Errava per la foresta da più giorni, in cerca d'una traccia che lo guidasse da Pao, ripetendo insistentemente il grido di richiamo del piccolo popolo, quando i tam-tam parlarono.

"Ciaka è morto!... Ciaka è morto..." dicevano.

Il Gran Re era morto.

Isa urlò la sua gioia e si abbandonò ad una danza selvaggia. Ciaka era morto. Ed Isa gridava come se fossero morti tutti i suoi guerrieri; come se lui li avesse uccisi coi pensieri di vendetta che ruminava entro di sé.

Il sibilo di un serpente lo fermò.

Il sibilo si ripeté.

Non era un serpente, ma un uomo. L'udito sensibilissimo di Isa aveva notato la contraffazione.

S'arrampicò su un grosso ramo e stette in ascolto.

I tamburi rullavano ancora ripetendo il loro funereo messaggio.

Poi echeggiò sinistro l'urlo di una scimmia che aveva scoperto il suo implacabile nemico, il grosso pitone, che se ne stava immobile, tanto che era difficile notarlo, su d'un ramo, a poche braccia da lui.

Mentre osservava il grosso rettile, udì dei passi leggeri.

Un giovane negro avanzava guardingo. Stava seguendo qualche pista, poiché osservava attentamente il terreno e fiutava costantemente l'aria.

Era un guerriero. Il cerchio d'oro che gli cingeva il capo, dai capelli unti ed in parte rasati, lo indicava per tale.

Dall'acconciatura Isa riconobbe in lui un Swazi.

Il guerriero aveva fatti pochi passi in avanti quando il pitone si mosse.

Trattenendosi con la coda al ramo, scivolò silenziosamente ed improvvisamente sul negro avvolgendolo, in un attimo, tra le sue spire.

L'uomo non gridò. Cercò di prendere la clava che gli pendeva da un fianco, ma le braccia furono immobilizzate dalla stretta possente prima ancora che riuscisse nel suo intento.

Tentò di liberarsi rigirandosi su se stesso.

Ma il grosso pitone abbandonò soltanto il ramo al quale ancora si tratteneva. Nel girare l'uomo mostrò il viso ad Isa.

Era Mései, il nipote del vecchio stregone, il compagno che spesso lo aveva colpito a sangue e che sempre lo aveva deriso.

Eppure in quel momento Isa non gioì per ciò che stava accadendo al suo antico rivale.

Non pensò a tutto il male che Mései gli aveva fatto.

Vide in lui soltanto un uomo alle prese con un animale della foresta. E questa volta l'animale aveva il sopravvento.

Incoccò la freccia nell'arco ed attese il momento propizio. La lotta fra la bestia e l'uomo proseguiva silenziosa, terribile. E quando il pitone drizzò il capo triangolare sopra la testa di Mései, preparandosi a dare l'ultima stretta, Isa agì.

Bisognava colpire subito, e mortalmente.

Non poteva chiamare; distratto dalla sua voce, l'uomo in quell'attimo di rilassatezza, avrebbe perduta la vita.

La freccia attraversò un ciuffo di capelli di Mései e penetrò nella grossa testa del serpente che, con un sibilo, pari al fischiar d'una frusta, eresse ancor più il capo per individuare l'assalitore.

Due frecce lo colpirono nuovamente. Con un tremito convulso il pitone allentò la stretta e s'accasciò in terra irrigidendosi.

Mései, raccolta la zagaglia, colpì ripetutamente, selvaggiamente il rettile in ogni parte del corpo. Poi s'addossò ad un tronco ed attese.

Le frecce avevano parlato in suo favore, ma ora potevano ucciderlo.

Esse erano del piccolo popolo; ed il piccolo popolo era suo nemico.

Non tentò di fuggire, ché la lotta l'aveva stremato. Con lo scudo sollevato a difesa del viso, e la zagaglia pronta per essere lanciata, scrutò avanti a sé. Vide un'ombra scivolare dal grosso albero che gli era di fronte e venirgli incontro.

"Puoi posare la zagaglia, Mései."

"Tu, l"orzowei'?!"

"Ti meraviglia ch'io sia ancora vivo? Ringrazia la foresta che mi ha risparmiato, sì che ora ho potuto scioglierti dalla lieve stretta."

Mései abbassò il capo.

