Per tre anni Isa visse con Pao.

Era diventato un ragazzo alto, slanciato. Non un grammo del suo corpo vigoroso era appesantito dal grasso.

Muscoli d'acciaio si tendevano sotto la pelle bruciata dal sole.

Le lunghe cacce e la vita nella foresta gli avevano dato resistenza ed agilità straordinarie.

Sapeva strisciare sul terreno più infido senza fare il più leggero rumore.

Sapeva correre dietro una giraffa ferita per più di quaranta miglia, senza stancarsi.

Il suo spirito d'osservazione s'era sviluppato al massimo grado.

Pao era fiero di lui, ed i busheman lo vedevano crescere con orgoglio.

Aveva quindici anni quando incontrò per la prima volta un uomo bianco.

S'era recato con Pao - spesso si allontanavano dal villaggio per lunghi periodi - molto a Sud, seguendo il gran fiume, quando vide una barca.

"Cos'è?" chiese osservando attentamente.

"Un pesce di legno" rispose il vecchio. "Ne ho visti di molto più grandi dove il fiume si getta nella grande acqua. E quello è fatto dalla tua gente."

"Bianchi?"

"Bianchi."

Isa la scrutò meglio. L'imbarcazione non rassomigliava affatto alle piroghe dei Swazi.

Un uomo era seduto a poppa; un cappello dalle larghe falde nascondeva il suo volto.

"Pao..." disse indeciso, non sapendo neppure lui cosa volesse chiedere.

"Capisco," sorrise il busheman. "Vai. Ci ritroveremo alla prossima luna al villaggio."

"Ma io..."

"Lo so. Non vuoi lasciarmi. Ma quella è la tua gente non la mia. E la tua curiosità sarà tanta che non basterà un giorno o due per appagarla. Ci rivedremo alla prossima luna, vai."

"Grazie, Pao."

"Vai in pace, figlio. Ho fiducia in te."

"Ritornerò anche prima. Addio!"

Scivolò silenziosamente nel fiume, come Pao gli aveva insegnato, e seguì l'imbarcazione.

 

Solo verso sera la barca si fermò.

L'uomo ne discese. Portava sulle spalle un grosso zaino, mentre fra le mani stringeva un fucile.

"La canna tonante!" mormorò Isa.

Pao gliela aveva ben descritta. Non un particolare gli era sfuggito. Da quel tubo che dava la morte doveva ben guardarsi.

Dalla sponda del fiume un ampio sentiero penetrava nella foresta; poi questa si diradava pian piano fino a lasciar il posto ad un vastissimo campo che si perdeva all'orizzonte.

A due, tre miglia di distanza, sorgevano degli edifici dall'aspetto nuovo e grandioso per Isa. Erano le case dei pionieri olandesi, accovacciate sotto grandi tetti aguzzi.

Alberi a lui sconosciuti le circondavano e davano ad esse ombra. Alberi strani: querce.

Qua e là vivevano ancora stentati gruppi di acacie. Ampi sentieri separavano una casa dall'altra.

Strisciando fra i campi, Isa osservò meravigliato ogni cosa.

Più tardi uno strano rumore gli fece volgere il capo al lato opposto delle case.

Tre paia di buoi trascinavano un grosso carro traballante, cigolante sui sentieri appena abbozzati.

Un uomo, dall'alto del suo cavallo, carabina in spalla, incitava i lenti animali.

Le sue grida, ora stridule, ora gutturali, giungevano chiare sino a lui.

Vide il carro fermarsi davanti a una di quelle grandi capanne e una donna grossa farsi incontro al nuovo arrivato. Tre ragazzi usciti dalla casa s'erano già arrampicati sul carro gridando e ridendo. Era strano il vestire di quella gente; e ancor più strane le parole che gli giungevano portate dal vento.

Quelli erano i bianchi, il suo popolo.

S'avvicinò al sentiero.

Proprio allora l'uomo che aveva seguito, s'accostò al gruppo e si tolse il cappello.

I suoi capelli erano biondi. Isa non aveva mai visto capelli di quel colore.

