molti erano già corsi avanti per portare la buona novella agli amici e alle donne che si vedevano, massa indistinta e multicolore, sull'altipiano ove si erano accampate in ansiosa, trepidante attesa. Giungevano, a tratti, portate dal vento, le loro grida di esultanza.
E a gruppi venivano verso loro, ansiose di riabbracciare il padre, lo sposo, il figlio.
Pao e la sua gente marciavano dietro i carri.
"Ci accamperemo con voi" aveva detto Pao a Pretorius "fino a che i feriti non saranno in grado di riprendere il sentiero."
"Perché non rimanete con noi?" aveva proposto Andries. "Potrete costruire il vostro villaggio vicino al nostro."
"La foresta per noi è la vita."
"Non so come ringraziarti, Pao, né come sdebitarmi verso i tuoi uomini. Il vostro aiuto ci ha salvati. Lo ricorderemo sempre."
"Non ci dovete nessuna riconoscenza. Abbiamo fatto ciò che tutti avrebbero fatto."
"Ma noi siamo un altro popolo!"
"Un altro popolo, è vero; ma un giorno cacceremo tutti insieme nelle terre del Gran Padre; perciò siete nostri fratelli."
"Comunque, non avevate il dovere di proteggerci."
"Quando il Gran Padre ci chiederà: Perché non hai aiutato tuo fratello? non potremo risponderGli: Perché era bianco, o nero, o giallo. Perché il Gran Padre non guarda alla pelle, ma al cuore; e tutti i cuori sono uguali."
"Grazie, Pao."
Ora camminavano in silenzio.
Eran felici, ma stanchi. Isa era vicino a "Fior di granturco".
"Ora" disse Paul "la grande caccia è finita. Da oggi ritorni fra la tua gente. Starai con me, sempre."
Isa stava per rispondere, quando un grido disumano, selvaggio si ripercosse giù per la collina.
"Paul! ... Paul! ... Paul! ... "
"Fior di granturco" si precipitò in avanti, seguito dai suoi amici. Una donna correva, urlava il suo nome.
Scarmigliata, lacera, sembrava non toccare terra, tant'era la sua foga disperata.
I conducenti avevano fermato i carri; tutti erano fissi a guardarla, incapaci di fermarla, di aiutarla. Il suo viso era l'incarnazione del terrore.
"È la madre di Filippo" disse Isa mentre le correvano incontro.
La donna, come vide Paul, gli si gettò addosso stringendolo convulsamente; poi s'accasciò in terra, affranta.
"Paul!... Paul..." ansimò. Non riusciva a dir altro. Calmati. Prendi fiato. Siedi, siedi qua."
"No, no!... svelto, svelto... Sì, sì, anche tu; tu il cafro..."
"Cos'è accaduto"
"Filippo... l'hanno preso... I demoni, sì, proprio loro".
"Calmati" disse Paul "spiegami cosa è accaduto." Ma la donna non riusciva a riprendersi.
Ad un cenno di Pao, Hoomai ed Isa la immobilizzarono e il busheman le fece bere un lungo sorso d'infuso.
"Donna," disse poi, ascolta: noi andremo a cercare il ragazzo che saltella. Egli è l'amico di mio figlio. Lo ritroveremo, dovessimo frugare ogni angolo della foresta. Ma tu devi aiutarci. I sentieri sono molti e molti sono i guerrieri che li percorrono. Dimmi: come era colui che ha rapito tuo figlio?"
"Io... io...''
La donna fissava attonita ora Pao, ora "Fior di granturco", ora Pretorius, ora gli altri che le si eran fatti d'attorno. Ma non riusciva a parlare.
"Fatti animo" disse Pretorius "siamo pronti ad aiutarti. Ma devi dirci cosa è accaduto."
"Lo avranno ucciso a quest'ora! Lo avranno ucciso."
"Se volevano ucciderlo lo avrebbero fatto subito" l'interruppe Paul. "Senti, Tina, portaci sul luogo dove lo hanno rapito. Forse capiremo qualcosa."
"Sì, sì; hai ragione. È là, sulla collina... Eravamo là con suo padre quando ci son saltati addosso."
"In quanti?"
