Due giorni dopo questi avvenimenti (Isa aveva accompagnato i due ufficiali inglesi - tali erano i prigionieri degli zulù - da "Fior di granturco"), i Boeri si misero in marcia.

Andries Willem Pretorius cavalcava alla testa della lunga colonna, seguito da una ventina di cavalieri.

Dopo di loro veniva il primo carro tirato dai lenti, forti buoi. E dietro questo, un altro e un altro ancora. Una fila lunghissima. Più di quattrocento carri che traballavano, cigolavano sul sentiero appena tracciato.

Il grande esodo aveva inizio. Mille e cinquecento persone obbedienti agli ordini dell'audace Pretorius, di colui che s'era messo alla testa di quel popolo forte per liberarlo dal giogo inglese.

Ci volle una buona giornata, prima che tutti i carri traghettassero il fiume.

"Fior di granturco" e Pao, con una ventina di uomini, precedevano il gruppo d'una buona giornata; avevano il compito di cercare i passaggi migliori e di segnalare qualsiasi novità.

Isa era con Filippo. Seduto a fianco del suo amico, cantava e scherzava, mentre echeggiavano nell'aria le grida gutturali degli uomini che incitavano i buoi.

E così si andò avanti; alla ricerca di nuove terre, di nuovi pascoli.

Un po' per giorno, lentamente.

E le ruote cigolavano, stridevano, sobbalzavano, lasciando dietro di loro una nuvola grigia che si perdeva nell'aria, come a nascondere i luoghi ove quegli uomini avevano vissuto fino ad allora.

Avanti, sempre avanti.

I buoi cominciarono a dar segni di stanchezza e le soste si fecero sempre più frequenti, più lunghe.

Molti mormorarono.

Solo Pretorius cavalcava imperterrito in testa, scherzando, ridendo; mai stanco di nulla, sempre vigile, sereno.

Era l'anima del gruppo. Bastava la sua presenza per galvanizzare gli uomini.

E si andava avanti. Lentamente, ma avanti. Per giorni, giorni e giorni.

Ora le ruote affondavano nella sabbia, ora fra l'arsa sterpaglia, ora sul muschio molle.

Ora era l'acqua che mancava; ora la carne; ora tutto.

Ma la lunga fila dei carri marciava sempre.

Nulla di nuovo. Solo il paesaggio. Ma anche questo era sempre uguale per i loro occhi stanchi. Avanti, avanti!

E giunse l'estate che dardeggiava tutto bruciando. Pareva che il sole battesse con grandi mazze sulla testa di ognuno. Le donne soltanto sembravano non accorgersene. Discorrevano di pizze, di dolci.

Natale si avvicinava. Un Natale in piena estate, con il sole che squagliava il cervello della gente.

Ma ormai erano abituati. Natale con la neve era solo un lontano, evanescente ricordo dei più vecchi.

"Mancano venticinque giorni..."

"Mancano ventidue giorni..."

"Mancano diciannove giorni..."

La loro ansia era trasmessa centuplicata nei ragazzi. Filippo non discorreva d'altro. Ed Isa non capiva.

Non capiva, soprattutto, perché non riusciva a spiegarsi come mai, gente che amava tanto quel Dio che dicevano nato per morire d'amore, per far comprendere che siamo tutti fratelli, come mai, dunque, questa gente che l'amava tanto non faceva quello che LUI aveva fatto: amare gli altri.

E non lo facevano; ne era ben sicuro.

Lui, per esempio, chi lo amava?

Tolto Filippo e "Fior di granturco", chi lo amava? Lo sopportavano, perché era amico di alcuni di loro. Lo sopportavano come sopportavano Pao, perché era utile a loro. Ma lo leggeva nei loro occhi e lo comprendeva dai loro gesti che non erano desiderati.

"Mancano diciotto giorni..."

Per festeggiare cosa? Il non-amore?

I ragazzi sognavano ad occhi aperti. I giorni parevano loro lenti, lentissimi; raddoppiati quasi.

 

Poi le zagaglie parlarono. Improvvisamente. Nessuno s'era accorto di nulla.

I carri si stavano raccogliendo in cerchio quando un uomo gridò. Cadde bocconi, mentre il cavallo fuggiva via impaurito.

Poi altri uomini e donne e ragazzi caddero.

Allora i fucili risposero.

Ma era un inferno; non si comprendeva nulla. Tutti gridavano, urlavano, piangevano, correvano qua e là senza scopo, con le braccia alzate, stravolti in viso. E nessuno sapeva chi fuggivano o verso chi sparavano.

La voce possente, metallica, di Pretorius si levò fra tutte quelle grida.

