Erano trascorsi tre giorni dalla lotta contro il leopardo.

Isa scivolò nell'acqua e sciolse le foglie che gli ricoprivano le ferite.

Mentre così ristava e si divertiva a lanciare nel centro del fiume piccoli ramoscelli che spezzava da un basso cespuglio vicino, un qualcosa d'improvviso lo arrestò con il braccio alzato. Si guardò d'attorno.

Nulla.

Qualcosa però stava accadendo. Lo sentiva. Gli uccelli avevano smesso di colpo il loro acuto cicaleccio e persino le scimmie si dondolavano silenziose sugli alti rami.

S'udiva solo il ronzio acuto degli insetti ed il gracidar delle rane.

Uscì dall'acqua e si diresse verso il sentiero della sete.

Osservò bene le alte erbe fin dove il sentiero si disperdeva nel groviglio della foresta.

Nulla; assolutamente nulla.

Eppure qualcosa aveva fatto zittire il popolo alato.

Improvvisamente un rauco grido e il volo di un airone attrassero la sua attenzione verso il margine opposto della radura. Chi aveva fatto fuggire l'uccello dal suo nido nascosto fra le canne?

Ecco, la punta dell'alta erba ondeggiava. Non era il vento, che soffiava leggero, a dargli quel movimento. Se così fosse stato, l'erba si sarebbe piegata tutta verso il sole, ché il vento andava in quella direzione.

Forse un animale in cerca di preda

Ma un animale della giungla non intimorisce gli abitanti degli alberi.

Uomo! Soltanto gli uomini avevano quello strano potere. E se erano uomini doveva allontanarsi in tutta fretta.

Ritornò sui suoi passi e si tuffò. Era meglio trovarsi sull'altra sponda.

Era già nel centro del fiume quando si ricordò dell'assegai e dello scudo. Li aveva lasciati ai piedi del gigantesco baobab che in quelle notti gli aveva offerto asilo fra i suoi rami.

Non poteva lasciarli lì. Avrebbero immediatamente indicato chi lui fosse: un ragazzo che faceva la grande prova. E chi li trovava si sarebbe sentito in dovere di ricercare anche il proprietario, per ucciderlo.

Dieci minuti dopo era nuovamente a terra e s'avvicinava saltellando al vecchio rifugio. Improvvisamente si gettò fra l'erba, trattenendo il respiro.

Sem-husci e Soliman erano ai piedi del vecchio tronco.

Mur mostrava loro, compiaciuto, lo scudo.

"L'abbiamo ritrovato, finalmente!"

"Le tracce son fresche."

"Deve essere stato molti giorni qui intorno. Guardate: ci son segni vecchi e impronte ancor fresche."

Sem-husci osservò il tronco.

"Qui dormiva" disse poi.

Quanto l'odiava ora, Isa, quel muso nero rincagnato!

"È ancora qui," disse Mur. "Le sue armi parlano per lui."

"Dai un'occhiata fra i rami" ordinò Sem-husci.

"Potrebbe essere nascosto lassù."

Con l'agilità d'una scimmia, a cui aveva rubato persino i caratteri somatici, Soliman s'afferrò al tronco e salì.

Nel frattempo Mur si era allontanato e Sem-husci attendeva ai piedi dell'albero.

Isa meditò.

Ritornare al villaggio senza le armi sarebbe stato un segno di debolezza. Tutti l'avrebbero notato. Non era degno d'un grande cacciatore lasciare le armi in mano nemica.

E poi, che cosa avrebbe pensato di lui il Gran Capo? Che era fuggito pieno di paura, tremante come il cerbiatto di fronte al pitone, dinanzi agli esploratori che lo ricercavano.

Avrebbe dimostrato, insomma, d'essere veramente uno sciacallo di uomo

Raccolse una pietra; la soppesò nella mano e, quando Sem-husci gli offrì le spalle, la lanciò.

E mentre il negro, con un grido s'abbatteva al suolo, Isa con un balzo riprese le sue armi e fuggì verso il fiume.

Soliman, ignaro di quanto era accaduto, al grido era scivolato rapidamente lungo il tronco e sollevava ora il compagno. Mur correva verso di loro.