"Non lo so. M'hanno colpito con qualcosa. Così mio marito. Gridavano da parer demoni. Quando ho ripreso conoscenza essi non c'erano più. Neppure Filippo. Solo mio marito era ancora accanto a me. Morto... Tu lo ritroverai Filippo, no? Tu gli volevi bene, vero?"
"Lo ritroverò."
Il padre di Filippo giaceva sul terreno trafitto da dodici colpi di zagaglia.
"Swazi" mormorò Isa dopo aver osservato le ferite "Swazi."
"Cani d'infedeli!" ruggì Paul.
"È la tua gente, cafro!" sibilò George.
Isa abbassò il capo. Tutt'intorno la gente mormorava. E additavano lui, come se lui fosse il colpevole.
"Molti uomini" disse Pao ad Isa.
"Sì, in molti hanno assalito il mio amico."
C'era, nella sua voce, una nota profonda di dolore.
"In ogni popolo, presso ogni villaggio" disse Pao comprendendo il suo tormento "c'è l'uomo buono e l'uomo cattivo. Così fra i Swazi. Troveremo i cattivi. Vieni."
Rivolgendosi ad Hoomai, ordinò:
"Chiama gli uomini validi del tuo gruppo. Batteremo i sentieri. Hanno offeso mio figlio!"
"Grazie, Pao" disse "Fior di granturco" "contavo sul tuo valido aiuto. Chi viene?" gridò rivolgendosi ai suoi compagni.
Un centinaio di cavalieri si fecero avanti.
"George!" chiamò Pretorius, "accampati in una di queste vallate. Se fra sei giorni non ci vedrai tornare, spingiti ancora avanti fino a trovare un luogo adatto per costruire il nuovo villaggio."
"Tra voi" disse poi rivolgendosi ai cavalieri "chiunque ha famiglia ritorni indietro. Gli altri, avanti!"
"Le tracce son chiare" disse Pao a Pretorius. "Ecco i segni di Isa. È passato di qui all'alba."
Pretorius era pieno di ammirazione verso quei piccoli uomini che leggevano sui tronchi, nei cespugli, sul muschio, come su d'un libro. Da due giorni inseguivano i rapitori di Filippo; e mai erano dovuti ritornare sui loro passi. I busheman non sbagliavano pista. Isa e Paul erano avanti. Volevano avvicinarsi da soli al gruppo dei rapitori per liberare il loro amico, se fosse stato loro possibile, prima che i Swazi si accorgessero della presenza dei loro compagni.
"Eccoli" sussurrò Isa.
"Dove?" domandò Paul.
"Là, nella radura." "Vedi Filippo?"
"No,"
S'avvicinarono cautamente.
Una quarantina di guerrieri sedevano, silenziosi, in cerchio.
"Siamo vicini al villaggio," mormorò Isa; "perché si sono fermati? "
"Li riconosci?"
"Sì. Son quasi tutti miei compagni di giochi. Ma non capisco perché si son fermati."
"C'è anche Mései?"
"Non lo vedo."
"Avrei giurato che il colpo era suo."
"È suo. Nessun altro aveva interesse di prendere Filippo."
"Sapeva che era tuo amico?"
Isa non poté rispondere.
Una zagaglia si piantò, vibrando nel tronco ad un palmo dalla sua testa.
Si voltò di scatto.
Un guerriero era ad una decina di passi da lui.
Fulmineamente incoccò una freccia e tirò. L'uomo cadde con un grido.
"Fuggi, 'Fior di granturco'."
"Sei matto? Non ti lascio."
"Fuggi ti dico. È una trappola. Avvisa gli altri. Il villaggio è laggiù. Pao lo sa. Svelto!"
I guerrieri si avvicinavano urlando.
Paul fece appena in tempo a scomparire fra i cespugli vicini, che uno gridò:
"L"orzowei'!"
La freccia gli mozzò il grido a metà.
Gli altri si sparpagliarono; cinque volte Isa tirò e per cinque volte un uomo cadde.
Il cerchio però si andava restringendo.
Isa tirò ancora; con un urlo gli altri gli balzarono addosso.
Si difese con i denti, i pugni, i calci; ma alla fine si trovò legato, pesto e sanguinante.
"L"orzowei' è tornato" esclamò uno.
"E la scorta d'onore lo accompagna" beffeggiò un secondo.
Fu spinto avanti.