"Non è da guerriero" disse "farsi salvare da chi non è neppure un portatore. Ma io ringrazio lo stesso l"orzowei' di avermi salvato."

"L"orzowei' ha un nome" rispose duro Isa.

"Il suo nome è uguale a qualsiasi altro e la gente lo chiama come vuole."

"Io ho un nome. La mia tribù me lo ha dato. "

"La 'mia' tribù vorrai dire."

"Fu anche mia."

"Anche gli sciacalli hanno una casa, qualche volta!" "Basta, Mései; o il mio arco parlerà nuovamente!"

"Vedo che l"orzowei' ha trovato una capanna presso il piccolo popolo. Solo lì può star bene... Certo, egli è un eroe. Almeno per altezza, sovrasta tutti!..."

"Isa vive fra la sua gente. Nelle grandi case di pietra. E non si insudicia a guardare un Swazi. E se ne ha salvato uno è stato per amor degli sciacalli. La sua carne li avrebbe avvelenati."

"Non sapevo che i bianchi andassero in giro vestiti come i Swazi e cacciassero con l'arco dei piccoli uomini. O anche i bianchi hanno scacciato l"orzowei', perché egli non è del loro stesso sangue?"

"Se le tue zagaglie riuscissero a colpire come le tue parole, saresti un grande guerriero. Ma la tua forza è tutta nella lingua, ed allora... Piano, Mései; la mia freccia è più veloce... ed hai visto che non sbaglio il colpo. Riponi la tua zagaglia."

Mései, che aveva fatto l'atto di scagliarla alle parole offensive di Isa, abbassò il braccio dicendo:

"Solo perché c'è il corpo d'un pitone tra me e te, non colpisco. Ma non tentare oltre la collera d'un grande guerriero."

"Son diventate femmine i guerrieri Swazi, che t'hanno ammesso fra loro?... Vai, Mései, ritorna al villaggio. I sentieri della foresta stancano e nascondono molte insidie. Potrebbe finire male..."

"Ci rincontreremo. Ed allora non ci sarà più un pitone a fermare la mia zagaglia."

Si era allontanato di pochi passi, quando Isa lo richiamo:

"Un momento, Mései. Volevo chiederti di Amûnai. Vive ancora?"

"Perché non lo vieni a trovare?"

Nel sorriso con cui Mései accompagnò queste parole, Isa vi lesse il sottile piacere che egli avrebbe recato al villaggio ritornando, e la fine che lo aspettava, se avesse avuto il coraggio di rimettervi i piedi.

"È ciò che stavo pensando. Da molto tempo volevo rivedere il vecchio Ring-kop" disse ugualmente.

"T'aspettiamo."

"Verrò."

 

Ecco il colossale baobab, l'albero sacro del villaggio, ai piedi del quale lo stregone pregava gli spiriti benevoli.

Isa stette lungo tempo a rimirare il villaggio addormentato. Ogni cosa d'intorno gli ricordava qualche particolare della sua vita.

Quando la luna sembrò toccare la punta del baobab scivolò silenziosamente attraverso il campo.

Con un balzo superò la barriera di spine e si diresse, ombra nell'ombra, verso la capanna del vecchio Ring-kop che l'aveva allevato.

"Son io" bisbigliò entrando.

"Chi io?"

Il vecchio Amûnai si sollevò dal giaciglio.

"Isa. Mohamed Isa."

"Tu?! Vieni, vieni, subito."

"Sono già dentro."

"Fatti vedere, ragazzo mio. Oh, non ti avrei mai più riconosciuto se t'avessi incontrato lungo i sentieri. Son ben saldi i tuoi muscoli... Vedo nuove cicatrici sul tuo corpo. Sei un guerriero, ora; esse parlano per te. No... non mi interrompere. Voglio vederti bene. Molte stagioni sono passate da che mangiammo insieme l'ultima volta... Parla ora. Sei sempre con gli uomini del piccolo popolo?"

"No. Da molte lune non vivo più con gli uomini dei cespugli. Sto nelle capanne di pietra, con la mia gente."

"I bianchi ti mandano ancora vestito come un Swazi?"

"No, Amûnai. Ero stanco e volevo ripercorrere i sentieri della foresta."

"Non sono questi i tempi."

"Perché?"

"I guerrieri del Gran Re si sono mossi. Ed un bianco farebbe sempre gola. Anche se il bianco sembra un Swazi."