Fu proprio Mur a vederlo e a dare l'allarme.

"Il ragazzo al fiume! Il ragazzo al fiume! Sem, Sem..."

Isa si tuffò.

Sentì gli altri gridare, poi la voce di Sem-husci - il colpo doveva averlo soltanto stordito - comandò:

"Tu, Mur, rimani. Ci raggiungerai quando saremo sull'altra sponda."

Isa nuotò disperatamente, stringendo fra i denti l'assegai. Lo scudo gli dondolava sulle spalle.

Non ce la faceva più.

Il dolore alla gamba era talmente forte che non riusciva a poggiare il piede in terra. La testa gli ronzava, mentre dinanzi agli occhi gli danzavano infiniti punti luminosi.

Doveva trovare un luogo ove potersi sdraiare, per poco almeno; dopo aver fatto perdere le sue tracce, però.

Gli inseguitori non erano distanti. Era riuscito a far perdere loro del tempo balzando da un ramo all'altro per un lungo tratto di terreno; ma Sem aveva ritrovato la traccia. Così essi erano nuovamente alle sue calcagna.

"Forza" diceva a se stesso. "Forza, Isa! Se ti prendono, ti uccidono... Forza, non devi fermarti... Se ti fermi tutto è perduto. Forza!... Quanti giorni durerà ancora la tua tinta?... Forza, forza! Su, su; non fermarti!"

Sì, lui voleva fuggire; ma troppo forte era il dolore.

E, per il leopardo che aveva ucciso, non riusciva più a dominarsi.

Tuttavia si trascinò ancora.

Avanti a lui s'estendeva ora una radura paludosa.

Ciuffi d'alte canne erano raggruppati su piccoli isolotti. Terreno buono per far perdere le tracce; tanto più che un centinaio di metri più innanzi la foresta si ripresentava più fitta, più accogliente che mai.

"Fin laggiù" mormorò "fin laggiù e poi mi riposo."

L'ultimo tratto lo percorse saltellando su di un piede. Esausto, si gettò fra le grosse radici d'un albero.

Be', se gli dei avevano deciso che era giunta la sua ora, era meglio morire riposato.

Certo questo scherzetto doveva averglielo giocato quel dio che lo stregone diceva abitante nel sacro albero e che lui aveva sempre beffeggiato.

"Comunque" mormorò "se il dio mi vuole aiutare, non riderò più in sua presenza e gli offrirò un grosso cervo al ritorno."

Era stanco; era piacevole riposarsi; ma il pensiero che la lunga zagaglia di Sem-husci poteva da un momento all'altro passarlo da parte a parte, lo faceva rabbrividire.

Cercava di carpire il minimo rumore. Il più lieve fruscio gli faceva balzare il cuore in gola, mentre stringeva nervosamente l'assegni.

Fu proprio in uno di questi momenti che una voce alla sua destra, disse:

"Attento! La piccola lancia può ferirti."

Isa balzò in piedi.

"Chi è là?" tentò di gridare.

Ma solo un rauco suono gli uscì dalle labbra.

Da un cespuglio uscì un uomo dalla pelle scura, tendente più al giallo che al nero, dal viso asciutto, con gli zigomi fortemente sporgenti e gli occhi tagliati a mandorla.

Nudo, non portava altro che monili di denti di fiere, intrecciati in triplice collana, attorno al collo. Sul dorso, una faretra ricolma; le mani tendevano l'arco ed una freccia era puntata verso il ragazzo.

"Piccolo popolo!" mormorò Isa. "Piccolo popolo!..."

E nella sua voce c'era terrore e disprezzo insieme.

"Sì" disse l'uomo sorridendo. Una nera barbetta a punta gli ornava la base del mento. "Uno del piccolo popolo."

"Non sapevo che questo fosse territorio degli uomini dei cespugli."

"Non è il 'nostro' territorio. Ma i nani della foresta", rispose sorridendo ironicamente il busheman, che tale egli era, "vanno dove vogliono. Essi sono liberi."