Così, in mezzo ai guerrieri urlanti di gioia e fra le grida di scherno e gli insulti, rientrò al villaggio.
Fu trascinato fin presso l'albero sacro.
Vicino al colossale baobab era stato eretto un palo. La testa di un enorme pitone vi era stata rozzamente scolpita sull'estremità. Al palo vi era Filippo. Isa fu legato spalla a spalla con il suo amico.
"Ciao," disse.
"Oh, Isa! Cosa ci faranno?"
"Niente. Non ti preoccupare. Come ti senti?"
"Con te vicino non ho più paura."
"Bene. Ricordati che sei un guerriero. Ed un guerriero non si lamenta."
"Mia madre?"
"T'aspetta. 'Fior di granturco' e Pao sono qui."
Filippo si sentì sollevato.
Le donne e i ragazzi s'erano avvicinati a loro e li beffeggiavano. I guerrieri s'erano seduti in cerchio.
"Cosa fanno?"
"Attendono."
Ad un tratto tutti tacquero e la folla si mosse aprendo un ampio varco.
Mései avanzava.
Sul suo capo ondeggiavano le penne di struzzo trattenute da un largo cerchio d'oro. Il segno del comando. Egli era il capo.
Si fermò davanti ad Isa.
"Ora non c'è più il corpo di un pitone tra noi" sibilò "e l"orzowei' è ritornato al villaggio. Mi sbaglio o gli era stato detto che se lo avesse fatto sarebbe morto?"
Isa non rispose. Non lo guardò neppure.
"I miei uomini t'hanno preso mentre percorrevi il nostro sentiero. Perché venivi?... È forse diventato muto l"orzowei' che non risponde? O è tanta la sua paura che non riesce a parlare?... Hai combattuto con i guerrieri bianchi contro Dingaan, è vero?... Lo sai che ciò è tradimento?... Ma già, dimenticavo che sei un povero 'orzowei', e perciò non hai né tribù, né
onore. Chi può accusarti di tradimento? Bisognerebbe prima sapere da chi sei nato. Chi sei tu, in fondo?..."
Isa guardava innanzi a sé, al di sopra delle piume di Mései.
"Rispondi: perché sei venuto?"
Un guerriero si alzò e puntò la zagaglia contro il suo petto.
"Rispondi al grande capo" ordinò.
Per tutta risposta Isa sputò ai piedi di Mései.
La punta della zagaglia gli penetrò in un fianco.
Non emise un gemito. Sorrise soltanto, con disprezzo.
Un mormorio di approvazione serpeggiò tra i guerrieri. Mései comprese che non era il caso di continuare. Avrebbe ottenuto l'effetto contrario.
"Fermati" ordinò "non dobbiamo ucciderlo ora. Piuttosto, dobbiamo parlare con il ragazzo bianco. Stuzzicalo con la tua zagaglia e chiedigli perché la sua gente vuole le terre dei Bantù."
L'uomo sogghignò e si volse verso Filippo.
Isa sentì il suo amico reprimere con uno sforzo l'urlo di dolore che gli era venuto spontaneo alle labbra.
"Basta, Mései! " gridò. "Lascia libero il ragazzo bianco ed io parlerò."
"Cosa vuoi dire?"
"Lascia libero il ragazzo."
"Egli è mio prigioniero, come te. Troppo tempo ho dovuto reprimere il desiderio di vendetta. Troppo tempo per accontentarmi ora di poca cosa. Ucciderti sarebbe niente. Ti devo vedere prima spasimare. E ho un solo mezzo: il tuo amico. Mi guardi, eh? Capisci dove voglio arrivare, vero? Sì, è così. Mi servirò di lui per spezzarti il cuore, prima che la zagaglia te lo fermi per sempre. Mio padre fu ucciso per colpa tua dal gran capo. Per colpa tua io ritardai la mia prova. Lo spirito di mio padre chiede vendetta. Se tu avessi avuto una famiglia l'avrei distrutta. Ma tu sei un 'orzowei'! Come farti soffrire? Hai trovato un amico. Uno zoppo... Non sai con quanta gioia t'ho visto insegnargli a tirar d'arco.
Ebbene: prima lui, poi te. Dopo che il tuo cuore sanguinerà per il dolore."
"Una volta salvai la tua vita. Libera il ragazzo in ricordo di quel giorno."