Le donne, strette ai loro piccoli, si rannicchiarono nei carri centrali; gli uomini si disposero attorno a quelli che formavano il cerchio esterno.

Un altro grido di Pretorius e vi fu silenzio. Un silenzio pregno di ansia, di paura.

S'udì solo l'abbaiar dello sciacallo interrotto dalla risata sghignazzante della iena. E il grido, a molti, fece accapponar la pelle.

Per tutta la notte lo sciacallo abbaiò. Solo all'alba tacque.

Ma un altro abbaiare rispose al richiamo.

"È Pao" disse Isa rivolgendosi a Pretorius.

Era stanco. Tutta la notte aveva urlato il richiamo del piccolo popolo.

"Grazie" disse Pretorius. "Sei un ragazzo in gamba".

Isa non rispose.

"Fra quanto sarà qui il capo dei busheman?"

"È qui."

Infatti poco dopo Pao e "Fior di granturco" s'avvicinarono a loro.

"Cos'è accaduto?" chiese Paul.

"Siamo stati assaliti ieri sera."

"Da chi?"

"Non lo sappiamo. È accaduto tutto così improvvisamente... Voi non avete notato nulla?"

"Nulla."

"Se non sappiamo chi abbiamo contro e in che numero, non potremo muoverci. E questo non è un luogo adatto alla difesa."

"Ora saprai ciò che desideri" disse Pao.

"No" protestò Paul "lascia andare me. È la mia gente che è in pericolo."

"Le frecce sono più silenziose del tuo lungo tubo e i passi del piccolo uomo più leggeri delle tue scarpe ferrate. Vieni, Isa" disse Pao.

 

Ritornarono dopo un paio d'ore.

"Gli uccelli gridano e saltellano sui rami, mentre le scimmie urlano."

"Nessuno?!" esclamò Paul meravigliato.

"Nessuno. Solo le loro tracce."

"Quanti erano?" domandò Pretorius.

"Pochi. Non più di venti" rispose Isa.

"Perché hanno attaccato, allora?"

"Certamente per intimorirci" mormorò Pretorius pensosamente. "Dobbiamo andar via, subito."

La lunga colonna riprese la marcia.

"Swazi," diceva Isa a "Fior di granturco": "Swazi erano. Le loro zagaglie lo hanno detto."

Loro due chiudevano la marcia del gruppo.

Pao era andato via.

"Ritorneranno in molti" aveva detto "e fra loro ci saranno le 'Pantere rosse'. Il mio popolo deve saperlo."

In testa, all'avanguardia, camminava Hoomai. Pao non l'aveva voluto con sé.

"Dovrai tenere gli occhi ben aperti. I guerrieri del Gran Re saranno qui fra poco. Isa è alle tue spalle. Lancia il richiamo, se è necessario."

Hoomai aveva obbedito a malincuore. Non voleva che il suo capo percorresse i sentieri da solo.

Camminarono tutto il giorno senza concedersi sosta. Pretorius voleva mettere molta strada fra il suo gruppo e gli avversari.

Quando il sole cominciò a nascondersi fra gli alberi si fermarono. Stavano disponendo in cerchio i carri quando l'abbaiare dello sciacallo si ripercosse sinistro nella stretta radura.

Tre volte il grido si ripeté, sempre preceduto dal sibilo del serpente.

Pretorius s'avvicinò al gruppetto ove era Isa ed Hoomai.

"È Simmù" disse Hoomai dopo aver ascoltato attentamente il richiamo. "Uno degli uomini che battono la pista."

"Segue i guerrieri del Gran Re" precisò Isa a Pretorius.

Hoomai s'allontanò silenziosamente.

"Cosa accade?" gli chiese Paul quando ritornò.

"Molti sono i guerrieri del Gran Re."

"Quanti?"

"Numerosi come le cavallette su di un campo di granturco. Le loro zagaglie, lanciate tutt'insieme, oscurerebbero il sole."

"Quanti?" ripeté Paul.

"Simmù ha visto più di venti segni differenti sui grandi scudi. E i suoi compagni altrettanti."

"Cosa sono i segni?" domandò Pretorius.

"I distintivi dei vari battaglioni zulù" spiegò Paul. "Dalle loro notizie credo di capire che abbiamo contro una quarantina di battaglioni, circa."

"Dove sono?"

"Ad un giorno da noi" rispose Hoomai "e vengono verso noi."

"Come fai a saperlo?"

"So" fu la risposta del busheman.

"Possiamo credergli?" chiese Pretorius.

"Sì," rispose Paul "le loro notizie son risultate sempre esatte."