"I piccoli uomini" replicò Isa riprendendo coraggio, e ripetendo ciò che aveva udito dire mille e mille volte, "devono star lontano dai Swazi. I Swazi sono della grande razza Bantù. E i Bantù sono i padroni della foresta. Perciò i piccoli uomini si accontentino di vivere nei cespugli e non intralcino il nostro cammino."

La freccia si conficcò nel tronco proprio sopra la sua testa.

"Non parlare oltre, verme nero dipinto di bianco. La foresta è di tutti e noi andiamo dove vogliamo. E se i forti Bantù vogliono vivere a lungo non osino disturbarci!"

Gli occhi dell'uomo, alto da giungere appena alle spalle di Isa, eran freddi, duri.

Il ragazzo ben conosceva, attraverso i racconti dei cacciatori, la forza e l'abilità dei busheman.

Piccoli, ma terribili.

Le loro frecce non perdonavano. Le punte erano bagnate nel mortale veleno di alcune piante.

E se la razza Bantù, alla quale appartenevano i Swazi, gli Zulù, i Pondo, i Tembù, gli Xosas, i Shan gaans, i Mascona, era riuscita a scacciarli dai loro territori, i busheman non si erano fatti aggiogare; erano perciò sempre un pericolo; ed il loro odio, unito alla loro bravura, costituiva pur sempre una minaccia.

Il ragazzo rimase immobile; ma quando vide il busheman avanzare verso lui, lanciò improvvisamente l'assegai.

L'uomo, inchinandosi, schivò il colpo. Prima ancora che Isa facesse in tempo a gettarglisi addosso, una nuova freccia era incoccata nell'arco.

Isa si fermò.

"Il ragazzo dipinto ha coraggio, ma non prudenza. E gli occorre questa, se vuol tornare al villaggio quando la tinta bianca sarà scomparsa."

"Che vuoi?"

"Nulla" rispose il busheman. "T'ho visto lottare con la grande pantera. T'ho visto sfuggire i cacciatori. Sei un mio nemico, un nemico della mia gente. Quando sarai ancora più alto, la tua zagaglia colpirà forse qualcuno dei miei, se sarai tanto svelto da evitare le nostre frecce. Ma Pao, questo è il mio nome, ammira e rispetta il coraggio. E tu sei coraggioso. Ecco: i tuoi fratelli ti cercano per ucciderti. Io t'aiuterò."

Isa non rispose. La paura lo aveva afferrato e non sapeva come reagire.

"I tuoi occhi" proseguì Pao "mi fanno capire che hai timore di me. Ma Pao non ama uccidere. Se volevo, potevo farlo molti giorni fa, quando tu colpisti il capriolo che io stavo cacciando. Potevo farlo la sera della grande pantera. Potevo farlo ieri ed oggi, sul fiume. Ma tu sei un ragazzo e sei ferito. Ti aiuterò."

Rimise la freccia nella faretra e si avvicinò.

"Tieni la tua piccola lancia" disse.

Isa la prese senza parlare.

L'uomo s'allontanò per raccogliere delle erbe.

Il momento era propizio. Se voleva colpirlo alle spalle, ora poteva farlo. Il busheman gli voltava le spalle. Isa soppesò l'assegai sulla mano, ma rimase così, pensieroso.

L'uomo aveva avuto fiducia. Gli aveva ridato l'arma. Perché tradirlo, allora?

Il busheman ritornò e, scoperta la ferita, vi applicò sopra le foglie raccolte.

Una dolce sensazione di frescura pervase il ragazzo.

"Queste dovevi mettere sin dalla prima sera," disse Pao, "e non le felci rognose. Esse non guariscono dagli artigli del leopardo."

Isa abbassò il capo mentre mormorava un grazie.

"Mi piaci," continuò Pao; "vorrei aver avuto un figlio come te. Ma la grande pantera me lo uccise prima ancora che conoscesse la stagione delle grandi piogge. E con lui, la madre... Come ti senti ora?"

"Sembra che la rugiada sia caduta sulla fiamma dello squarcio. Sto bene."

"Andiamo allora."

"Oh, no! Questo non lo posso fare. La gamba non mi regge più!"