"No. La vendetta non sarebbe completa e lo spirito di mio padre vagherebbe inconsolato per sempre."
"Dov'è il tuo onore, Mései? Dov'è la legge?"
"La legge sono io, ed il nome di Mései è puro! Siete miei prigionieri, e tu sai che i prigionieri mi appartengono."
"È il Consiglio che decide."
"Il Consiglio ha già deciso!"
Isa osservò gli uomini che gli erano attorno. Li guardò negli occhi uno ad uno. Non voleva parlare. Sapeva che sarebbe stato considerato un vigliacco se avesse implorato misericordia. Ma doveva salvare il suo amico.
"Ho vissuto con voi; vi conosco tutti" disse lentamente." E voi tutti conoscete me, l"orzowei'. Sapete che la mia mano non trema ed il mio cuore non conosce paura. Sapete anche che ero fiero di dirmi Swazi. E lo sarei tuttora, se tra le 'antilopi della foresta' non vi fossero gli sciacalli venduti al Gran Re. Ma a voi, guerrleri, io chiedo: È giusto uccidere un ragazzo? è giusto uccidere chi non ci ha fatto nulla? E, soprattutto, è giusto uccidere? Un ragazzo zoppo è come una donna. Sareste voi capaci di uccidere una donna? Io sono qui; so che molti di voi son felici di vedermi legato al palo. Ebbene, io son pronto. Ma liberate lo zoppo."
Attese. Ma nessuno rispose al suo appello.
"E se io dessi per la sua vita la certezza di salvare la vostra, accettereste il patto?"
"Perché?" chiese un anziano alzandosi. "Chi ci minaccia?"
"Liberate il ragazzo ed io parlerò."
"La tua lingua dice cose che non sono. È un inganno."
"Lo vedrete fra poco, se lo è!"
"Sappiamo che ci sono i tuoi amici qui intorno," disse Mései, "ma facciamo buona guardia. Essi non ci spaventano."
Isa non parlò più.
Aveva fatto quanto gli era stato possibile per salvare il suo amico; ora toccava a "Fior di granturco".
Il guaio era che Mései sapeva; e se conosceva esattamente le forze dei suoi compagni, non c'era nulla da sperare.
Le donne si alzarono. Vennero attorno al palo ed iniziarono la danza del fiore stroncato.
Quando esse si sarebbero stancate, avrebbero preso il loro posto i guerrieri, ed allora sarebbe stata la fine.
"Filippo" mormorò Isa "credi che nelle foreste del Gran Padre si possano usare le stampelle?"
"Perché me lo chiedi?"
"Così."
"Non occorreranno le stampelle, credo."
"Perché?"
"Perché in Paradiso va l'anima, e quella non è zoppa."
"Ne sei certo?"
"Padre Agostino diceva cosi."
"Padre Agostino?!"
"Sì, il sacerdote."
"Son contento, allora. Cacceremo insieme."
Le donne si allontanarono.
Gruppi di armati con lance, scudi e zagaglie, seguivano un capo che, camminando a ritroso, fischiettava un'aria bellicosa su di uno zufolo e percuoteva due piccoli tamburi appesi alla sua cintura. Girarono intorno al palo lentamente. Man mano il canto si trasformò in grida, le armi vennero agitate e i guerrieri spiccarono salti prodigiosi mentre simulavano l'agguato, l'assalto all'odiato nemico, il corpo a corpo furioso.
La danza della morte stava raggiungendo il parossismo. Fra poco sarebbe finita per i due ragazzi. Ma un urlo l'interruppe.
Il ruggito della belva ferita che si lancia all'assalto soverchiò ogni altro rumore. Si voltarono tutti verso Mései.
L'urlo si ripeté nuovamente e un uomo correndo s'avvicinò al capo.
"I bianchi avanzano verso il villaggio!" ansimò.
"Dove sono?"
"Al 'roccione'."
"Presto" ordinò Mései. "Mungoi guida il tuo gruppo. Devi fermarli. E tu, Carantum, aggira i bianchi dalla parte del grande ceppo."
Rifletté un poco, poi disse:
"Il gruppo di Hangunei si porti alle spalle del villaggio; voi, con me."
"I prigionieri?"