"Ti ringrazio, Amûnai. Il tuo consiglio è saggio, ma un bianco non trema."

"Una volta eri orgoglioso di dirti Swazi!"

"Mi sento ancora Swazi, Amûnai. Amo sempre la mia tribù."

"Vedo che non hai dimenticato la gente che ti allevò."

"No; ma neppure coloro che mi hanno scacciato son riusciti a dimenticare."

"Lo so. È per questo che il giovane Isa non può rimanere con il vecchio Amûnai."

"Già lo sapevo. Mései me lo ha detto."

"Quando lo hai veduto?"

"Stamane. Quando i tamburi davano la lieta novella."

"Ma tu non sei ferito!"

"No."

"E... Mései?"

"Credo che sia nel villaggio."

"Quando due pantere si incontrano sullo stesso sentiero, una soltanto ritorna alla tana. Come mai?"

"Non era il momento."

Isa non disse che non riusciva mai a colpire un uomo così, freddamente. Aveva ripugnanza a farlo.

Ed in questo, ben lo sapeva, non somigliava al feroci guerrieri della tribù.

"Ciaka è morto" disse per cambiare argomento.

"Che gli spiriti del male non l'abbandonino mai" imprecò il Ring-kop.

"Perché i suoi guerrieri si sono mossi?"

"Un kraal solo si è mosso; per esercizio."

"Hanno distrutto il villaggio di Pao."

Il vecchio ristette alquanto in silenzio, poi chiese:

"Quando?"

"Oggi è la decima volta che il sole si leva ad illuminare i morti. Hai detto: per esercizio?"

"Sì. Un guerriero non conosce le sue forze se non le prova. È il kraal delle 'Pantere rosse'."

"Capisco."

"Sono dirette al fiume."

"Capisco."

"Cosa pensi?"

"Pao non è morto. Era fuori, a caccia. Lo sto cercando. Ma molti miei amici dei piccolo popolo sono morti. Le 'Pantere rosse' conosceranno la mia zagaglia."

"Sono molte, Isa. Un intero kraal è troppo anche per un villaggio come il nostro."

"Lo so."

"L'hanno colpito gli uomini dei cespugli. Cosa ti importa? Essi non sono dei tuo stesso sangue. Sono inferiori a noi."

"Se avessero colpito il mio Amûnai, non dovrei vendicarlo?"

"È un'altra cosa!"

"La stessa. Anche lui non è del mio stesso sangue e la sua gente è inferiore a noi. Così dicono i bianchi."

"Non potrai far nulla."

"Lo so. Ma dopo non cercheranno più la gente del piccolo popolo per esercizio! Ne avranno timore."

"Stai in guardia, ragazzo. Essi meritano il nome che si son dati. Erano l'orgoglio di Ciaka."

"Pantere contro Pantere. La lotta sarà bella. Dimmi, Amûnai, attaccheranno anche il villaggio bianco?"

"Ciaka non voleva. Le lunghe canne parlano forte. E poi i bianchi sono lontani dai fiume."

"Con pochi salti un leopardo dalle sponde può raggiungerli" disse Isa in boero.

"Cosa dici?"

"Dico che uno gnù può arrivare dal fiume alle capanne di pietra in così breve tempo che un abile cacciatore non riuscirebbe ad incoccare la freccia nell'arco.

"Perché i bianchi vengono sempre avanti?"

"Non lo so. C'erano già quando andai. Le 'Pantere rosse' non li toccheranno, vero?"

"No. Ciaka l'aveva detto."

"Come sono i loro segni?"

"Il grande scudo è dipinto come la pelle della grande pantera. Solo che le macchie sono rosse."

"Poi?"

"Tredici strisce nere son segnate in un angolo."

"Il tredicesimo kraal, vero?"

"Sì. Nel centro è dipinta la pantera che si slancia. È lo stesso simbolo che hanno gli altri tre kraal con i quali sono uniti: 'nere', 'silenziose', 'astute'. Con le 'rosse' formano il miglior corpo dei guerrieri del Gran Re."

"Mi fermo con te, questa notte. Vuoi?"

"Hai mai visto un padre scacciare suo figlio?"

"Grazie, Amûnai."