Gli ultimi raggi del sole che correva a nascondersi nella foresta, davano dei riflessi di rame a quella strana capigliatura.

"Come un fiore di granturco..." disse Isa, e rimase a guardarla affascinato.

Durante la notte, guardingo come un leopardo, s'avvicinò alle case. Le sfiorò con le dita, leggermente.

Poi un qualcosa lo fece fermare immobile.

Aveva già visto quel giardino.

Sì, doveva averlo visto in qualche luogo. Certo non nel villaggio dei Swazi e nemmeno da Pao. Dove l'aveva veduto?

Forse l'aveva sognato. Gli pareva una cosa lontana, svanita quasi. Eppure...

Ecco. Dietro quegli alberi c'era un pozzo; questo lo ricordava. Un pozzo con un piccolo parapetto di mattoni rossi.

S'avvicinò.

Il pozzo era là, con il piccolo parapetto di mattoni bruciati dal sole.

"Strano," pensò Isa, "strano tutto ciò. Questo è uno scherzo del dio del male. Egli si burla di me!"

Girovagò per il villaggio; ma sempre ritornava in quel giardino.

E sui rami degli alberi che lo abbellivano s'addormentò quando il sole ritornò a dar luce alla terra.

Le grida dei ragazzi lo svegliarono. Non ebbe un attimo di esitazione. Sapeva già dove si trovava e cosa accadeva.

Il suo istinto d'uomo abituato a vivere ogni momento tra i pericoli, lo rendeva sempre pronto.

Non era merito suo. La foresta aveva insegnato.

Scivolò lungo il tronco e rimase ad osservare i ragazzi.

Quando questi s'allontanarono lungo l'ampio sentiero, li seguì. Lo interessavano. Sperava che essi lo guidassero dai guerrieri.

"Sono molto bravi," aveva detto Pao, "ed hanno molte cose che luccicano."

Finora non ne aveva visti. Chissà se i ragazzi andavano verso loro?

Se essi erano come i piccoli Swazi, si sarebbero intrufolati subito tra le capanne dei guerrieri. Loro facevano sempre così.

I "piccoli bianchi" si fermarono invece presso una casa senza tetto. salirono su dei cumuli di pietre e giocarono. Alcuni si nascondevano, altri dovevano trovarli.

Isa sorrise. Anche lui, nel villaggio, aveva fatto quel gioco. Ma i suoi compagni sapevano nascondersi meglio dei ragazzi bianchi.

Stava per allontanarsi, quando un grido lo fece sussultare.

Una fanciulla aveva gridato. E in quel grido Isa aveva inteso vibrare la paura.

Ora anche gli altri ragazzi urlavano; ma, come avvinti dal terrore, non si muovevano.

La fanciulla tremava tutta. Atterrita, fissava qualcosa che era vicina al suoi piedi.

Con pochi salti Isa le fu a fianco.

"Non ti muovere!" comandò.

Un grosso cobra oscillava avanti e indietro la testa piatta dal collo rigonfio.

"Non ti muovere!" ripeté.

Sarebbe bastato infatti il più piccolo movimento perché, con fulmineità propria della sua razza, il rettile colpisse. La fanciulla fissava sgomenta quegli occhi freddi, immobili.

"Vai via piano, senza correre" ordinò Isa.

Solo ora la ragazza lo vide. Sgranò ancor più gli occhi di fronte all'apparizione improvvisa.

Ma la paura del serpente fu più forte di quella che le poteva incutere un selvaggio. Così, urlando, gli si strinse fortemente.

"Lasciami!" gridò il ragazzo.

Con un colpo la fece andare in terra.

Il cobra balzò, ma la freccia troncò il suo slancio a metà. Un attimo dopo una seconda freccia lo inchiodava al suolo.

Allora tutti fuggirono.

Isa rimase solo davanti all'ajé che si dibatteva.

"È la mia vendetta," mormorò, mentre le sue dita accarezzavano i segni che un altro ajé gli aveva inciso sulla gamba.

Udendo un vocio confuso e un rumor di passi che si avvicinavano, s'intrufolò in un cespuglio ed attese.

Un ragazzo indicava, ad una decina di uomini, il luogo della lotta.