"Penseremo a loro, dopo. Voi," disse rivolgendosi ad una decina di guerrieri, "li guarderete da vicino."
S'allontanò seguito dalla sua schiera. Gli altri gruppi eran già scomparsi, silenziosamente, nella foresta.
"Cosa accade, Isa?" chiese Filippo.
"'Fior di granturco' è arrivato. Ora sentirai il suo fucile."
"Riusciranno?"
"Non so. Mései è un bravo guerriero. E conosce molto bene questi luoghi."
"C'è anche Pao, no?"
"Sì, c'è anche Pao."
"Allora riusciranno."
"Forse."
Passò lungo tempo senza che si udisse il minimo rumore. Pareva che la foresta fosse disabitata.
"Cosa aspettano? Perché Paul non attacca?" chiese Filippo.
"'Fior di granturco' non ha ancora visto i suoi nemici. Ecco perché. E quando li vedrà, sarà troppo tardi."
Si levò un urlo possente, terribile dalla parte del "roccione". I Swazi attaccavano.
All'urlo rispose una scarica di fucileria e un'altra, un'altra ancora.
Ma il grido di guerra delle "antilopi della foresta" risuonava sempre più forte.
Ci furono delle pause, poi il fuoco riprese più fitto, ma lontano.
"Indietreggiano" mormorò Isa.
Le grida si fecero sempre più confuse, lontane. Un nuovo urlo di battaglia, e un secondo gruppo di Swazi attaccò i bianchi. Nello stesso istante s'udì il grido degli uomini di Pretorius che si lanciavano contro l'orda al galoppo.
I bianchi riguadagnavano terreno. La battaglia si avvicinava al villaggio.
Poi qualcosa dovette accadere, perché Isa udì un nuovo urlo dei Swazi e gli spari si spostarono oltre il "roccione". Mései doveva averli circondati. Il fuoco era violento, continuo. Per oltre un'ora la battaglia infuriò con sorti alterne; ora spostandosi verso il villaggio, ora verso il "roccione" indicando con ciò il momentaneo sopravvalere dei bianchi o dei neri.
I guerrieri di guardia ai ragazzi, che avevano dapprima seguito con ansia le grida di battaglia, ora si erano sdraiati tranquillamente in terra e chiacchieravano di granturco e di mais, di giovenche e di bufali.
La risata sghignazzante della iena interruppe i loro placidi discorsi.
Isa si tese tutto nello sforzo di spezzare le liane che lo tenevano avvinto.
Pao attaccava il lato sinistro del villaggio sguarnito di forze.
Isa rispose al richiamo e subito gli fece eco il grido particolare di Pao. Egli aveva udito.
Un guerriero, avvicinatosi a Isa, lo colpì con un pugno.
"Impara a tenere la bocca chiusa, 'orzowei'!"
Poi, con gli altri, si slanciò verso il luogo ove i busheman avanzavano.
Anche il gruppo di Hangunei corse verso loro per fermarli. Ma i busheman sorgevano come per incanto da ogni avvallamento del terreno e si spingevano innanzi.
Un Swazi s'allontanò di corsa nella direzione opposta. Le frecce dei piccoli uomini cercarono di fermarlo, ma egli ben meritava il titolo di "agile gazzella". In breve scomparve in direzione dei compagni che combattevano contro i bianchi.
Poco dopo Mései, con la maggior parte dei suoi uomini, si scagliò urlando contro i busheman.
Ma "Fior di granturco" non avanzava; anzi, il fuoco si era intensificato come se si stesse svolgendo una grande battaglia.
Mései aveva lasciato una ventina di guerrieri col compito di trattenere i bianchi, ingannandoli sul numero degli avversari che erano loro di fronte.
L'inganno stava riuscendo. I bianchi non si muovevano e Pao era costretto, di fronte al numero soverchiante, a retrocedere.
Ma fu "Fior di granturco" a salvare la situazione.
Quando vide che i Swazi, pur numerosi - così lui credeva - non contrattaccavano, saltò a cavallo e, seguito dai compagni, caricò.
L'urlo giunse inatteso a Mései e gli fece comprendere che la situazione andava capovolgendosi. Fra poco sarebbe stato lui il circondato e non avrebbe potuto tener testa ai bianchi e ai busheman contemporaneamente. Così diede l'ordine di ritirarsi. Lasciò un grosso gruppo a tener a bada Pao e ne inviò un altro a fronteggiare i bianchi.