"Stringi i denti e cammina. Ti devi allontanare al più presto."

"Non posso."

"Devi!"

"Ma io..."

"Devi. Basta un attimo per essere presi. Muoviti!"

Isa con una smorfia di dolore, provò a fare qualche passo.

"Avanti, ora. Prendi il sentiero."

"Dove andiamo?"

"Verso le capanne di pietra."

"Alla città morta'?"

"Sì. Soltanto lì potrai riposare tranquillamente."

"Ero diretto a quel posto. È molto distante?"

"Quando la luna sarà alta nel cielo vedremo le prime pietre."

"Non ce la farò. È troppo lontano."

"A sera saremo al villaggio."

"Io... "

"Pao t'accompagna. Vai avanti tranquillo."

Camminarono per molto tempo.

Isa avanzava lentamente, mordendosi le labbra a sangue per non gridare dal dolore.

Pao lo seguiva cancellando le impronte lasciate sul terreno. Ogni tanto sostavano.

Allora il busheman metteva nuove, fresche foglie sulla ferita del ragazzo.

Più tardi, abbandonato il sentiero - se sentiero poteva chiamarsi quel tappeto di muschio e foglie che si snodava in mezzo agli arbusti e fra l'intrico delle liane - s'inoltrarono nel cuore della foresta; qui occorrevano mille giri viziosi per procedere avanti.

Pao indicava lo stretto spiraglio, il foro attraverso i cespugli, il passaggio tra le liane aggrovigliate.

Ogni tanto si fermava ad osservare un tronco, un cespuglio; poi proseguiva.

Conosceva la foresta come il suo arco.

A notte tarda, sotto lo statico fulgore della luna che l'illuminava facendole, con un gioco di ombre, assumere aspetti fiabeschi, giunsero alla "città morta".

Era questa un'antichissima sede d'una civiltà sconosciuta. Chissà per quali cause, era stata abbandonata dai suoi abitanti. E la foresta ora aveva riconquistato ciò che gli uomini un giorno le avevano tolto.

Vicino ai grossi blocchi di pietra s'ergevano ora i colossi della giungla. Le infinite varietà dei rampicanti avevano serrato, nella loro ferrea morsa, vetusti palazzi e colonne sottili che sfrecciavano verso il cielo.

Qua e là, tra il pavimento sconnesso, grossi cespugli nascondevano larghe lastre di pietra che avevano conosciuto il passo d'un popolo antichissimo.

Nel centro delle case morte, in un piazzale ove a tratti si vedeva ancora il lastricato di marmo, s'innalzavano, dalle spalle di ciclopici elefanti, diciotto colonne. Qualcuna di esse conservava ancora, sulla sua sommità, una grossa testa di donna.

Al termine del colonnato un'ampia gradinata, che doveva anticamente aver dato accesso ad un tempio, s'interrompeva ora fra i rami d'un grosso fico.

Isa, con gli occhi sbarrati, emozionato, osservava senza riuscire a parlare. Per la prima volta vedeva una costruzione gigantesca, che appariva ancora più grande e favolosa per i giuochi di luce e d'ombra che la luna si divertiva a crearvi.

"Ecco le capanne di pietra" mormorò Pao.

"Più bello della foresta tutta."

"Sì, ma gli spiriti del male l'abitano e i cobra ne sono i guardiani. Qui sei in salvo ragazzo. Nessuno ardirà penetrare fra queste pietre."

"Non andartene" supplicò Isa.

"Perché?"

"Ho... io... sento qualcosa dentro che batte, batte e mi fa tremare."

"L'uomo dipinto non deve tremare. La vernice bianca nasconde il suo pallore. Devi essere come i tronchi, che nascondono le loro emozioni dietro la profonda corteccia e sfidano apparentemente immobili, ogni tempesta."

"Farò come dici, piccolo uomo."

"Non temere. Cerca un posto e riposati. Passerò domani."

"Grazie. Ti debbo la vita."

"Parole grosse per un ragazzo. Avrai tempo per rioffrirmela, se vuoi. Addio."

"Addio!"

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