"Abbiamo un giorno di distacco" disse Pretorius pensieroso. Una profonda ruga gli solcava la fronte.

"I guerrieri del Gran Re marciano anche di notte" disse Isa.

"Il pericolo è grave."

"Dammi un pugno di uomini, o Pretorius," esclamò Paul; "cercherò di trattenere i diavoli neri."

"Sarebbe un sacrificio inutile. Dobbiamo rimanere tutti uniti. Avvisate il capo che fra un'ora si parte."

Sotto l'incubo d'un attacco improvviso la marcia riprese.

Le donne, nei carri, pregavano sommessamente. Gli uomini non gridavano.

Solo i pungoli incidevano a sangue i buoi per affrettarli. Tutti i nervi erano tesi, pronti a carpire il minimo rumore.

Tre giorni e tre notti avanzarono senza mai sostare.

"Dobbiamo raggiungere le colline!" Pretorius le indicava, lontane ancora, velate d'azzurro. "Solo lì potremo difenderci."

Non si ebbe più tempo per cercare l'acqua. E la sete cominciò a torturare gli uomini e le bestie.

Molti buoi non ressero all'immane fatica e crollarono sotto il giogo.

Ma la carovana andava avanti.

Un'unica sosta fu fatta vicino ad un piccolo corso di acqua.

Si gettarono tutti in essa bevendo a lunghe sorsate. Poi, di nuovo, avanti.

Per quattro giorni fuggirono i guerrieri del Gran Re. Al quinto il ritmo già veloce della marcia fu ancor più accelerato. Una cinquantina fra uomini e donne caddero esausti lungo il sentiero.

Qualcuno non si rialzò più. Ed il suo corpo, subito preso d'assalto dagli avvoltoi, rimase ad indicare la via seguita dal gruppo.

Non potevano fermarsi per seppellirli.

Qualcuno era stato adagiato, dai parenti che non avevano neppure la forza di piangere, su un carro.

Ma Pretorius aveva dato ordine di toglierlo.

Il pericolo di una epidemia li minacciava.

All'alba del settimo giorno di fuga le zagaglie parlarono nuovamente. Ed erano molto più numerose della prima volta.

"Vai, Pretorius!" gridò Paul; "porta il gruppo alle colline. Vi raggiungeremo fra poco."

Un centinaio d'uomini s'unirono a lui. Hoomai ed Isa gli erano a fianco.

Così, mentre il grosso della carovana s'allontanava, gli uomini si appostarono fra le rocce, i tronchi, i cespugli dello scosceso pendio.

Gli zulù erano vicini.

Scivolavano silenziosamente sul terreno, mentre cercavano di portarsi su posizioni favorevoli all'attacco.

"'Cervi bianchi"' disse Hoomai.

"E 'Pantere rosse"' soggiunse Isa indicando un guerriero che stava correndo verso un cespuglio.

La freccia di Hoomai troncò la sua corsa.

Un urlo, e più di venti guerrieri balzarono in avanti. I fucili parlarono; non un colpo andò a vuoto, e più nessuno si mosse.

Per oltre mezz'ora s'udirono solo, lontane, le grida degli uccelli.

D'un tratto, così, all'improvviso, Paul e i compagni videro gli zulù sbucar loro davanti.

La battaglia divampò violenta, ma non durò più di venti minuti. I negri si ritirarono.

Molti di loro erano rimasti sul terreno. Ma anche i bianchi avevano pagato il loro tributo.

"Avanti" ordinò Hoomai "dobbiamo respingerli indietro, molto indietro se vogliamo dar modo ai nostri amici d'allontanarsi indisturbati."

Per tutto il giorno li inseguirono e diverse volte dovettero retrocedere sotto i loro assalti violenti. Solo quando videro che il loro numero andava accrescendosi sempre più tornarono indietro. Raggiunsero i carri il giorno seguente.

Pretorius, vedendoli, capì quanto era costato trattenere i guerrieri del Gran Re.

Aveva di fronte solo venti uomini, compresi Isa ed Hoomai. Più di ottanta avevano pagato con la loro vita un giorno di marcia del gruppo verso le colline.

 

"Fra nove giorni è Natale!" mormorò Filippo. "Ma credo che non sarà un bel Natale."

"Sarà un bel Natale, anche se c'è la grande caccia" rispose Isa. "Finché saremo insieme, ogni giorno è bello!"

Invece, dovettero separarsi.

I carri erano fermi in una stretta gola. Pretorius aveva fatto discendere tutti e stava parlando con i più anziani.