Egli si sarebbe riparato nella foresta e lì avrebbe dato battaglia. Avrebbe portato con sé i prigionieri e al momento opportuno li avrebbe sacrificati allo spirito di suo padre. Mentre passava dinanzi a loro li fece slegare e trascinar dietro di sé.
Stava per inoltrarsi fra le basse, scure macchie, con il nerbo più numeroso dei suoi guerrieri, quando una scarica di fucileria li fermò.
I bianchi avevano sbarrato il passaggio.
"Tenete loro testa!" gridò. "Non debbono passare."
Pretorius aveva avuto l'idea di bloccare con pochi uomini i punti strategici dominanti il villaggio.
"Bisogna aprirsi un varco ad ogni costo!" comandò Mései.
"Abbiamo i prigionieri" disse un vecchio Ring-kop.
"Hai ragione." Mései sorrise sarcasticamente.
"Chiama allora anche gli altri. Tutti all'albero sacro!"
Isa e Filippo furono trascinati fino ai piedi del colossale baobab. Tutto il villaggio vi si raccolse.
La battaglia cessò.
"Chi comanda i bianchi?" gridò allora un Swazi staccandosi dal gruppo.
Paul si fece avanti. Apparve al limite della radura. Dietro di lui una cinquantina di cavalieri eran pronti a caricare.
Dal lato opposto, sbucò Pretorius con il suo gruppo. Pao era già vicino alle capanne del
villaggio.
"Ebbene" disse il guerriero "il mio capo ha deciso: salverà il ragazzo che saltella, purché voi ve ne andiate. "
"Deve liberare anche Isa" rispose "Fior di granturco".
Il guerriero si voltò verso Mései. Questi si fece avanti.
"I guerrieri bianchi son venuti a far guerra al nostro villaggio per liberare il ragazzo senza una gamba. Se loro promettono di andar via senza dar battaglia, noi libereremo il ragazzo."
"Vogliamo anche Isa" ripeté "Fior di granturco".
"Egli" sorrise Mései "è del nostro villaggio. Perché volete condurlo via?"
"Non scherzare, Mései. Libera i ragazzi e noi ce ne andremo."
"Libererò solo il ragazzo zoppo. L"orzowei', no."
"Accetta il patto, 'Fior di granturco"' gridò Isa. "Accetta, libera Filippo."
"Ti ripeto, Mései. Rilascia entrambi i ragazzi, o caricheremo.
"Un solo movimento, uomo bianco, e le zagaglie trafiggeranno i tuoi amici."
"Mései" disse un Ring-kop avvicinandoglisi "liberiamo i prigionieri. Non possiamo resistere ad un nuovo attacco. Hai visto tu stesso che stavamo per essere sopraffatti!"
"Nessuno ha chiesto il tuo parere, vecchio."
"Possiamo salvare il villaggio."
"Io non voglio perdere la mia preda."
"Ma noi non vogliamo che i nostri tucul siano distrutti" esclamò un altro guerriero. "Che importa a noi se l"orzowei' vive o muore?"
"Vi ribellate al vostro capo?" disse Mései minacciosamente.
"Non è ribellione la nostra. Vogliamo soltanto essere ascoltati. È nostro diritto!"
La pesante lancia di Mései penetrò tutta nel petto dell'uomo che aveva parlato per ultimo.
"Questa sarà la fine di tutti coloro che non rispetteranno i miei ordini" gridò rivolto agli altri.
I guerrieri annuirono.
"Allora, cosa hai deciso Mései?" chiese Paul.
"Hai tu cambiato opinione?"
"No."
"Le nostre zagaglie faranno uno scempio dei tuoi amici.
"Guardati intorno, gran capo" disse Pao indicando gli alberi vicini. "Su ogni ramo v'è un guerriero pronto a colpire. Altri guerrieri son pronti ad incendiare le tue capanne. E gli uomini bianchi vi pesteranno sotto gli zoccoli dei loro cavalli. Non un uomo uscirà salvo da questa battaglia. Pensaci."
I Swazi mormorarono.
Conoscevano bene il piccolo popolo. Ed avevano imparato a conoscere anche il piombo dei fucili.