Fra questi Isa riconobbe l'uomo della barca, "Fior di granturco". Fu proprio lui ad avvicinarsi al serpente e a dargli, senza esitazione, il colpo di grazia.

"Non ha paura," mormorò Isa. E fu contento. Quell'uomo gli piaceva.

Intanto questi, raccolte le frecce, osservava i segni che i busheman vi incidevano sulle estremità. Poi parlò agli altri.

Per oltre dieci minuti non fecero altro che discutere; poi uno interrogò il ragazzo e questi indicò il punto dal quale Isa era comparso. Un gruppo si diresse verso quel luogo; altri s'allontanarono in varie direzioni.

"Fior di granturco" s'avvicinò al cespuglio ove era Isa; gli passò vicinissimo e s'allontanò verso il fiume.

Isa si era divertito a toccare lo stivaletto di cuoio che rinchiudeva il piede dell'uomo; poi lo seguì.

Avrebbe giocato alla caccia con gli uomini bianchi.

"Fior di granturco" osservava attentamente il terreno. Più volte si era fermato presso i grossi cespugli ed aveva frugato in essi con il fucile.

Mentre era curvo su d'una impronta, Isa lanciò una freccia che andò a conficcarglisi fra le gambe.

Non voleva colpire. Voleva vedere soltanto se "Fior di granturco" aveva paura.

Ma l'uomo reagì immediatamente. Senza neppur sollevarsi sparò alcuni colpi nella direzione di Isa e le pallottole sibilarono sul capo del ragazzo.

Isa era rimasto sbalordito.

L'uomo non aveva sparato con la lunga canna, ma con una canna piccola, racchiusa nella mano.

Oltre a non aver paura, "Fior di granturco" era anche un abile tiratore.

I suoi compagni, allarmati, lo raggiunsero e tutt'insieme si diedero a battere il terreno all'intorno. Ma Isa era già salvo fra i rami d'una grossa acacia.

Così, balzando di ranno in ramo, li seguì nella loro lunga, infruttuosa caccia.

Li seguì fino a sera, quando ritornarono alle loro case e vi si chiusero dentro.

Quella notte non si fermarono a fumare, seduti su strani sgabelli, dinanzi all'uscio d'uno di loro, come avevano fatto la sera precedente.

"Fior di granturco" gironzolò ancora, poi entrò nella casa dal pozzo di mattoni rossi. Un piccolo barlume di luce indicò ad Isa quale fosse la stanza ove era l'uomo. Arrampicarsi per le sbarre di una finestra, attaccarsi al cornicione ed innalzarsi fin sulla finestra superiore, fu per Isa, agile come una scimmia, cosa da nulla.

Bussò leggermente alle imposte.

Poco dopo la finestra s'apriva e Isa, bruscamente afferrato per il collo, fu trascinato nell'interno.

Solo la luna illuminava la stanza.

L'uomo bianco aveva spento il fuoco.

Con uno strattone Isa riuscì a liberarsi, ma non toccò l'arco.

L'uomo aveva nella mano, puntato su di lui, il piccolo fucile.

"Togli la canna tuonante" disse Isa.

Sorpreso, si sentì rispondere nella sua lingua:

"Che vuoi? Perché sei venuto?"

L'uomo bianco sapeva parlare come lui. Isa ne fu contento.

S'accucciò in terra, depose l'arco e le frecce al piedi dell'uomo, poi rispose:

"Volevo conoscerti."

Se "Fior di granturco" era un vile e un pauroso, in questo momento si sarebbe visto. Isa lo scrutò attentamente. Ma quello, richiusa la finestra, gli si sedette di fronte.

Posò la pistola accanto all'arco e chiese:

"Sei tu che hai salvato la fanciulla?"

"Io ho ucciso l'ajé."

"Grazie. Sei un guerriero generoso. Ora dimmi: perché i busheman sono sul nostro sentiero? Cosa vogliono?"

"I piccoli uomini non sono sul vostro sentiero."

"Ma le loro frecce hanno parlato."

"Le mie frecce."

"Allora tu le hai prese al piccoli uomini. Tu sei Swazi, vero?"