Nella piccola capanna il silenzio era sceso da poco quando il rullio dei tam-tam si diffuse nuovamente nell'aria. Isa balzò a sedere.

"C'era da aspettarselo" commentò Amûnai dopo aver ascoltato attentamente. "Ma non così presto."

"Perché?"

"Non si nomina un nuovo capo prima della 'grande danza'."

"Potrebbero averla già fatta."

"Per tre notti i guerrieri danzano per accompagnare lo spirito del re. Ma non è trascorso neppure un giorno dacché Ciaka è morto."

I tam-tam trasmettevano ancora.

"Il grande Dingaan e suo fratello Umhlangana" dicevano ora "hanno liberato il forte popolo degli zulù..."

"Lo dicevo io" disse Amûnai. "Non era chiaro. Prima la gran voce parla del re morto con..."

"Taci. Non hanno finito."

"... Dingaan è il nuovo re degli zulù. Suo fratello, il suo aiutante. Che tutti i popoli della foresta lo sappiano. Dingaan è il nuovo re... Dingaan è il nuovo re.

"Ora lo ripeteranno finché anche le scimmie lo avranno imparato" mormorò Amûnai.

"Già" disse Isa.

"Per noi non cambia nulla. Sarà sempre il Grande Re."

"Già" ripeté Isa "il Grande Re."

Tacquero.

E mentre i tam-tam ripetevano alla foresta tutta il nome del nuovo re, e gli sciacalli abbaiavano fuori del villaggio, il sonno s'impadronì d'entrambi.

 

"È l'alba, Isa, e gli altri son fuori ad attenderti. Mései è con loro. Ho udito la sua voce."

Isa balzò dal giaciglio.

"Quanti sono?"

"Non li ho veduti. Ho inteso i loro passi. Poi qualcuno ha spiato nella capanna."

"Mi hanno preso in trappola."

"Già."

Isa passeggiò nervosamente su e giù per la capanna.

Sapeva di non poter contare su nessun aiuto e che nessuno avrebbe interceduto per un atto di clemenza in suo favore. Si trovava a lottare da solo contro tutti, in una posizione sfavorevole per giunta.

Non lo spaventava il pensiero della morte. Ciò che gli dispiaceva era il fatto di esser caduto in trappola come un cucciolo e di finire al palo, tra le burla e gli sghignazzamenti del villaggio.

Come lo avessero scoperto era, per lui, un mistero; non tentò neppure di spiegarselo. Era accaduto; ora bisognava affrontare la situazione.

"Cosa intendi fare?" chiese Amûnai.

"Lotterò. Se mi vogliono dovranno pagare il loro prezzo."

Il ragazzo incoccò la freccia nell'arco ed uscì.

Un urlo accolse la sua comparsa.

Più di trenta guerrieri erano stretti in semicerchio a una quindicina di passi dalla capanna.

"L"orzowei' vuol combattere?" gridò uno. "Sarebbe una cosa strana!"

"Ne sei capace?"

"Chi ti ha insegnato a tirar d'arco?"

Isa ascoltò impassibile tutte le ingiurie che gli vennero lanciate. Intanto cercava di scoprire quale era il punto debole dell'accerchiamento.

Poi venne Mései. I guerrieri tacquero.

"Non puoi fuggire, 'orzowei'," disse. "I miei amici sorvegliano ogni tua mossa e la strada per te è sbarrata. Ti conviene gettar l'arco; sarò clemente. Ma se provi solo a far partire una freccia, il tuo corpo servirà da sostegno a trenta zagaglie."

"Trema forse la mia mano?'' rispose Isa.

"Chi ha dato coraggio all"orzowei'?" gridò un guerriero. "Forse sua madre ha amato per una notte il leone e questo gli ha infuso la forza della disperazione?"

"No!" rispose un altro sghignazzando "è il coraggio dello sciacallo. Sua madre altro non poteva fare che un am..."

La freccia gli mozzò l'ingiuria in gola.

L'uomo cadde senza un grido.

Immediatamente dieci zagaglie vennero a conficcarsi nel posto ove un attimo prima era Isa.

Questi, con un balzo, era rientrato nel tucul.

Un secondo dopo un guerriero irrompeva nell'interno. Alzò il braccio armato di daga, ma la freccia spense ogni suo ardore.