Mései comprese che i suoi uomini non lo avrebbero seguito in una azione disperata.
Allora giocò d'astuzia.
"Bene" disse rivolto a Paul "lascerò i prigionieri a due condizioni: che voi vi allontaniate di mille passi e che l"orzowei' si incontri a duello con me."
"Chi ci darà l'assicurazione che i patti verranno mantenuti?" chiese Pretorius.
"Puoi rimanere tu stesso" rispose Mései "tu e alcuni dei tuoi uomini."
"Perché Isa dovrebbe misurarsi in combattimento con te?" domandò Paul.
"Tra me e l"orzowei' c'è un vecchio fatto di sangue. Se tu stimi il tuo amico tanto da rischiare la vita per liberarlo, perché dubiti che lui non sia capace di battersi?"
"Accetta il patto, 'Fior di granturco"' gridò Isa.
"Ma tu sei ferito!"
"Non importa. Accetta, o i Swazi ci crederanno dei vigliacchi."
"Allora, d'accordo?" chiese Mései.
"D'accordo."
"Ritornate indietro, oltre i grandi alberi."
"Ma son più di mille passi!"
"Oltre i grandi alberi, ho detto."
I cavalieri si allontanarono. Rimasero Pretorius e Paul e dieci uomini; Pao ed Hoomai.
"Sciogliete i prigionieri" ordinò Mései.
Sorrideva soddisfatto. Egli avrebbe avuto la sua vendetta.
Aveva architettato un piano perfetto. I bianchi erano caduti nel tranello. E con loro, anche i suoi guerrieri.
I Swazi fecero un gran cerchio. Filippo rimase, in mezzo a due uomini, vicino al baobab.
Pretorius e i compagni erano sul margine della radura.
Quando i guerrieri, mandati a vedere se le condizioni imposte erano state rispettate, ritornarono, Mései diede una zagaglia ad Isa e gli restituì il coltello.
"Avanti, 'orzowei"' mormorò "è la nostra ora."
"Già" ripeté Isa "è la nostra ora."
Si allontanarono quanto bastava per lanciare la zagaglia, e attaccarono. Le due lance sibilarono vicinissime ai loro corpi; ma non avevano ancora toccato terra che già i due uomini si erano gettati uno contro l'altro.
Lo scontro fu violento. Erano entrambi abili guerrieri.
Saltavano da un lato all'altro rapidamente, schivando i colpi e cercando di inferirne.
Ogni tanto un corpo si rigava di rosso, ma non per questo la lotta perdeva in vivacità e violenza. Anzi!...
Mései si avvicinava sempre più all'albero sacro, mentre Isa lo incalzava con vigore.
Quando fu a pochi passi dall'albero, con una stoccata improvvisa colpì Isa sul volto. Il colpo forte fece barcollare il ragazzo.
Ma il negro non gli si gettò addosso. Indietreggiando senza voltare le spalle all'avversario s'avvicinò a Filippo. Isa capì.
Immediatamente chiaro gli apparve il progetto di Mései. Colpire Filippo, poi lui. I bianchi avrebbero sparato e tutta la tribù si sarebbe lanciata contro di essi. E gli altri erano troppo lontani per giungere in tempo e quando fossero giunti avrebbero trovato i negri, rianimati dalla vittoria, pronti a massacrarli.
Il piano era astuto. Mései non si era potuto imporre alla tribù; ma aveva fatto in modo che la tribù stessa agisse, per necessità di cose, come lui voleva.
Isa scattò in avanti. Con un balzo si avvinghiò a Mései e lo trascinò nella caduta.
La lama avversaria gli penetrò in un fianco. Con un gemito s'abbatté al suolo. Mései fece per colpirlo nuovamente, quando una freccia lo fermò.
Barcollò, annaspò nell'aria, cadde, mentre ancora sghignazzava soddisfatto.
I Swazi balzarono in piedi urlando.
La scarica di fucileria s'incrociò con le loro zagaglie. La battaglia si riaccese subito violenta, e già i neri stavano per avere il sopravvento quando il grido dei cavalieri lanciati ventre a terra li fece sbandare. Cercarono allora rifugio nelle capanne, ma i bianchi li assalirono ovunque.
Lotta dura, selvaggia, disperata.