Poco dopo Filippo dovette seguire le donne e gli altri ragazzi. Un centinaio di uomini li scortavano su per le colline, mentre i carri venivano disposti in quadrato.

Un magro fiumicello canticchiava sommesso fra le rocce.

"Qui" disse Pretorius agli uomini, un cinquecento circa, quando gli si furono raccolti attorno, "qui sosterremo l'urto degli zulù. Se passeranno sarà la fine delle nostre donne e dei nostri figli."

"Non passeranno!" gridarono tutti.

Isa s'avvicinò a Paul.

"'Fior di granturco"' disse, "è giunto il momento."

"Già!" sorrise l'uomo.

Hoomai guardava, immobile, avanti a sé. Sdraiato vicino ad un carro, attendeva.

"Più tardi forse conosceremo il Gran Padre" disse Isa.

"Forse" ripeté Paul.

"Se ci andremo, cacceremo sempre insieme nelle sue foreste. Mi vuoi con te?"

"Se andremo, staremo sempre insieme."

"Son felice; anche se debbo morire."

"Il figlio del cuore di Pao" l'interruppe Hoomai "non ode nulla?"

Isa ascoltò.

"Si" disse poi "molte grida."

"Il mio popolo ha incontrato le 'Pantere rosse'. Odi?"

"Sì."

Chiaro, distinto, s'udiva il grido di battaglia dei busheman.

Poi un urlo terribile, selvaggio, lo sovrastò.

Le orde zulù attaccavano il quadrato dei bianchi.

Pretorius aveva fatto appena in tempo. Sarebbe bastata una mezz'ora di ritardo ed anche le donne si sarebbero trovate in mezzo alla battaglia.

Schiere di zulù avanzavano da tutti i lati, seguendo una tattica precisa.

Non c'era bisogno di mirare, per colpire.

Bastava tirare; tirare sui guerrieri del Gran Re che avanzavano urlando.

"Non ci sono 'Pantere rosse"' disse Hoomai.

"Già" confermò Isa dopo aver scrutato ben bene i guerrieri avanzanti. "Non ne vedo."

"Il piccolo popolo sta dissetando le sue frecce" e Hoomai sorrise.

Le zagaglie sibilavano nell'aria; le schiere nemiche si facevan sempre più numerose. Dingaan lanciava un battaglione dopo l'altro, riservandosi un attacco con tutte le forze riunite per quando i bianchi avessero cominciato ad esaurire le munizioni.

"Il kraal degli 'Gnù"' contava Isa.

"E quello dei 'Bufali"' soggiungeva Hoomai.

Sorrideva soddisfatto, mentre prendeva di mira i più vicini.

"Ora sono i 'Leoni'... e i 'Cobra'... e le 'Gazzelle'..."

"Ecco i 'Pitoni'..."

I guerrieri del Gran Re avanzavano sempre più.

Il terreno era ricoperto dai corpi dei loro compagni caduti. Ma a loro non importava. Dovevano raggiungere i carri.

"Non possiamo durarla a lungo" disse il vecchio George strisciando presso Paul. "Fra poco ci salteranno addosso tutti insieme e non avremo neppure il tempo per ricaricare le armi."

"Già," mugugnò Paul "ma abbiamo coltelli e spade."

"Sì! cinquecento contro diecimila! Puà... mi viene la pelle d'oca a pensarci."

Improvvisamente i negri si fermarono.

"Ci siamo" disse George. "Si preparano per saltarci addosso tutti insieme."

Infatti un urlo echeggiò improvviso e i battaglioni balzarono in avanti all'attacco.

Allora Pretorius diede un ordine che fece rimaner tutti stupiti.

"A cavallo," gridò "a cavallo! I più vecchi rimangano presso i carri e proseguano il fuoco; gli altri con me, via!"

Circa quattrocento cavalieri lo seguirono.

Un varco fu aperto fra i carri e gli audaci si slanciarono fra le orde zulù.

Queste sotto l'improvvisa carica, sbandarono.

I cavalieri parevano centauri invulnerabili.

Gli uomini fra i carri intanto sparavano all'impazzata.

Le canne dei fucili erano roventi. Bruciavano le mani. Gli zulù cadevano a decine.

Poi un grido possente s'elevò alle spalle degli uomini di Dingaan e le frecce dei busheman parlarono. Quanto durò l'immane macello nessuno seppe poi dirlo.

Il magro corso di acqua si era trasformato in un fiume di sangue.

Poi le orde zulù, sgomente e decimate, si ritrassero nella foresta e scomparvero.

Dingaan, il Gran Re, era stato sconfitto da un pugno di uomini audaci e dalle frecce del piccolo popolo.

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