"Sì. Sono Swazi."

Scoppiò a ridere.

L'uomo lo guardò meravigliato.

"Sono Swazi e nello stesso tempo 'busheman', come dici tu."

"Non ti capisco. Comunque, chi circonda le nostre case e perché?"

"I Swazi sono nei loro villaggi e i piccoli uomini cacciano molto lontano da qui. Nessuno vi circonda."

"Ma allora, tu?"

"Io t'ho seguito lungo il fiume. Volevo conoscerti."

"Perché?"

"Così."

Isa non disse "perché lo sono del tuo stesso popolo". Non sapeva se dovesse dirlo. "Fior di granturco" gli piaceva, sarebbe stato volentieri con lui; ma gli altri bianchi erano come lui o no?

E poi voleva ritornare da Pao.

"Così!" ripeté "M'hanno detto molte cose sui bianchi, che ho voluto vederli."

"Perché sei venuto da me?"

"Perché tu sei solo e non hai paura."

"Chi te lo dice?"

"Tu stesso. Non hai mai tremato. Né quando t'ho lanciato la freccia, né ora che sono venuto."

"Be', ml fa piacere vedere che lo hai notato. Comunque ho avuto paura, ma non l'ho dimostrato."

Bene, questo ad Isa piaceva. L'uomo non aveva doppia lingua.

"Ora" disse il bianco "fammi accendere la candela... sì il fuoco. Voglio vederti."

"Se accendi il fuoco vado via."

"Perché ?"

"Così. Se accendi, vado.

"La finestra è chiusa."

"Ma il mio arco è vicino."

"Va bene. Come ti chiami?"

"Mohamed Isa."

"Mussulmano?"

"Cosa?!"

"Sei mussulmano?"

"No. Sono Swazi io."

"Il nome dice che tu sei mussulmano."

"Il mio nome dice cose che non sono vere. E tu, come ti chiami?"

"Paul von Hunks."

"Pa... Paul von... von... Il tuo nome è difficile. 'Fior di granturco' sei per me."

L'uomo scoppiò a ridere.

"Va bene," disse poi 'Fior di granturco'. "Ora, Mohamed Isa, dimmi cosa vuoi."

Il ragazzo non rispose alla domanda. Chiese lui:

"È questa la tua casa?"

"No. Era di gente che fu uccisa nella foresta."

"Qual è allora la tua casa?"

"La mia casa è lontana. Ma quando vengo in questo villaggio, abito in questa casa."

"Vieni spesso?

"Qualche volta sì. Altre volte passano molte lune."

"Cosa fai?"

"Ehi, ma dico! Questo è un vero e proprio interrogatorio" disse ridendo.

Il colloquio lo divertiva.

Voleva proprio vedere dove il ragazzo Swazi voleva arrivare.

"Siccome un giorno dovrò vivere con te, voglio sapere chi sei."

"E chi ti dice che io ti voglia?"

"Io. Se io voglio stare con te, starò con te. Cosa fai?"

"Sei un prepotente. Io non faccio nulla. Giro qua e là; vado a caccia, vendo oggetti, e cerco di vivere come meglio posso."

"È una vita che mi piace."

"Anche a me."

"Rimarrò in prova."

"Come!?!"

"Rimarrò."

"Senti, intendiamoci subito. Se vuoi puoi rimanere; ma solo qui, in questo villaggio. Poi, no."

"Perché?"

"Così. Tu non puoi venire dove vado io."

"Perché?" chiese nuovamente Isa.

"Dove vado io non può venire un Swazi."

"Perché?"

L'uomo non rispose subito. Anzi, non voleva rispondere affatto; ma Isa domandò nuovamente e lui disse:

"I bianchi non amano stare con la gente della tua razza."

Isa mormorò:

"Non capisco perché i bianchi non possono stare con i Swazi; comunque, va bene. Io verrò con te. Buona notte."

"Buona notte. Rimani qui?"

"Qui."

"Vuoi dormire sul letto?"

"Letto!?! No, qui starò bene."

Si sdraiò sulla pelle del leopardo e rapidamente, come ogni essere della giungla, s'addormentò.

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