Pao, raggiunto Isa, si curvò su di lui. La ferita non era molto grave. Il ragazzo ne aveva avute di peggiori.
"Svelto, Hoomai. Le erbe."
Filippo gli era vicino. Guardava Isa e piangeva.
Intanto la battaglia infuriava terribile. "Fior di granturco" guidava gli uomini all'assalto. Credeva Isa morto e la sete di vendetta spegneva in lui ogni pietà.
Isa riaprì gli occhi, mentre Pao lo stava ancora medicando.
"Filippo?" chiese.
"Sono qui." Il ragazzo non riusciva a parlare, tanta era la sua commozione.
"Dammi la mano."
Se la strinsero.
"Grazie, Pao" mormorò Isa rivolgendosi al busheman "per la seconda volta ti debbo la vita."
"Me la rioffrirai, se vuoi" sorrise Pao "ma ora stai tranquillo."
"E 'Fior di granturco'?"
"È là che combatte."
"Ancora?! Ma Mései non è morto?"
"Mései è morto, ma la battaglia continua lo stesso.
"Perché?" chiese Isa alzandosi. "Perché? Hanno liberato Filippo; chi li guidava è morto; perché combattere ancora?"
"Gli uomini bianchi sono assetati di vendetta. Combattono per te; per vendicarti."
"Per me?!"
"Sì, per te. Sei della loro gente, Isa. E non tollerano che uno di loro venga ucciso. Essi ti credono morto."
Isa osservò i combattenti.
I Swazi si difendevano disperatamente dal furore bestiale dei bianchi.
Nessuno veniva risparmiato. Le donne, stretti i loro piccoli fra le braccia, urlavano disperate nelle capanne.
Poi un bianco accese una torcia e il primo tucul prese fuoco.
Ne uscirono delle donne come pazze, ma i cavalieri che sopraggiungevano allora, le travolsero. E con esse, i piccoli.
"Fermali, Pao. Fermali!" urlò Isa.
"Chi può arrestare degli uomini spinti dall'odio? Nessuna forza lo può, Isa."
Ma Isa non l'ascoltava più. Correndo, si portò nel centro della mischia. Fu colpito; cadde; si rialzò. E gridò.
Quando i combattenti lo videro così, sanguinante, dritto verso il cielo, con le braccia alzate, si fermarono.
"Basta!" esclamò l"'orzowei" "basta! Perché continuare ancora?"
Il pianto gli mozzò le parole.
Voleva gridare; dire a tutti ciò che sentiva entro di sé. Ma non riusciva.
"Capitevi!" gridò con un singulto "Capitevi!"
E cadde bocconi in terra. Nessuno si mosse.
Solo Paul si chinò su di lui.
"Abbassate le armi" ordinò Pretorius rivolto ai suoi uomini; "il ragazzo ha ragione. Chi guidava l'orda per soddisfare la sua vendetta, è morto. Risparmiamo gli altri. Essi non hanno colpa."
"È così" disse Pao.
Era apparso improvvisamente. Nessuno lo aveva veduto.
Ora dritto, stagliato nitidamente dal fuoco che bruciava le capanne dietro le sue spalle, pareva staccarsi da terra.
Dava a tutti la stessa impressione che Isa aveva provato quando, per la prima volta, l'aveva veduto pregare. Anche allora le fiamme ed il fumo davano la sensazione che egli fosse sospeso nell'aria, alto, altissimo; dominatore.
"Egli ha ragione" disse lentamente. "È stato chiamato 'orzowei': un trovato. Forse è un Swazi, o un bianco, o uno del piccolo popolo. È tutti e tre, o forse nessuno dei tre. Eppure io ho visto: busheman, negri, bianchi sono stati capaci di amarlo e di sacrificarsi per lui quando lo hanno conosciuto. Ed egli ha amato tutti. Ecco: quando ci conosciamo, anche se la nostra pelle è di un altro colore, ci amiamo. Capitevi; ha detto. Già, comprendiamoci. Il Gran Padre ha parlato attraverso lui. Il ragazzo non ha saputo dir altro.
Ma ha detto tutto. Solo se ci comprenderemo a vicenda, solo se guarderemo al cuore, e non al colore della pelle che quel colore ricopre, solo allora potremo vivere insieme, felici. Se no... se no sarà la fine di tutti."
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