Ma dietro il primo, altri sopraggiunsero ed Isa si trovò a lottare contro una decina di uomini. Abbandonato l'arco, si difese coraggiosamente con il lungo coltello da caccia

Tre volte le daghe avversarie gli apersero profondi squarci sul petto; ma non mollò.

Tenacemente, balzando qua e là per l'angusto spazio, cercava di aprirsi un varco verso la porta. Ma per ogni uomo che riusciva a far cadere, altri due gli si paravano dinanzi.

Amûnai era immobile in un angolo.

Ma quando vide Isa, stretto addosso ad una parete, reprimere con uno sforzo il gemito che una larga ferita al torace gli aveva procurato, alzò la daga e colpì.

Non per nulla era un Ring-kop, un grande guerriero.

E così, malgrado l'età, in breve tempo riuscì a fare il vuoto nel tucul.

"Fai parlare le tue frecce, presto!" ordinò.

Isa raccolse l'arco e colpì il primo uomo che tentò di entrare. E sul corpo del primo, urlando, si rotolò un secondo, un terzo.

Un nugolo di zagaglie penetrò nella capanna conficcandosi a pochi passi dai due uomini.

Ci fu un attimo di sosta.

Di fuori i guerrieri si erano riuniti attorno a Mései. "Come ti senti, Isa?" domandò Amûnai.

"Un leone non sarebbe più forte di me in questo momento."

"Le tue ferite?"

"Sono graffi."

"Profondi, però."

"Anche tu, Amûnai, non ne sei privo."

"La mia pelle è dura."

"Grazie per il tuo intervento."

"Era mio dovere. Uno contro dieci non è leale. Nessuna belva della giungla lo farebbe. Eccetto gli sciacalli".

"Già."

"Fra poco ritorneranno. Senti come gridano?"

"Troveranno pane per i loro denti."

"Io son pronto."

"Amûnai, se vuoi, puoi andare."

"La mia daga ha un taglio sottile ed il mio braccio non è stanco."

"Grazie... grazie, padre!"

In silenzio attesero il nuovo attacco.

I guerrieri al di fuori urlavano e, su tutti, sovrastava la voce di Mései.

Poi, improvvisamente, tacquero.

"Ci siamo" mormorò Amûnai.

Passarono dei secondi che parvero eterni. Poi il terrificante urlo di guerra echeggiò nell'aria. E subito alcuni uomini comparvero nel vano della porta. La lotta si riaccese furibonda, ma i guerrieri non riuscivano ad entrare.

Improvvisamente qualcosa scricchiolò dietro le spalle di Isa e questi, voltandosi, vide Sem-husci balzare nel varco aperto nella parete.

Gli si gettò sopra e colpì ripetutamente; ma qualcun altro aveva seguito Sem-husci e gli piombò alle spalle.

Sentì una fitta di fuoco; inarcò il corpo e, balzando in piedi, rovesciò l'attaccante.

Intanto Amûnai, pur contrastando validamente il passo agli avversari, perdeva terreno.

Da uno squarcio sul viso gli usciva copioso il sangue.

Mései gli era ora di fronte, mentre gli altri facevano ressa d'attorno.

Isa, liquidato l'avversario, si avvicinò al Ring-kop per dargli man forte.

Ma mentre alzava il coltello per colpire, udì gridare:

"Attento alle spalle, 'orzowei'! "

Si voltò di scatto, giusto in tempo per evitare la grossa asta che un guerriero, dal varco nella parete, gli aveva lanciata. La pesante arma gli sfiorò un braccio graffiandolo, ma penetrò tutta nel fianco di Amûnai.

"Fuggi, Isa, fuggi" gli gridò questi accasciandosi.

Vide, mentre correva verso la siepe di recinzione, un guerriero inseguirlo. Ma qualcosa colpì l'uomo che s'abbatté pesantemente al suolo.

"Fuggi, piccolo 'orzowei'!" udì gridare nuovamente.

Solo ora riconobbe la voce.

Era Amebais, la vecchia ubriacona, la nutrice, che alle prese con il folto gruppo dei guerrieri, gli stava proteggendo la fuga.

Superò la siepe e fuggì per la foresta.

Prima di inoltrarvisi si voltò. Vide Amebais cadere senza un grido, colpita alle spalle dalla zagaglia di Mései.

Allora si rifugiò tra i folti alberi, mentre i guerrieri lo inseguivano urlando.

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